mercoledì 22 aprile 2009
Sempre in tema dei Diritti Civili e Umani.
Vi basta leggere questo resoconto giornalistico.
La passerella degli ipocriti: Cuba e Libia insegnano i diritti umani
• da Il Giornale del 21 aprile 2009, pag. 4
di Fausto Biloslavo
L’ambasciatrice libica che toglie la parola alla vittima delle torture o il rappresentante cubano che a suo tempo si era rifiutato di condannare Saddam quando «gasava» i curdi. Per non parlare dei sudanesi che lavorano dietro le quinte contro i tribunali delle stesse Nazioni Unite e il presidente di un’organizzazione non governativa palestinese accusato di collegamento con i terroristi. Durban II è un festival di gaffe, ipocrisie e personaggi impresentabili. Una conferenza dominata da paesi che fanno a pugni con i principi di libertà e diritti umani.
Najjat al Hajjaji è la belloccia ambasciatrice libica, con un filo di trucco e senza velo, che presiede il Comitato preparatorio del vertice sul razzismo. Venerdì scorso, mentre si rappezzava all’ultimo minuto la bozza del testo finale della conferenza, ha superato se stessa. Durante le testimonianze di violazioni dei diritti umani ha preso la parola il medico palestinese Ashraf Ahmed El-Hojouj. Il poveretto era stato torturato, condannato a morte e sbattuto in una galera libica per anni assieme a cinque infermiere libiche con l’infondata accusa di aver infettato dei bimbi con l’Aids. I malcapitati erano il capro espiatorio che copriva le mancanze della sanità locale. Dopo anni sono stati liberati in cambio dell’intervento, anche finanziario, europeo. Lo stesso figlio del colonnello Gheddafi aveva fatto capire che erano innocenti. L’ambasciatrice al Hajjaji, invece, ha subito provato a togliere la parola alla povera vittima. Il poveretto seviziato dagli sgherri libici ha cercato ogni volta di riprendere il discorso. Alla terza interruzione e con l’accusa di «uscire dal tema» (i diritti umani) l’ambasciatrice ha passato la parola nientemeno che al delegato libico censurando la denuncia.
Presidente del Consiglio per i diritti umani, uno delle costole dell’Onu, che di più si è battuta per Durban II, è invece dallo scorso anno il cubano Miguel Alfonso Martinez. Un campione dei diritti umani: fin dal 1988 era riuscito a boicottare una mozione di condanna contro Saddam Hussein che aveva appena sterminato col gas 5mila curdi a Halabja. Non a caso soprattutto i rappresentanti cubani si sono battuti per limare il più possibile i riferimenti nel testo finale all’inalienabile «libertà di espressione e opinione». La Siria ha invece spalleggiato l’Iran che voleva togliere del tutto la condanna dello sterminio degli ebrei. Il delegato di Damasco ha fatto presente che «non è chiaro quale sia l’esatto numero di ebrei uccisi nell'Olocausto».
Un ruolo discreto, ma altrettanto sporco, lo ha giocato il Sudan. Omar al Bashir, presidente del Paese, è rincorso da un mandato di cattura internazionale della Corte penale, istituita dall’Onu, per i crimini di guerra in Darfur. Nonostante l’imbarazzante situazione è un ministro sudanese, Abdalmahmood Abdalhaleem Mohamad, che presiede da gennaio il potente Gruppo 77. Si tratta di un cartello di paesi del sud del mondo, che influenza pesantemente l’assemblea dell’Onu. I sudanesi sono riusciti a far cancellare il nome della Corte penale sulla bozza della Conferenza di Ginevra. Alla fine è rimasto solo un riferimento generico ai tribunali internazionali. Non basta. Le iscrizioni alla Conferenza delle organizzazioni non governative ebraiche casi sono state in qualche caso respinte. La palestinese Al Haq, invece, non ha avuto problemi. Peccato che il suo capoccia, Shawan Jabarin, sia sulla lista nera degli israeliani come “veterano” del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, considerata da molti un’organizzazione terroristica.
Diritti Umani: cosa sono?
Da quanto apprendiamo dai media ritengo sia uno sforzo inutile....basta leggere, fra i tanti, il seguente articolo de Il Riformista!
I talebani e il corpo delle donne
• da Il Riformista del 21 aprile 2009, pag. 1
di Ritanna Armeni
Le donne afghane sono scese in piazza qualche giorno fa per protestare contro una legge firmata di recente dal presidente Karzai che ammetteva lo stupro domestico, cioè la violenza perpetrata dai mariti sulle mogli. Non credono, evidentemente, alla notizia che lo stesso Karzai, pressato dalle proteste dei alleati, ci avrebbe ripensato. Probabilmente hanno ragione. La legge era stata fatta per ottenere alle prossime elezioni presidenziali il voto degli sciiti ed era stata ben accolta anche dai talebani. Se vuol essere rieletto il presidente afghano non può non cedere alle loro richieste e accettare le loro violenze e le loro prevaricazioni. La cronaca è ormai piena di donne uccise perché hanno tentato di ribellarsi al dominio maschile e familiare o perché volevano andare a scuola. Ed è solo di ieri la notizia che i talebani hanno ammazzato in Pakistan, al confine con l`Afghanistan, un uomo e una donna colpevoli di avere una relazione fuori dal matrimonio. E poi hanno mandato il video a una televisione. Ma non sono i singoli, seppur frequenti, episodi a destare la maggiore preoccupazione. Questi potrebbero essere i colpi di coda di forze che si stanno arrendendo alla democrazia o la reazione di piccoli gruppi che non vogliono accettare le nuove regole. Quello che davvero preoccupa è la evidente ripresa delle forze fondamentaliste e le conseguenti decisioni dei capi di Stato. Quella di Karzai, appunto, ma anche quella, recente, del presidente del Pakistan. AzifAli Zardari, marito di Benazir Bhutto (prima donna premier di un Paese islamico) e successore di quel Musharaf accusato di aver mostrato un atteggiamento ambiguo nei confronti dei talebani pur mostrandosi amico degli Usa, ha promulgato