giovedì 24 settembre 2009

CASO MORO, UN PENTITO RIVELA "TUTTI SAPEVANO DI VIA GRADOLI"...

Quanto asserisce questo ennesimo pentito che dice di non volere nulla in cambio della sua "collaborazione", ma poi si lamenta di non avere protezione e rischia di essere ammazzato dai suoi ex amici di malaffare,  di essere senza soldi e lavoro, è cosa che deve essere indagata a fondo per la sua estrema gravità.


«Tutti sapevano di via Gradoli».


Francesco Fonti, il pentito della ‘ndrangheta che ha permesso di individuare le "navi dei veleni" nei fondali della Calabria, fa nuove clamorose rivelazioni. Stavolta sul caso Moro, l´ex presidente della Dc sequestrato e ucciso dalle Br nel 1978. Una testimonianza raccolta da Riccardo Bocca de L'Espresso, registrata con un video, che accompagna un lungo articolo pubblicato sul sito del settimanale.


Fonti racconta di essere stato inviato dalla ‘ndrangheta a Roma nel marzo del ‘78, chiamato da Riccardo Misasi, ex braccio destro di De Mita, e dall´onorevole Vito Napoli. Il suo boss, Sebastiano Romeo, gli dice che bisogna dare una mano per scoprire il covo delle Br e di mettersi in contatto con «l´amico» dei Servizi. Il pentito riferisce di un incontro con l'ex segretario della Dc Benigno Zaccagnini, sostiene di aver presto capito che diversi personaggi della banda della Magliana sanno che Aldo Moro e i suoi rapitori stanno in via Gradoli, sulla Cassia.


«Come è possibile, mi domando, che tutta la malavita di Roma sappia dove si trova il covo delle BR?».
Fonti - scrive L'Espresso - ha riscontri anche dai rappresentanti della ‘ndrangheta nella capitale, dove incontra la sua fonte nel Sismi, un certo Pino. È lui che lo porta dall'allora direttore del Servizio, Giuseppe Santovito, il 4 aprile 1978.

«Pino mi porta dal capo a Forte Braschi. Santovito mi chiede se ho notizie su un appartamento in via Gradoli 96. Gli rispondo che ho sentito questo indirizzo da amici. E lui commenta: "Tutto vero, Fonti: è giunto il momento di liberare Moro"». Ma tornato in Calabria, il suo boss lo gela: «A Roma i politici hanno cambiato idea. Dicono che dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri».

Fonti decide di chiamare la questura capitolina: «Via Gradoli 96, lì troverete i carcerieri di Moro». Pochi giorni dopo il covo di via Gradoli viene scoperto per una "strana" perdita d´acqua. Dei brigatisti non c´è traccia.



«Non c´è stata la volontà di agire», afferma il pentito. Una conferma l'uomo ritiene di averla avuta nel 1990, quando stava nel carcere di Opera con Mario Moretti: il capo delle BR riceveva ogni mese una busta con un assegno circolare. «Qualche tempo dopo un brigadiere che credo si chiami Lombardo mi confida che, per recapitare i soldi (del ministero dell´Interno [i ministri di quel periodo furono Antonio GAVA e Vincenzo SCOTTI. NdB]), lo hanno fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto tale Moretti viene retribuito. L´ennesimo mistero tra i misteri».


Il Pdci chiede una verifica. Cautela in procura a Roma: il video sarà visionato, tra oggi e domani si deciderà che fare.


2 - "IO BOSS, CERCAI DI SALVARE MORO"
Testimonianza di Francesco Fonti raccolta da Riccardo Bocca per


Si chiama Francesco Fonti, e il suo nome in queste settimane rimbalza tra giornali e televisioni. Grazie al dossier che ha consegnato alla Direzione nazionale antimafia, pubblicato da "L'espresso" nel 2005, i magistrati della Procura di Paola e la regione Calabria hanno individuato il 12 settembre scorso, al largo della costa cosentina, il relitto di un mercantile carico di bidoni: il primo passo verso una verità che riguarda il traffico internazionale di scorie tossiche e radioattive.