un regolamento che reintroduce la sharia nella parte nord ovest del Pakistan. Asianews, uno dei pochi siti che informano in dettaglio sull`avvenimento, raccontava già un mese fa che la legge islamica era stata ripristinata nelle regioni che confinano con l`Afghanistan e che le corti islamiche avevano preso in mano l`amministrazione della giustizia nella Swat Valley. «Con l`entrata in vigore della sharia nel distretto di Malakand - scriveva Asianews le donne non possono più muoversi da sole, parlare in pubblico e il velo diventa obbligatorio. Le scuole femminili, per lo più legate ai missionari, ma frequentate al 95 per cento da ragazze musulmane, rischiano la chiusura definitiva dopo gli attentati esplosivi negli ultimi mesi che, pur non causando vittime, hanno reso impossibile a circa mille studentesse di frequentare le lezioni». Il governo pakistano, insomma, ha preso atto e ha approvato una situazione che era già in mano ai fondamentalisti promulgando un regolamento che accetta lo stato di fatto. In cambio questi hanno promesso di deporre le armi. Probabilmente non sarà vero. La legge islamica invece - ha informato Asianews - c`è già. E - ricordiamolo - la legge islamica, secondo i fondamentalisti, significa che le donne saranno costrette al matrimonio anche se ancora bambine, alla pena di morte o al carcere se vengono stuprate, alla lapidazione se hanno rapporti fuori dal matrimonio. Per due volte in pochi giorni le donne sono state oggetto di uno scambio politico. Per due volte due uomini, capi di Stato, hanno barattato voti e accordi in cambio di controllo e violenza da parte degli uomini sul corpo femminile. E questo porta a tre (amare) considerazioni. La prima. Il corpo delle donne è la vera posta in gioco nella lotta contro i talebani, gli sciiti e il fondamentalismo. Adriano Sofri, già alcuni anni fa, aveva notato come questo, e non il petrolio, fosse il centro dello scontro fra l`islam e l`occidente. Gli islamici, gli islamici poveri e senza potere, aveva scritto, quelli che non avevano da perdere che le loro catene, potevano però - se avesse vinto l`occidente infedele - perdere le loro donne, la loro proprietà, l`unica di cui potevano disporre. E questo li rendeva particolarmente efferati e subalterni al terrorismo. Oggi proprio per rassicurarli e per combattere il terrorismo - questo l`orribile paradosso al quale stiamo assistendo con indifferenza - non si ha alcun dubbio a consegnare loro il dominio sulle donne. E a confermare che su di loro gli uomini mantengono il diritto di vita e di morte. La seconda. I talebani, e con loro le forze tribali di quell`area del mondo che ha un rapporto conflittuale con l`occidente, hanno guadagnato terreno. Anzi stanno vincendo. La guerra in Afghanistan è stata persa sul piano militare e, prima ancora, sul piano della democrazia e dei diritti. Non se ne vuole prendere atto, ma che cosa significano le due leggi promulgate dal presidente pakistano e da quello afgano se non la presa d`atto che la guerra, la guerra delle armi è stata persa? È per questo che si accetta esattamente ciò per cui quella guerra era stata combattuta e a cui la lotta per la democrazia dovrebbe tenacemente opporsi: la schiavitù della popolazione femminile. La terza. Di fronte all`evidente orribile scambio che avviene in quei Paesi alleati i Paesi occidentali protestano, ma in modo assai poco convinto. Naturalmente condannano la decisione di Zardari, criticano Karzai ma in fin dei conti non ritengono di poter fare molto. Sembrano pensarla al fondo come Spencer P. Boyer, capo dello staff del presidente Clinton e oggi direttore della sezione diplomazia del Center for American progress, il pensatoio democratico americano che, in una intervista al Riformista sulla reintroduzione della sharia in Afghanistan ha risposto: «Nessun Paese è perfetto». La condizione di totale subordinazione e schiavitù delle donne di quei Paesi è considerata da un esponente della democrazia occidentale solo “un’imperfezione”, qualcosa di non perfettamente giusto, ma non di talmente insopportabile da mettere in discussione le scelte politiche e militari finora compiute. E questo certamente non aiuta le donne di quei Paesi e manda un inquietante messaggio anche alle donne dell`occidente che dice di essere democratico.
martedì 21 aprile 2009
Nessuno vuole mangiare con Di Pietro.
La scoperta dell'acqua calda!
Guarda un po' la Rai è lottizzata
di Mario Giordano
Una mattina mi sono svegliato e ho trovato il lottizzator. Al grido di «giù le mani dalla Rai», la sinistra scopre all’improvviso che le nomine della Tv di Stato non avvengono per sorteggio e nemmeno col televoto come a Sanremo, ma c’è di mezzo la politica. Pensate un po’, chi l'avrebbe mai immaginato? O Bella Ciao. Come tante belle addormentate nel bosco del sottogoverno, le menti più illuminate dell’intellighentia chic si svegliano dal lungo sonno e fingono di essere colte da immacolati e infiniti stupori. In una riunione a casa di Berlusconi si è parlato perfino del Tg1: poffarbacco, che scandalo. Avanti di questo passo e chissà magari fra qualche anno scopriranno perfino che i bambini non li portano le cicogne. E che «avere una banca» non significa giocare al Monopoli.
Dal sermone domenicale di Scalfari all’intervista indignata di Sergio Zavoli (quello che ci ha messo cinque giorni per vedere la trasmissione di Santoro), dalla prima pagina del Corriere con la vignetta di Giannelli alla prima pagina dell’Unità (uguale alla vignetta di Giannelli: sarà un caso?), tutti a levare il solito grido di dolore, persino un po’ stagionato, contro le scelte dei direttori dei tg che si fanno nel salotto di Berlusconi. Perché è chiaro, come dice la Jena, sono finiti i bei tempi di una volta, quando quelle scelte si facevano solo nel salotto di Veltroni.
Siamo sempre stati in prima linea nel combattere le voracità della politica e la voglia di ogni sottopanza di intromettersi in scelte che dovrebbero seguire criteri rigorosamente professionali. E continueremo a farlo. Ma non possiamo fare a meno di provare un po’ di orticaria di fronte a tanta ipocrisia dei sepolcri malamente imbiancati: da una parte vogliono passare come i difensori della purezza della razza giornalistica, dall’altra trattano tutto, dal presidente Paolo Garimberti (non a caso indicato da Franceschini) fino all’ultima poltroncina al Gr Parlamento. Ma li sentite? Hanno appena finito di tuonare: fuori la politica dalla Rai, e chiedono di avere, per via politica, la direzione di Raitre. Fingono di scandalizzarsi perché Mimun o Minzolini (ottimi professionisti) hanno il gradimento di Berlusconi, poi aggiungono: però al Tg3 ci deve andare la Berlinguer perché piace a D’Alema... Se la coerenza fosse un vestito, sarebbero nudi. Se fosse cibo, sarebbero già morti di anoressia.
Del resto che la Rai sia stata occupata da sempre, in tutti i suoi anfratti più nascosti, dalla sinistra è cosa piuttosto risaputa. E evidente. Se se ne volesse un’ulteriore dimostrazione, basta guardare i volti noti: da Lamberto Sposini, già pippobaudo dell’Ulivo e ora re del pomeriggio di Raiuno, a David Sassoli, da anni anchorman di punta del Tg1 e così organico al Pd da esserne candidato simbolo per le prossime europee. E poi Santoro, Lilli Gruber, Marrazzo, Badaloni. Il bello è che molti di loro, appena finito l’incarico politico, tornano in onda, come se niente fosse. E ci danno pure lezioni di correttezza giornalistica. E poi si scandalizzano perché si parla di Rai in una riunione col premier. Ma per favore. Se volete, scendete dal pero e proviamo a parlare seriamente. Prima, però, spogliatevi da quella spocchia, toglietevi di dosso quell’aria di superiorità morale, liberatevi dalla presunzione di essere i migliori che vi accompagna da sempre e che vi ha inesorabilmente portato a essere i peggiori. Perché di tromboni è pieno il mondo. Ma nessuno è così facile da suonare come voi.
giovedì 12 marzo 2009
pOLITICI SENZA RITEGNO E VERGOGNA!
Dopo lo "scandalo" (ma chi se lo ricorda e a chi interessa?) dei rimborsi elettorali ai tutti quei partitelli dello 0 virgola qualcosa che sono stati sonoramente bocciati dagli elettori e che per questo non hanno alcun parlamentare eletto, ma che continueranno a prendere i denari pubblici, milioni di euro, fino al 2012 come rimborso elettorale, ecco un altro regalo di questo governo che si definisce liberal, che predica bene ma razzola molto male, a questi partitini dello zero virgola.
Riporto una lettera a Liberal, pubblicata il 24/02/2009 a pag. 22.
Lettere - La casta incassa
I politici sono generosissimi con se stessi e con coloro che li assistono. All`unanimità, astenuti i radicali, il Senato ha approvato i rimborsi elettorali alle prossime "europee", non solo ai partiti rappresentati - che superino lo sbarramento del 4 per cento - ma anche agli sconfitti, che superino la soglia del 2 per cento. Nel 1986 il Quirinale costava in valuta attuale 73,5 milioni di euro: in vent`anni la spesa reale, depurata dall`inflazione, è triplicata e continua a salire 224 milioni nel 2007, 231 milioni nel 2009. Gli strombazzati tagli e risparmi sono superati dagli incrementi di spesa. Essere antifascisti e rispettare la Costituzione - signori politici, più o meno "progressisti" significa anche e soprattutto attuare una fortissima riduzione (assoluta e relativa) dei costi diretti e indiretti della politica. Questa è la basilare aspettativa dell’ uomo della strada", ora ridotto a suddito sfruttato.
Conclusione: anche se trombati dagli elettori, continueranno a vivere da gran signori con il rimborso elettorale. Viva l'Italia!
giovedì 29 gennaio 2009
Perchè fanno politica i nostri pOLITICANTI!
Premetto che quanto leggerete adesso non l'avreste letto ai tempi della vendita del palazzo di Via Botteghe Oscure, sede storica del PCI. Vendita dovuta ai miliardi di debiti accumulati in molti anni di fallimentare gestione del partito. Poi arrivò la incostituzionale legge del rimborso elettorale, et voilà, i debiti sono stati ripianati senza vendere più nulla, anzi moltiplicando gli investimenti, seppur sotto l'odierno nome di DS, anzichè PCI.
Fondazioni DS, un patrimonio da mezzo miliardo di euro.
L’incubo di «Ughetta», moglie giudiziosa, è una catapecchia nelle campagne istriane di Babici. Dove figura essere finito, intestato a uno scaricatore di cassette al mercato di Trieste, ciò che restava dell’immenso tesoro della Dc: 508 palazzi e case e garage e negozi spariti così:
Perciò, sbuffa con gli amici il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, non riesce a capire le polemiche sulle fondazioni in cui sta mettendo al sicuro il patrimonio ereditato dal Pci e dai rampolli pidiessini e diessini. In fondo, ha spiegato a Luca Telese, quello suo con Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita, è un matrimonio politico che non sfugge alle regole di tutti i matrimoni: «Luigino e Ughetta, che sono io, vanno all’altare poveri in canna, ma se Ughetta ha un po’ di patrimonio e Luigino ha un po’ di soldi, quel che devono dire al sindaco è: facciamo la separazione dei beni».
Ovvio, no? L’ha ripetuto pochi giorni fa: «E’ il frutto di un processo avviato dalla direzione nazionale del partito nel 2005 per separare la politica dalla gestione del patrimonio, evitando così che eventuali scelte negative della prima abbiano ripercussioni sul secondo». Mica i soldi dei vecchi militanti possono essere messi in un investimento sbagliato! Metti caso che alle Europee il Pd vada al naufragio e gli ex-diessini e gli ex-margheritini si convincano che le nozze sono state un errore e decidano di separarsi... Amici come prima, certo. Ma a ciascuno il suo.
Va da sé che, proprio come succede dopo certi sposalizi celebrati con un carico di speranze evaporate in fretta, sono proprio i soldi uno dei motivi di litigio. Fin dall’inizio. Cioè dall’autunno del 2007 quando Sposetti, che nel ruolo di tesoriere del partito si sentiva in una botte di ferro («alla fine della segreteria Veltroni nel 2001 il debito era di 58o milioni di euro, adesso è di 14o») decise di mandare una lettera al «Corriere» nel tentativo di spazzar via le polemiche su una frase che gli era scappata: «Da me il Pd non avrà un euro».