Un intreccio tra politica, servizi segreti e malavita organizzata."Soltanto un aspetto, per quanto grave, della mia attività", lo definisce Fonti (condannato a 50 anni di carcere, prima di iniziare la collaborazione con i giudici).

E sempre Fonti, in queste ore delicate, decide di rivelare al nostro giornale un altro capitolo della sua vita criminale: il ruolo che avrebbe avuto nel tentativo di salvare la vita al presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, rapito il 16 marzo 1978 dalle Brigate Rosse e trovato morto nel centro di Roma il 9 maggio seguente. Un compito, dice, affidatogli dal boss Sebastiano Romeo, dietro richiesta di una parte della Dc. Ecco il drammatico racconto, in prima persona, di quelle tre settimane.

Non mi lascia aprire bocca, Sebastiano. È innervosito dall'allarme nazionale procurato dal caso Moro, un clamore che sta disturbando gli affari della nostra organizzazione. "Ho ricevuto pressioni a due livelli", spiega: "Mi hanno chiamato Riccardo Misasi e Vito Napoli (figure di spicco della Democrazia cristiana calabrese, ndr), ma anche certi personaggi da Roma...". Non precisa chi sono, queste persone. Ribadisce, invece, che la missione è di importanza straordinaria, e non avrebbe accettato un mio fallimento.


Con questa premessa parto per la Capitale il giorno dopo. Salgo sulla mia Renault 5 Alpine grigia metallizzata e scarico i bagagli all'hotel Palace di via Nazionale, dove ho già soggiornato e dove consegno documenti falsi intestati a un inesistente Michele Sità. Poi mi metto in contatto con un agente del Sismi che si fa chiamare Pino: un trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta, con capelli corti pettinati all'indietro. L'ho conosciuto anni prima tramite Guido Giannettini, il quale ha cercato di blandirmi per ottenere informazioni sulla gerarchia interna della 'ndrangheta.

Visto il solido rapporto tra me e Pino, gli chiedo cosa sappiano i servizi del caso Moro, e se abbiano scoperto dove si trovano i carcerieri delle Br. Lui risponde vago, dicendo che è una storiaccia, e che neppure lui è riuscito a capire come stiano le cose. In compenso, mi invita a parlare con il segretario della Democrazia cristiana Benigno Zaccagnini, il quale sta lavorando sotto traccia per aiutare Moro. Un'ipotesi diventata, poche ore dopo, un vero appuntamento.

Al termine di una giornata convulsa (durante un ultimo controllo alla Fiat 130 su cui viaggiava Moro, è stata trovata una terza borsa non elencata nel verbale della prima perquisizione) rivedo infatti l'agente Pino, che nel frattempo ha parlato con Zaccagnini. E mi dice di presentarmi il giorno dopo, alle 10 della mattina, al Café De Paris di via Veneto.


Specificando: "In mano devi tenere la "Gazzetta del sud"", di cui mi consegna una copia. "In questo modo, il segretario ti riconoscerà facilmente". Il mattino del 22 marzo, mentre al Viminale si riunisce il Comitato tecnico operativo gestito dal ministro dell'Interno Francesco Cossiga, arrivo puntuale all'appuntamento. Mi siedo a un tavolino nel dehors del Cafè de Paris, e aspetto circa dieci minuti.

Dopodiché arriva il segretario Zaccagnini: dà un'occhiata attorno, mi individua e si accomoda di fronte a me. Forse, penso, ha qualche indicazione chiave da riferirmi. Ma non è così: "È un brutto momento per la coscienza di tutto il mondo politico", inizia senza neppure avermi detto buongiorno. Si vede che è imbarazzato, e irritato, per essere costretto a incontrare uno come me.