«Non c’ è, né può esserci alcuna lite su soldi e immobili tra i Ds e il Partito democratico, che i Ds hanno voluto con determinazione e convinzione», scrisse. E precisò: «La riorganizzazione del patrimonio immobiliare che fin qui è stato nella disponibilità dei Ds è finalizzata all’unico obiettivo che tale patrimonio possa entrare nella piena disponibilità del Pd, con le stesse regole di autonomia gestionale e di forma giuridica adottate fin qui dai Ds. È dunque del tutto privo di fondamento che tale riorganizzazione sia estranea alla costruzione del Partito democratico o addirittura che voglia sottrarre al nuovo partito la disponibilità di strutture e beni».
Il tesoriere del Pd Mauro Agostini abbozzò, ma senza troppa convinzione: «Il problema è che nel caso in questione i membri del comitato di indirizzo, oltre a essere in numero molto ristretto, sono nominati a vita e che in caso di morte si procede per cooptazione». Insomma, resterebbe comunque tutto «in casa» degli eredi dei Democratici dì sinistra. Uomini e donne fidatissimi. Che nel caso fossero chiamati a sostituire questo o quel membro dovrebbero mettersi comunque d’accordo (mica a maggioranza semplice: sette su otto, nove su dieci...) conservando intatta la corazza blindata della fondazione.
Fatto sta che mesi e mesi di convivenza non solo non hanno portato a una nuova «luna di miele» ma hanno scavato un solco più profondo tra i «coniugi». Fino a incattivire i rapporti. Soggetti oggi a tempeste improvvise e furibonde. Come l’altra settimana quando Piero Fassino si è catapultato in Transatlantico sull’ex margheritino Pierluigi Mantini, del comitato Tesoreria del Pd, reo d’avere detto in un’intervista a «Libero»: «La Margherita ha conferito il suo intero patrimonio, soldi del finanziamento pubblico e la stessa sede che ora e in uso al Pd, al nuovo partito. Non si è tenuta niente da parte. I Ds, invece, no». «Hai detto un sacco di cazzate», gli ha sibilato in faccia l’ultimo segretario diessino, «Non basta dichiarare per andare sui giornali. lo mi sono rotto...». Ultima sassata: «Sei un cretino. Ci vediamo in tribunale. Se uno è stupido dovrebbe star zitto».
Ogni volta che lo tirano in ballo, Sposetti sospira. E spiega che, disperso in mille rivoli il «tesoro» democristiano e popolare, la «dote» vera (sia pure carica di debiti) ce l’avevano solo i Ds. I canoni che le fondazioni chiedono per le sedi del Pd? «Sono affitti politici. Servono a coprire le spese: l’Ici chi lo paga, il condominio chi lo paga, la Tarsu chi la paga? Le fondazioni.
di Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella
da Corriere della Sera del 19 gennaio 2009, pag. 11
mercoledì 28 gennaio 2009
Le smentite alla "verità" dell'ex opm Di Pietro.
Le non risposte di Tonino
Da settimane questo quotidiano incalza il deputato Antonio Di Pietro, leader-padrone dell’Italia dei valori, con una serie di domande sul suo patrimonio immobiliare, sulla gestione privatistica dei fondi pubblici destinati al suo partito, su comportamenti non precisamente commendevoli di alcuni suoi deputati, sui rapporti apparentemente non troppo limpidi tra suo figlio Cristiano e il funzionario dipietrista Mautone, sul misterioso modo («inquietante», lo definisce la Direzione investigativa antimafia) in cui è venuto a conoscenza che lo stesso Mautone era sottoposto a indagine ed ha quindi provveduto a trasferirlo e a proibirgli ogni contatto telefonico con l’inguaiato rampollo. Domande legittime, ci pare.
A maggior ragione considerando il fatto che «l’onestà» è l’unica ragione sociale del partito dell’ex pm, la sola giustificazione della sua presenza nel panorama politico italiano. Come ha ben scritto Michele Brambilla qualche giorno fa, «non c’è altro, nel pensiero di Di Pietro. Non un’ideologia, non una strategia economica, non una visione sulla politica internazionale, sulla scuola, sulla cultura, su qualsiasi questione etica che non attenga al settimo comandamento». Nulla: solo «mani pulite» e «trasparenza» attribuite a se stesso in contrapposizione agli intrallazzi, quando non alla pratica delle tangenti che, a suo dire, caratterizzano praticamente ogni altro soggetto fuori e dentro il Parlamento. Come poi possa avere la faccia tosta di sostenere questa parte uno che ha tanti scheletri nell’armadio (Mercedes, scatole di soldi, strani giri di case e favori, ambigui rapporti con alcuni inquisiti, inspiegabile e inspiegato abbandono improvviso della toga per buttarsi in politica) e come tanti italiani possano dargli credito, è ovviamente un altro paio di maniche. Ma questa è l’immagine che Di Pietro, aiutato dai suoi cantori, proietta costantemente di sé: il puro, l’immacolato.
Capirete bene che l’Incorruttibile è ancor più soggetto degli altri politici all’analisi del sangue sulla correttezza delle sue azioni. E quando sorgono ombre, più di altri avrebbe il dovere, oltreché l’interesse, di chiarire. Di qui i nostri quesiti. Che però hanno trovato un iniziale muro di silenzio. Abbiamo insistito, ma non siamo andati oltre qualche risposta obliqua e abborracciata. Sul caso Mautone, per esempio: «Ho saputo dalle agenzie», ha buttato lì il prode Tonino. «Falso!», ha dimostrato il Giornale. «Anzi no, è stato il mio fiuto», ha cercato di rimediare l’ex poliziotto, «e comunque è una stupidaggine mostruosa sostenere che qualcuno mi abbia rivelato segreti d’ufficio». Più che una spiegazione, una provocazione. Così, tirati a cimento, siamo andati avanti. Scoprendo altre cose non proprio nitide sull’operato di Di Pietro e del suo entourage, e chiedendogliene conto. Il risultato? Promesse di querele; insulti (il senatore dell’Idv Luigi Li Gotti ha definito il nostro direttore «un paranoico pericoloso»); minacce di morte: «finirai appeso a testa in giù» hanno preconizzato a Mario Giordano i seguaci dell’Uomo tutto d’un pezzo. Il quale, giusto l’altro ieri, ha deciso di esibirsi in prima persona. Dev’essergli costato, perché come è noto con la lingua italiana non ha questa gran consuetudine, ma si è messo davanti al computer e ha scritto sul suo blog: ha definito la nostra campagna giornalistica «una ben orchestrata azione criminale». Ma non gli sembrava abbastanza e così è andato a frugare ancora nel suo repertorio: «un’associazione a delinquere vera e propria che opera nell’ottica di un unico disegno criminoso portato avanti da più persone a più livelli». Che volete farci: questo è il suo concetto di libertà di stampa.
Da qualche giorno, però, sta succedendo una cosa bizzarra. Anzi due. La prima è che non siamo più soli: anche altri giornali, da Libero all’Economist, hanno iniziato ad accorgersi che il leader dell’Idv è debitore di qualche chiarimento agli italiani. La seconda è che l’ex pm si è finalmente degnato di rispondere. No, al Giornale no. Ma a Vittorio Feltri, che gli poneva alcuni dei nostri stessi quesiti, sì. E ha risposto con grande gentilezza, quasi cerimonioso: caro direttore, grazie, lei mi ha dato l’opportunità di spiegarmi e anche un buon consiglio, ora modifico subito lo Statuto del partito; ecco qua, vede, d’ora in poi non sarò più solo io a maneggiare tutti quei milioni di finanziamento pubblico, perché l’ho fatto fino ad ora non lo so e comunque non glielo dico, però sono appena stato dal notaio e insomma: anno nuovo, vita nuova, come si dice, e se ha ulteriori consigli da darmi eccomi qua, pronto a riceverli.
Da quel gran giornalista che è Feltri, naturalmente, non si è fatto pregare e su Libero di ieri ha sottoposto a Di Pietro, «per aiutarlo a ripulirsi bene», altre sei questioni portate alla luce dal lavoro dei cronisti e dai commentatori del Giornale. Le riassumiamo. 1) Come si spiega la doppiezza fra l’associazione Idv (composta da Di Pietro, moglie Susanna Mazzoleni e fedelissima deputata Silvana Mura), che da anni incassa il finanziamento pubblico, e il partito Idv? 2) Come si spiega la gestione dei contributi elettorali del partito? 3) Come si spiega che fino a ieri fosse Di Pietro ad approvare i rendiconti Idv, senza altri controlli? 4) Come poté Tonino acquistare la casa di Bergamo all’asta dell’Inail se la legge glielo impediva? 5) Come si spiega il giallo dell’Idv che pagava l’affitto della sede di Roma alla famiglia Di Pietro? 6) Come si spiega che Di Pietro seppe in anticipo che il provveditore alle opere pubbliche Mario Mautone era sotto inchiesta a Napoli?
Ora, noi non sappiamo se l’ex pm risponderà. Ma qualche considerazione ci sembra vada fatta. Innanzi tutto, se Feltri vuole «aiutare Tonino a ripulirsi bene» significa che a suo giudizio tanto pulito non è, e quindi anche lui ritiene che la campagna condotta per settimane in solitario dal Giornale ha un suo fondamento. Ci fa piacere. Ma attenzione: rispondere alle domande non è condizione sufficiente per «sbiancare» (come diceva Pacini Battaglia riferendosi all’allora magistrato) Di Pietro. È essenziale valutare che cosa risponde. E qui la faccenda si fa un tantino più complicata e forse si comprende anche perché l’ex pm sia disposto a fornire spiegazioni a tutti tranne all’unico quotidiano che gliele sta chiedendo da settimane. Non è che Tonino ha paura? Paura che noi - che ormai abbiamo fatto della questione un punto d’onore - non ci accontentiamo di qualche brandello di trasparenza allestito in fretta e furia e condito da pacche sulle spalle. Paura che servano risposte vere e, quindi, scomode, scomodissime per il Grande Moralizzatore.
Finora, per esempio, l’unica medaglia che si è davvero appuntata sul petto è la sbandierata modifica dello Statuto dell’Italia dei valori. Ma è una medaglia di ottone. Chi lo dice? Non noi «criminali», ma l’insospettabile Corriere della Sera, sotto l’eloquente titolo “Cambia poco”: «Dal triumvirato familiare a un organo politico ristretto ben lontano dal blind trust... I poteri sulla cassa passano all’ufficio di presidenza: Di Pietro e quattro fedelissimi». Non è con provvedimenti all’acqua di rose (vogliamo parlare del figlio Cristiano che si dimette dal partito ma conserva gli incarichi di consigliere provinciale e comunale?) o con risposte evasive che l’Incorruttibile può sperare di cavarsela. E a proposito: noi avremmo anche altre curiosità. Come mai ha fondato l’associazione Idv proprio il 26 luglio 2004, guarda caso il giorno prima del piano di pagamento dei rimborsi delle elezioni europee? Perché non spiega come mai se non si fidava più di Mautone, come ha dichiarato ai quattro venti, lo ha trasferito in un ruolo chiave del ministero e poi l’ha presentato in almeno due occasioni come il suo braccio destro? Ha niente da dire sulle sue spericolate manovre sulle autostrade del Nordest di cui parliamo in queste pagine?
Coraggio, Tonino: il lavacro l’attende. Ma è qui, in via Negri.
Come agiva l'ex pm Di Pietro quan'era ministro.
Le manovre spericolate di Tonino in autostrada: così piazzava gli amici
Al ministro Antonio Di Pietro piaceva scorrazzare in autostrada, soprattutto su quelle del Nordest. Correva, sfrecciava, e trovava sempre qualche amico. È piccolo il mondo di Tonino. Incontrava per esempio Mario Mautone, il provveditore alle Opere pubbliche in Campania e Molise che sistemava gli amici di Di Pietro junior. E che ci faceva Mautone lontano 900 chilometri dalle sue terre? Presiedeva commissioni di controllo, nominato da Di Pietro senior. Ma il leader dell’Italia dei Valori incappava anche in Guglielmo Ascione, un suo ex collega che da magistrato archiviò due fascicoli pericolosi per Tonino. Anche lui, come l’ex pm di Montenero di Bisaccia, ha appeso la toga al chiodo: ora fa l’avvocato e, dietro compenso di quattro milioni di euro, fu incaricato dall’autostrada Serenissima di sistemare un contenzioso col ministero retto da Di Pietro.