"Mi creda", prosegue, "non avrei mai immaginato un giorno di sedermi davanti a lei in qualità di petulante. Non sono mai sceso a compromessi, ma se sono venuto a incontrarla, significa che il sistema sta cambiando. Faccia in modo che quella di oggi non sia stata una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva. Ci dia una mano e la Dc, di cui mi faccio garante, saprà sdebitarsi". Poi sorseggia un sorso d'acqua, si alza per andarsene e aggiunge: "Noi non ci siamo mai incontrati... Se ci saranno notizie che vorrà darmi di persona, le dirà all'agente Pino".

La mia risposta, visto l'atteggiamento scostante del segretario, è gelida. Mi limito a comunicargli che mi sono attivato per recuperare le informazioni utili. E aggiungo: "Sicuramente le nostre ricerche saranno fruttuose, e le saranno comunicate da me in prima persona". Parole che pronuncio con convinzione. Non posso sapere che questa sarà la prima e unica volta che incontrerò Benigno Zaccagnini, e tantomeno che nelle settimane seguenti succederanno fatti anche per me sorprendenti.

A partire dall'incontro con un malavitoso capitolino, noto con il soprannome di "Cinese" per i baffetti alla mongola. Non so quale sia il suo vero nome, ma è certamente inserito nella celebre banda della Magliana. Me lo spiega il referente romano di Cosa nostra, Pippo Calò, il quale garantisce che può essermi utile: "Quelli sanno tutto?", dice. E aggiunge che, in quelle stesse ore, anche Cosa Nostra sta lavorando per i politici romani all'individuazione dei carcerieri di Aldo Moro.

"So bene che le promesse dei politici non vengono mantenute", mi dice, "ma dobbiamo aiutarli per cercare di ottenere l'annullamento degli ergastoli inflitti ai nostri uomini".

Da parte mia, ho forti perplessità a trattare con la malavita romana, perché in Calabria si dice che con i romani si può mangiare e bere, ma non fare affari. Parlano troppo. Si vantano e cacciano tutti nei guai. Così, quando incontro il Cinese tramite Bruna P., una donna con la quale ho una relazione, e che ha un negozio di biancheria intima dove ricicla soldi della Magliana, sono molto prudente.

Ci vediamo il 25 marzo, giorno in cui le Br diffondono il loro secondo comunicato, in una birreria di via Merulana, a poche decine di metri da piazza San Giovanni. E il mio interlocutore non tarda a fare lo sbruffone: "Lo sanno tutti dove sono nascosti Mario Moretti e tutti gli altri!", ride. Impugna un boccale di birra da un litro, e nonostante la delicatezza del tema parla a voce alta nel locale affollatissimo: "I rapitori di Moro si trovano in un appartamento in via Gradoli, dalle parti della Cassia", dice. Non mi indica il numero esatto, ma in ogni caso non ha dubbi: "Se lo volessero trovare, Moro, non ci vorrebbe niente. Però chi lo vo' trovà, a quello?", conclude con un'altra risata.
aldo moro prigioniero visto da tullio pericolicopertina left aldo moro

Inutile dire che rimango perplesso: da una parte mi fa divertire, come si comporta il Cinese, dall'altra temo di buttare il mio tempo. Com'è possibile, mi domando, che tutta la malavita di Roma sia al corrente di dove si trova il covo delle Brigate rosse? Ci vogliono ben altre conferme, penso, prima di contattare Zaccagnini; e anche per questo decido di parlare con Angelo Laurendi, un 'ndranghetista di Sant'Eufemia D'Aspromonte che conosco da tempo e che spero possa darmi notizie interessanti.

Una speranza, purtroppo, infondata, ma questo non significa che la nostra chiacchierata sia inutile. Angelo, infatti, mi accompagna sulla sua Lancia Appia nel comune di Ciampino, e per la precisione in un negozio di mobili il cui proprietario è Morabito di Reggio Calabria, un 'ndranghetista di cui non conosco il nome di battesimo. È comunque in quel momento un uomo tarchiato, sulla quarantina abbondante, con la barba scura e una piccola cicatrice sullo zigomo.