Un anno e mezzo fa il caso Ascione fece clamore. Nel 1995 fu lui ad archiviare un esposto di Sergio Cusani che denunciava la falsificazione di alcune carte (fornite dal faccendiere Pierfrancesco Pacini Battaglia) su cui Di Pietro aveva costruito il processo Enimont. Cusani ebbe torto ma aveva ragione: un anno dopo una perizia avrebbe accertato che quei documenti erano contraffatti, ma ormai l’esposto era seppellito.
Fu sempre Ascione ad archiviare altre accuse compromettenti per Di Pietro, quelle del pentito Salvatore Maimone, il quale aveva sostenuto che un autoparco milanese gestito dalla mafia godeva delle coperture di magistrati tra cui proprio Tonino. Ed era ancora Ascione, sia pure indirettamente, a informare il collega che si stava preparando un’ispezione ministeriale su di lui: secondo una sentenza del 1997, l’ispettore Domenico De Biase riferiva ad Ascione, il quale ne accennava al giornalista Maurizio Losa, il quale si confidava con Di Pietro.
Due anni fa il giudice diventato avvocato era stato incaricato dalla società che gestisce l’autostrada Brescia-Padova di dirimere una faccenda molto delicata, che richiedeva doti speciali di mediazione con il ministero delle Infrastrutture. Il legale doveva fare in modo che la Serenissima ottenesse la proroga della concessione autostradale. La decisione spettava all’Unione europea e al ministero. La consulenza fu assegnata il 30 giugno 2006, quando Tonino si era insediato da poche settimane.
La vicenda fece scalpore per l’ammontare della parcella (quattro milioni di euro), ma soprattutto per la scelta di Ascione. Gli interrogativi sono tutti riassunti in un’interpellanza presentata dalla senatrice Cinzia Bonfrisco (Forza Italia): l’ex giudice era stato individuato «dopo una preselezione/gara, o per indicazione fiduciaria, o per conoscenza personale, o per presunti rapporti passati/presenti dello stesso legale con il ministro che ha imposto la nuova convenzione e che poi doveva mettere l’ultima parola?».
Mario Mautone, invece, fu paracadutato nel Nordest da Di Pietro in persona. Il ministro aveva deciso una procedura tutta sua per controllare gli appalti delle opere pubbliche bandite da società concessionarie: nominare una commissione speciale che verificasse le procedure di gara e indicasse quale fosse l’offerta più vantaggiosa, senza però prendersi la responsabilità di decidere. Una forma di pressione nemmeno troppo occulta che comportava ritardi, perché le nomine non erano tempestive, faceva aumentare i costi, perché i commissari erano autorizzati a chiedere parcelle che potevano raggiungere il 2 per cento dell’importo complessivo dei lavori. Al confronto, l’onorario di Ascione appare perfino modesto.
Nel 2007 le Autovie Venete (autostrada Venezia-Trieste) dovevano progettare il nuovo ponte sul Piave e altri lavori per la realizzazione della terza corsia. Alla testa della commissione speciale Di Pietro pose Mautone: era il periodo più «caldo» dei dialoghi intercettati tra l’ex provveditore e Cristiano Di Pietro, nei quali il figlio del ministro raccomandava gli amici. Nella commissione friulana, Mautone non era l’unico fedelissimo piazzato da Tonino: vi faceva parte anche l’ingegner Ugo Luterotti, dipendente in pensione dell’Ater di Gorizia, ma soprattutto segretario locale dell’Italia dei Valori. Il terzo componente era Ugo Dibennardo, capo del compartimento Anas del Triveneto. A Mautone andarono 30mila euro più altri 2.398,56 come rimborso spese; in totale la commissione costò 105mila euro.
Che c’azzeccava Mautone con la viabilità friulana? Era l’esperto numero uno di appalti autostradali? Lo Speedy Gonzales delle concessioni? Il Renzo Piano dei viadotti a tre corsie? Insomma, perché fu catapultato da Napoli a Trieste? È lo stesso Di Pietro a svelare l’arcano. Lo fece nella risposta a un’interrogazione presentata dal senatore friulano Ferruccio Saro (ex Dc, ora Pdl), il quale chiedeva quali fossero i criteri adottati per la scelta di Mautone, oltre il fatto di operare «nella terra d’origine del ministro».
Risposta: «Mautone risulta essere, tra i dirigenti del ministero, quello con il minor numero di incarichi» e quindi era stato designato in ossequio al «criterio della rotazione» concordato con i sindacati. Insomma, non era il più esperto ma il più disoccupato. Quanto a Luterotti, l’attivista Idv assicurava «l’apporto di specifiche competenze, esperienze e professionalità nell’esame della congruità dei prezzi e delle tariffe connesse all’attività libero-professionale, settore nel quale si è distinto quale vice presidente dell’ordine degli ingegneri di Gorizia e responsabile della commissione revisione parcelle». La risposta all’interrogazione parlamentare è del 2 agosto 2007: il 29 luglio si erano improvvisamente interrotti i colloqui telefonici tra Mautone e il giovane Di Pietro.
Ora il caso è tornato all’attenzione delle Camere. I deputati Isidoro Gottardo e Manlio Contento (Pdl) hanno chiesto al ministro Altero Matteoli di eliminare le commissioni speciali di controllo, che tolgono autonomia alle società e impongono spese aggiuntive, e soprattutto di conoscere tutti gli incarichi assegnati da Di Pietro nei due anni da ministro. L’interrogazione, del 19 giugno, è ancora senza risposta: sarà un conteggio lungo e complicato.
Così Di Pietro ha creato la sua Italia del mattone
di Massimo Malpica, Gian Marco Chiocci
Dall’inchiesta di Napoli - di cui aveva «avvisaglie» quando solo i pm dovevano sapere - ai rimborsi elettorali gestiti «in famiglia», dai rapporti con Mautone negati ma apparentemente amichevoli al tempo in cui il provveditore era già stato «rimosso» dopo le chiacchiere con Cristiano, sono tante le domande a cui Antonio Di Pietro non risponde. Tra queste, anche quelle sul suo «portafoglio immobiliare».
Un tesoretto in mattoni tra l’estero e mezza Italia. Deve avere risparmiato molto Di Pietro per comprarsi tutte queste case. La questione è sbarcata pure alla procura di Roma, che poi lo ha assolto, insieme alla vicenda della gestione dei rimborsi elettorali sollevata dal cofondatore dell’Idv, Mario Di Domenico. Di Pietro avrebbe acquistato immobili con i soldi del finanziamento al partito, e avrebbe riaffittato alcuni di questi proprio all’Italia dei Valori. Un comportamento che i pm stigmatizzarono, ma che non ebbe seguito penale. Sulla vicenda, e su quelle compravendite, Di Domenico ha rilanciato con esposti, e gli atti su gestione finanziaria e immobiliare sono ora in fascicoli aperti in quattro procure italiane, tra cui quella di Brescia.
Il tour del «Di Pietro real estate» non può che cominciare da un acquisto pieno di anomalie. Un appartamento di 178 metri quadrati nel centro di Bergamo, comprato grazie alle cartolarizzazioni dell’Inail, il cosiddetto «Scip 2». Sul caso, è appena arrivato in procura a Napoli un esposto-denuncia che chiede di far luce da un lato sui rapporti tra l’ex provveditore Mautone e lo stesso Antonio Di Pietro, e dall’altro quelli tra Mautone e Romeo, che gestiva con la sua società proprio le cartolarizzazioni dell’Inail (Scip1 e Scip2) tramite le quali l’ex pm si comprò la casa bergamasca.
Va detto che Di Pietro all’inizio criticò la scelta di dismettere il patrimonio delle case dell’Inail, arrivando a firmare una proposta di legge perché il valore di quegli immobili fosse messo a frutto degli invalidi sul lavoro, salvo poi procedere lui stesso a comprarne uno con modalità ancora da chiarire. Era l’estate del 2004, l’ex «collega di partito» Di Domenico aveva diffidato Tonino e la tesoriera dell’Idv Silvana Mura dal proseguire nell’uso «non associativo» dei soldi del partito.
Eppure proprio quell’anno alla società di cartolarizzazione Scip arriva una proposta di acquisto per l’appartamento di via Locatelli a Bergamo. Per legge Di Pietro, che era parlamentare europeo, e che prima del perfezionamento dell’acquisto sarebbe sbarcato in Parlamento (aprile 2006) non poteva comprare, in quanto amministratore pubblico. Infatti a presentare l’offerta per la cartolarizzazione è Claudio Belotti, compagno della Mura, e con lei componente del cda Antocri, la società immobiliare «di famiglia» amministrata da Tonino, che prende il nome dai tre figli dell’ex pm Anna, Toto e Cristiano. E la Mura, insieme a Tonino e alla moglie di questi Susanna Mazzoleni, gestisce anche l’associazione Italia dei Valori, quella che incassa i rimborsi elettorali al posto del «movimento-partito» Idv.
Il 1° ottobre 2004 viene pubblicato il bando per l’acquisto della casa. Il 10 novembre arriva l’offerta di Belotti: 204.085 euro, 20mila depositati subito come cauzione. Il Tar boccia la proposta di acquisto per «irregolarità formali» e assegna l’appartamento alla Bergamo House Unipersonale srl, seconda aggiudicataria. Belotti ricorre al Consiglio di Stato, e curiosamente all’udienza dell’11 gennaio 2005 non si presentano né l’Inail né la società di cartolarizzazione né l’aggiudicatario subentrato né l’avvocatura dello Stato. Se a firmare la proposta fosse stato Di Pietro, o se fosse stato noto che il compagno della Mura era un prestanome, il giudice amministrativo avrebbe dovuto comunque respingere il reclamo, ai sensi dell’articolo 1471 del codice civile: «Non possono essere compratori, nemmeno all’asta pubblica, né direttamente né per interposta persona, gli amministratori dei beni dello Stato».
Ma a figurare è solo Belotti, e il ricorso viene accolto. Eppure gli assegni, cinque, con cui la casa viene pagata al momento della stipula portano la firma di Antonio Di Pietro (che appunto non avrebbe potuto comprare), ma il notaio nemmeno eccepisce che nel verbale di aggiudicazione il nome dell’acquirente era quello di Belotti (a nome suo, mica per conto dell’Antocri), né è quest’ultimo che compra e poi rivende al leader Idv. L’atto notarile è uno soltanto, ed è intestato a Di Pietro. Ultima sorpresa, il numero telefonico della linea installata in quella casa è lo stesso a cui un tempo rispondeva la tesoreria dell’Italia dei Valori.
Ma la casa di Bergamo non è certo la sola riconducibile a Di Pietro, ai suoi familiari e alla An.to.cri, società attivissima nonostante il capitale sociale iniziale di appena 50mila euro. C’è Curno, dove Tonino ancora pm comprò una villa, espandendosi nel 1994 con l’acquisto di un’altra casa adiacente di otto vani. Passando al 1995, il futuro leader Idv aggiunge alle sue proprietà un’immobile di 300 metri quadri a Busto Arsizio comprandolo con un mutuo all’80 per cento del valore, che poi girerà al partito.