Mi accoglie cordiale e rispettoso in ufficio, e quando domando se gli risulta di un appartamento delle Brigate rosse in via Gradoli, annuisce: "Voi potete stare sicuro che qualcosa c'è, in via Gradoli", dice. "Mi hanno detto che i brigatisti gestiscono un appartamento, lì, e probabilmente c'entra con Moro".

A questo punto, capisco che l'indicazione datami in prima battuta dalla banda della Magliana non è così improbabile. Perciò ricontatto l'agente Pino, gli faccio credere di non sapere ancora nulla, e insisto per ottenere nuovamente aiuto. Una richiesta che non può rifiutare, visto il nostro legame, tant'è che dopo avere premesso che sono in atto vari depistaggi, mi suggerisce di parlare con l'appuntato dei carabinieri Damiano Balestra, addetto all'ambasciata di Beirut sotto il comando del colonnello del Sismi Stefano Giovannone, il quale gli ha raccomandato di salvare a tutti i costi il presidente Moro (non a caso, in una sua lettera durante la prigionia, Moro invoca proprio l'intervento di Giovannone, ndr).

"Balestra ha ottime fonti", dice l'agente Pino. E non sta esagerando. Ne ho la riprova quando ci vediamo tutti e tre (io, Pino e Balestra) negli ultimissimi giorni di marzo, davanti a un bar nel quartiere romano dell'Alberone, dalle parti di via Tuscolana. È pomeriggio, e parliamo a bordo della Lancia di Pino. Il discorso dell'appuntato Balestra è chiarissimo: "Io sto dando l'anima", dice, "per arrivare alla liberazione del presidente, ma continuo a sbattere contro un muro. Ogni informazione che ricevo è vera e falsa allo stesso tempo. Non distinguo più tra chi mi vuole aiutare e chi cerca di farmi girare a vuoto.



In più c'è la guerra politica, con i socialisti che vogliono vivo Moro, e gran parte della Dc che finge di volerlo liberare". Poi sussurra: "In questo covo di cui si vocifera, in via Gradoli 96, non abita nessuno. O almeno, così dice chi ha verificato (un primo sopralluogo in via Gradoli 96 è avvenuto il 18 marzo: sono stati perquisiti tutti gli appartamenti tranne quello affittato dalle BR,dove l'inquilino non ha risposto al campanello e gli agenti se ne sono andati, ndr)". In ogni caso, insiste Balestra, ha la certezza che in quella casa bazzichino i brigatisti, anche se non sono stati fermati.

È qui che capisco quanto la mia trasferta romana rischi di essere inutile. Il dramma di Moro campeggia sulle prime pagine dei giornali, i partiti si mostrano formalmente costernati, ma dietro le quinte si consuma qualcosa di inconfessabile. Chi si batte veramente, con tutte le forze, per individuare i covi delle Br, non viene appoggiato.

Anche se è una persona seria come il democristiano siciliano di corrente fanfaniana Benito Cazora (scomparso nel 1999, ndr); un parlamentare che cerca di incontrare chiunque possa svelargli dove si nascondano i brigatisti e dove sia segregato Moro. Tra gli altri, il deputato parla con un certo Salvatore Varone, 'ndranghetista che noi chiamavamo Turi, ma che si presenta a Cazora come Rocco, incontrandolo in varie occasioni delle quali non conosco i particolari.

Posso invece riferire, per quel che mi riguarda, che contatto l'onorevole Cazora tramite Morabito di Ciampino, il quale dice che questo parlamentare "sta impazzendo per avere informazioni sul presidente Moro". Fisso quindi un incontro con lui a Roma, nel ristorante Rupe Calpurnia, dove noi 'ndranghetisti abbiamo festeggiato il compleanno dell'affiliato Rocco Sergi. Il nostro dialogo è breve e teso, e si svolge in presenza degli 'ndranghetisti Morabito e Laurendi. Cazora è angosciato, in effetti. Mi spiega che ha già parlato con un altro calabrese, Rocco, e che è perplesso perché ha fatto lo spaccone: "Sostiene", mi dice Cazora, "che può recuperare informazioni visto che i calabresi a Roma sono 400 mila, e perciò possono controllare il territorio'.