Quando poi sbarca a Bruxelles, ecco una casa - due locali - anche nella capitale belga. La carriera non si ferma, le proprietà immobiliari procedono di pari passo. Di Pietro è ministro delle Infrastrutture, e nel 2002 mentre il mercato del mattone a Roma è alle stelle si assicura otto vani e 180 metri quadrati nel centro della capitale, al quarto piano di uno stabile di via Merulana. Prezzo 650mila euro, 400mila dei quali finanziati da un mutuo Bnl. Finita? Macché. C’è l’attico di Montenero di Bisaccia: 173 metri quadri poi portati a 186 grazie al condono edilizio del 2003, che Tonino cede a Cristiano. E poi, stesso anno, i 190 metri quadrati comprati a Bergamo, via dei Partigiani, quarto piano. Intestati agli altri figli, Anna e Toto. Quel giorno anche la moglie di Tonino acquista nello stesso palazzo un appartamento di 48 metri quadrati, sempre al quarto piano, oltre a due cantine e a un garage. Del 2004 è la compravendita - siglata Antocri - di una casa di 190 metri quadri (620mila euro) in via Felice Casati a Milano. E sempre Antocri compra (1.05 milioni di euro) dieci vani in via Principe Eugenio a Roma. Che diventa la sede dell’Idv, affittuaria del suo leader. Ancora nel 2005 la moglie di Di Pietro compra un appartamento e un ufficio in via del Pradello a Bergamo. Nel 2007 Tonino ristruttura la masseria di famiglia a Montenero (16 ettari tra eredità e acquisti). E poi c’è quel 50 per cento di quota che Di Pietro possiede nella Suko, società bulgara.
Il business del mattone frutta: in 7 anni Tonino ha investito 4 milioni di euro, e al netto dei mutui da estinguere ne ha incassato uno dalle vendite. Il fiuto per gli affari è chiaro, l’origine dei soldi investiti meno: di Pietro infatti dichiara al fisco meno di 200mila euro l’anno. E giura di non aver mai usato un euro del denaro dell’Idv.
Ecco come spiega l'ex pm Di Pietro il suo essere miliardario in lire!
Intervista a Veltri: "Io, Travaglio e gli impresentabili Idv"
«Non so di cosa stia parlando, sono all’estero».
Insomma, non sa nulla della questione morale Idv? Tutte le cose che lei, ex numero due di Di Pietro, aveva denunciato l’estate scorsa sono di dominio pubblico. Davvero non sa nulla?
«No».
Allora la aggiorno. Mmmh, vediamo... Barbato ha preso le distanze dall’Idv, l’ex pm è stato...
«Barbato? Barbato sapeva tutto benissimo, e poteva pensarci prima quando abbiamo fatto la battaglia per la Lista civica. Un giorno siamo andati a cena dopo una grande manifestazione a Napoli. Marco Travaglio gli ha fatto un elenco lunghissimo di persone che non dovevano stare con l’Idv. Lui ci disse che non gli interessava candidarsi, perché viveva già bene con la sua professione. Poi improvvisamente, lui e Pancho Pardi, hanno accettato la candidatura. E noi ci siamo ritirati in buon ordine».
Ah, ecco. Vabbè, concludo. Dicevo, l’ex pm è stato sentito dai magistrati di Napoli per 4 ore per il caso Mautone, suo figlio Cristiano e altri esponenti Idv sono indagati... Ah, Di Pietro ha annunciato che cambierà lo statuto Idv...
«Vuol dire che l’associazione a tre scompare e rimane come unico soggetto il partito? Sarebbe una bella vittoria. E Di Pietro dovrebbe darmene atto. Anzi, mi dovrebbe ringraziare per aver sollevato la questione».
E se non è così?
«Se non è così ci hanno presi in giro. Se le cariche di Di Pietro e della tesoriera Idv Silvana Mura restano a vita, con un marchingegno giuridico all’italiana, resta tutto come prima».
Cioè come aveva sempre detto lei?
«L’associazione “familiare” che oggi controlla il finanziamento pubblico è cosa diversa dal movimento e dal partito. Se uno ci vuole entrare deve avere il placet di Di Pietro, davanti al notaio».
Associazione di cui, quando è andato via, non sapeva nulla. Giusto?
«Non si capisce perché Di Pietro, che ha fatto della legalità la sua battaglia politica primaria, ha avuto bisogno di fare un’associazione a latere, di cui nemmeno io sapevo nulla. E al tempo io ero vicepresidente Idv con delega notarile - neanche richiesta - sulla presentazione del simbolo. Non si capisce perché è stata fatta se l’ex pm aveva intenzione di muoversi in maniera corretta. Quell’associazione negava all’origine la nascita di Idv. Nessun partito ha alle spalle un’associazione così».
Ma se l’associazione non è titolata a gestire i soldi pubblici, perché finora l’ha fatto?
«Il finanziamento non andava dato all’associazione ma al partito. L’associazione non aveva i requisiti. Alla prima udienza per discutere del ricorso che abbiamo presentato il giudice di Roma ha scritto che il partito era “contumace”».
Sì, però Di Pietro dice che la Corte dei conti...
«E certo! Ogni volta che si parla del finanziamento all’Idv Di Pietro cita la Corte dei conti, ma non cita mai il parere dei revisori dei conti della Camera che per il biennio 2005-2006 hanno detto: “I bilanci Idv non sono coerenti con la legge”. E peraltro non è l’unico partito nelle stesse condizioni».
E la Camera non ha fatto nulla?
«Messa sull’avviso l’ufficio di presidenza della Camera - allora presieduta da Fausto Bertinotti - se n’è fregata. Anzi. L’ultima volta il giudice ha autorizzato il decreto ingiuntivo sul finanziamento Idv, e Bertinotti si è opposto, dando mandato all’avvocatura di Stato. È grave che la Camera dei deputati si sia comportata così, a fronte di più iniziative giuridiche».
«Avrebbe dovuto bloccare i soldi. Mi auguro che il nuovo presidente della Camera metta un po’ d’ordine. Quantomeno sui criteri di attribuzione dei soldi».
Cosa non funziona?
«La somma che i partiti incassano, tutti, è eccessiva rispetto agli altri paesi Ue. Ma la questione più scottante è che quel finanziamento non è soggetto né a regole né a sanzioni. Non c’è controllo. Basterebbe introdurre la responsabilità giuridica dei partiti. Quei soldi sono talmente tanti che i partiti possono andare avanti senza prendere tangenti».
Anche l’Italia dei valori?
«Se parliamo di etica e di politica come fa Di Pietro non parliamo di penale, perché a quello ci pensano i giudici. Questo è un modo per delegare tutto alla magistratura. E non va bene. I problemi deve risolverli la politica».
Fuori dal Psi nell’81, fuori dall’Idv nel 2001. Ce l’ha per vizio?
«Non capisco perché dovevo essere intrasigente con Craxi, che qualche merito politico ce l’aveva, e non con Di Pietro».
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