Io, dentro di me, penso che sono strane frasi, per uno come Varone che nella 'ndrangheta conta come il due di picche. In ogni caso, non faccio commenti perché non so chi frequenti Varone. Mi limito a informare il deputato che mi sto muovendo, dietro un mandato politico, per trovare il covo dei brigatisti, anche se non ho notizie certe. Al che lui risponde: "Mi auguro sinceramente che abbiate più fortuna di me, grazie alle vostre amicizie". Intanto i giorni passano, e la situazione si fa sempre più drammatica.

Il 29 marzo le Brigate rosse recapitano il terzo comunicato, con allegata una lettera di Aldo Moro per il ministro dell'Interno Cossiga. Il 4 aprile tocca a un quarto comunicato, trovato con l'angosciante missiva in cui Moro si rivolge a Zaccagnini (sulla trattativa per la liberazione, il presidente scrive: "Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la Dc che, nella sua sensibilità ha il pregio di indovinare come muoversi nelle situazioni più difficili. Se così non sarà, l'avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone", ndr).

È evidente, dopo simili parole, che il dramma del sequestro rischia di incanalarsi verso la peggiore conclusione, e io stesso temo di fallire la missione. Ma mentre il clima si invelenisce, e le speranze di salvare Moro diminuiscono, mi ricontatta l'agente Pino per farmi sapere che Giuseppe Sansovito, numero uno (piduista, ndr) del Sismi, ha espresso il desiderio di parlarmi. E così accade.

Di lì a poco, Pino mi porta dal capo a Forte Braschi, e dopo un dialogo interlocutorio Santovito mi chiede se ho notizie precise riguardo a un appartamento in via Gradoli 96. Gli rispondo che, in effetti, ho sentito questo indirizzo da amici, e lui commenta: "Tutto vero, Fonti: è giunto il momento di liberare il presidente Moro". In ogni caso, aggiunge congedandomi, "teniamoci in contatto tramite Pino".

La mattina dopo, quella di domenica 9 aprile (o di lunedì 10, non vorrei sbagliarmi), lascio la Capitale e mi precipito a San Luca da Sebastiano Romeo. Sono soddisfatto perché non soltanto so dove probabilmente sono nascosti i brigatisti, ma c'è anche il preannuncio datomi dal colonnello Santovito della futura liberazione del presidente Moro.

Quando però incontro Sebastiano, lui ascolta con attenzione il mio resoconto per una mezz'ora, dopodiché mi stronca: "Sei stato bravo", riconosce. "Peccato che da Roma i politici abbiano cambiato idea: dicono che, a questo punto, dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri". Una frase assurda, imprevedibile, che lì per lì incasso in silenzio, ma che di fatto vanifica il mio lavoro nella Capitale. Sono stanchissimo, amareggiato. Ho indagato come si deve, a Roma, e adesso dovrei fottermene come se ne fotte l'intera classe politica.

Ci provo con tutto il cuore, ma non ci riesco: sono un 'ndranghestista di primo livello con tanto di sgarro (indispensabile per accedere al massimo livello dell'organizzazione, ndr), ma sono anche una persona che sa dire di no, a volte: e questa è una di quelle volte.

Dopo l'incontro con Romeo, dunque, torno a Bovalino e telefono alla Questura di Roma, presentandomi al centralinista come Rocco. "Andate a Roma, in via Gradoli al numero 96", scandisco, "e troverete i carcerieri di Aldo Moro". "Da dove sta chiamando?", domanda il centralinista allarmato. "Chi parla? Chi è lei?", insiste. Ovviamente non rispondo; abbasso la cornetta e provo anon pensarci più.

Una promessa impossibile da mantenere. Poco dopo, il 18 aprile 1978, il covo di via Gradoli 96 viene scoperto per una strana perdita d'acqua. Dei brigatisti, come logico viste le premesse, non c'è traccia. E a questo punto so bene il perché: non c'è stata la volontà di agire. C'è invece, molti anni dopo, nel 1990, il mio incontro nel carcere di Opera (provincia di Milano, ndr) con il capo delle Br Mario Moretti, colui che ha ammesso di avere ucciso il presidente Moro, assieme al quale frequento casualmente un corso di informatica.

I nostri rapporti si fanno presto cordiali, piacevoli; lui sa esattamente chi sono e mi rispetta. Io pure. Finché un giorno, mentre armeggiamo al computer, una guardia gli consegna una busta e annuncia: "Moretti, c'è la solita lettera". Lui la apre senza nascondersi, estrae un assegno circolare, lo firma sul retro per girarlo all'ufficio conti correnti che permette l'incasso, e mi dice: "Questa, Ciccio, è la busta paga che arriva puntualmente dal ministero dell'Interno".

Frase che all'istante scambio per una battuta, per uno scherzo tra carcerati: sbagliando. Qualche tempo dopo, un brigadiere che credo si chiami Lombardo mi confida che, per recapitare soldi a Moretti, lo hanno fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto tale è stato retribuito. L'ennesimo mistero tra i misteri del caso Moro, dico a me stesso; l'ennesima zona grigia in questa storia tragica.


Fonte: E. V. per "la Repubblica" sito Dagospia del 23-9-2009

mercoledì 23 settembre 2009

Pd, Franceschini accusa Bersani


La battaglia per la conquista della segreteria del PD è giunta al momento dei panni sposrchi che si lavano in pubblico. Eccone il resoconto.

Quello che, però,  mi chiedo: ma i 250.000,00 € ed oltre che l'on. Bersani sta spendendo per la sua campagna elettorale, dove li ha presi? La lettura del libro Falce e carrello, di cui ho già scritto qui, è molto illuminante sulla probabile provenienza del denaro.

Pd, Franceschini accusa Bersani: spende troppi soldi. La risposta: è solo caciara

Marino invece parla di brogli nei circoli della Calabria
Il segretario accoglie l'idea di un faccia a faccia a tre
 Il dibattito congressuale nel Pd si addentra su terreni scivolosi, che rischiano di far slittare il confronto nella rissa: a lanciare il sasso sono stati Ignazio Marino, che ha parlato di brogli nei congressi in Calabria, e anche Dario Franceschini, che ha chiesto a Pier Luigi Bersani una maggiore sobrietà nell'uso dei soldi per la campagna in vista delle primarie. Il comitato Bersani ha replicato accusando Franceschini di volerla «buttare in caciare» per il nervosismo a causa dei primi risultati dei congressi dei circoli.

Ad aprire le polemiche ci ha pensato Marino, che ha riferito di gravi irregolarità in alcuni circoli della Calabria, uno dei feudi di esponenti dalemiani, dove si sta imponendo Bersani e dove avrebbero votato più persone degli iscritti. Marino ha parlato di un «bubbone» da estirpare. Anche Franceschini ha definito «sconcertanti» questi episodi.

La commissione di Garanzia regionale è subito intervenuta con verifiche, accertando (con voto all'unanimità) la regolarità del voto a Catanzaro, l'irregolarità in diversi circoli in provincia di Vibo Valentia, e preannunciando di voler accogliere il ricorso del comitato Franceschini per Reggio Calabria, se esso sarà non generico ma circostanziato. La falla è stata dunque arginata subito, ma si presta alla polemica, tant'è che il leghista Federico Bricolo ha parlato di «brogli» e di «uno spettacolo da Prima Repubblica»; mentre Maurizio Gasparri (Pdl) saluta il «fallimento annunciato».

Non meno delicato il secondo punto di polemica, sollevato da Franceschini. Il segretario, in una lettera agli altri due candidati, ha preso spunto dalla campagna di affissioni a pagamento di Bersani, per chiedere un «codice di autoregolamentazione» che eviti la pubblicità a pagamento. Questo per ragioni di sobrietà di fronte alla crisi economica, e perchè i militanti si sono lamentati che i soldi non vengano utilizzati invece in campagne contro il governo. Michele Meta, coordinatore della mozione Marino, ha dato ragione a Franceschini: «Abbiamo visto persino i famigerati "sei per tre" di berlusconiana memoria«, ha sottolineato.

Bersani ha replicato a muso duro, con il suo COmitato che ha ricordato che il Codice di autoregolamentazione c'è già. Ma il punto è proprio questo. In effetti la commissione di Garanzia ha stabilito, il 21 luglio scorso, un tetto di spesa di 250.000 euro per ciascun candidato, quindi le parole di Franceschini alluderebbero a uno sforamento del tetto da parte di Bersani. Anche se non lo si vuole dire apertamente, al comitato Franceschini sono in molti ad essere convinti che ciò sia avvenuto. Le parole del segretario sarebbero un primo segnale per dimostrare che l'attenzione su questo punto è alta, e che non si transigerà. Anche perchè, osserva Marina Sereni, «quello della sobrietà della politica è un tema sentito tra i nostri iscritti e i nostri elettori».

Insomma la sobrietà e la questione morale saranno oggetto di campagna sia nei voti nei Circoli dei prossimi giorni, sia dopo alle primarie. »Evidentemente i risultati non soddisfacenti che giungono dai congressi spingono gli esponenti della mozione Franceschini a 'buttarla in caciarà«, ha commentato Oriano Giovanelli, esponente della mozione Bersani. Intanto, è rispuntata l'idea di un "faccia a faccia" tra i tre candidati, lanciata tre settimane fa da Marino e finora respinta da Bersani e Franceschini. Oggi è stato quest'ultimo a riproporla, ricevendo il plauso di Marino («finalmente»), e annunciando di aver chiesto a Youdem Tv di raccogliere la disponibilità di tutti e tre i candidati per organizzare il dibattito pubblico.
Fonte: il Messaggero.it 22-09-209 

Berlusconi sarà processato


FINALMENTE!


Così i molti giustizialisti duri e puri, ma a casa altrui, ad iniziare dagli ex pubblici ministeri Di Pietro &  De Magistris - che sono i promotori di questo "processo" - saranno arcicontenti. Non lo è, però, il Presidente della Repubblica,
che ha dichiarato che non bisogna usare il parlamento delll'UE per cose interne.  


Eccovi l'intesessante storia di questo "processo" a Berlusconi.


Il Neuroparlamento di Bruxelles e Strasburgo discuterà e addirittura voterà una risoluzione proposta dal partito di Di Pietro sulla libertà di stampa in pericolo in Italia perchè Berlusconi ha querelato la Repubblica e l'Unità. Ditemi che sto sbagliando, che ho frainteso. Arrivo a capire che Di Pietro nel suo furore rustico-giudiziario paragoni Berlusconi a Saddam e auspichi la stessa fine; arrivo a capire che per fare ammuina il suo partito italo-talebano investa il Parlamento europeo di una tesi del genere e arrivo persino a capire che un'opposizione di sinistra ormai alla frutta, anzi all'ammazzacaffè, si possa accodare a questa disperata trovata.


Ma non posso pensare che nel Parlamento europeo - e su iniziativa del gruppo che si dice liberale - si prenda in seria considerazione, si discuta e addirittura si metta ai voti una mozione del genere. È una triplice pazzia da ricovero immediato o da interdizione dai pubblici uffici. Dico una triplice pazzia non a caso. La prima follia è quella di prendere sul serio la tesi che la querela di un presidente del Consiglio dopo una serie di attacchi violentissimi sulla sua vita privata, da cui non è emerso neanche uno straccio di reato da contestargli, possa configurarsi come una minaccia alla libertà di stampa. Non conosco un regime totalitario, autoritario, dispotico, ma anche vagamente paternalistico e poco liberale, che abbia fatto ricorso alla querela per zittire o perseguitare chi si oppone al governo. Che razza di tiranno è uno che ricorre all'arbitrato della magistratura, cioè di un soggetto terzo e di un potere giudiziario, per giunta tutt'altro che compiacente verso di lui, per dirimere una controversia con la stampa?


Mi fa ridere, e poi piangere, solo immaginare Stalin che querela Trotzky anziché farlo massacrare. Ma anche le democrazie più furbe e malcavate usano mezzi più efficaci e meno vistosi per mettere a tacere la stampa d'opposizione: subdoli ricatti agli editori, viveri tagliati, sordina, pressioni di altro tipo. Accadeva anche nella prima Repubblica nostrana e accade in tante democrazie occidentali... La querela è la più ingenua, disarmata e plateale reazione che un potere possa usare contro la stampa. La seconda pazzia è quella di ritenere la querela di Berlusconi un'anomalia senza precedenti. La nostra Repubblica, dai tempi di De Gasperi a quelli di De Mita, fino al tempo di D'Alema e Prodi, ha visto premier che querelavano giornali e giornalisti.


E in alcuni casi li ha fatti sbattere in galera: pensate al povero Guareschi che aveva dato una robusta mano alla Dc nel '48 e poi finì in galera con l'accusa di aver diffamato il premier Alcide De Gasperi. E nonostante ciò, chi dubita che De Gasperi fosse democratico e liberale? Di azioni legali di politici contro giornalisti è pieno il carnet europeo. Da noi c'è stato persino l'abuso di querele da parte di politici contro la stampa: Di Pietro ne sa qualcosa. Non parliamo poi delle querele dei magistrati alla stampa, quasi sempre vinte dai medesimi, con risarcimento immediato e congruo, avendo il coltello dalla parte del manico.


La terza follia è l'ingerenza dell'Europarlamento nella vita e nella sovranità di una nazione libera, adulta e democratica, che ha il suo Parlamento, i suoi organi giudiziari, la sua opposizione e la sua stampa d'opposizione. E che ha un tasso di risse e campagne violente contro il governo come nessuno in Europa. È un'offesa a tutti gli italiani, a noi popolo sovrano, alla nostra credibilità nel mondo, ad un paese che ha votato a maggioranza, con votazioni limpide e dall'esito assai netto, per il governo Berlusconi, mandandolo per la terza volta alla guida del paese. È come considerarci immaturi, degni di eurotutela, minorenni e minorati. Una ferita gravissima; verrebbe voglia di rimettere in discussione la nostra permanenza in quel tetro cimitero della democrazia che è il Neuroparlamento. E in questa vigliacca Unione Europea che si vergogna di ricordare la propria carta d'identità e di riconoscere che è nata dalla civiltà cristiana, greca e romana; ma non si vergogna di diffamare un suo socio fondatore, il popolo italiano, accusandolo di aver voluto alla guida del paese un dittatore. Il tutto per un paio di querele con richiesta di risarcimento danni. Leggevo ieri, con divertito stupore, un libro-intervista del professore comunista Asor Rosa che a costo di passare per un revisionista, riabilita il fascismo in rapporto al berlusconismo: «Da tutti i punti di vista il berlusconismo è peggio del fascismo». E leggevo che un giurista letterato come Franco Cordero, sosteneva la stessa cosa su la Repubblica giorni fa. Tutto ciò mentre pubblicano liberamente i loro testi, tutti ne parlano e nessuno osa neanche pensare di scalfire la loro libertà di diffamare con quelle gravi accuse il capo del governo. Ma la cosa che più disgusta è l'oltraggio che questi intellettuali e questi europarlamentari compiono verso coloro che hanno davvero perso la vita e la libertà per difendere le loro idee. Vittime di regimi totalitari, a cominciare e a finire dal comunismo (perchè il comunismo precede l'esperienza del fascismo e del nazismo e sopravvive per svariati decenni alla loro morte); ma più vastamente a tutti coloro che nel corso dei secoli hanno patito davvero la mancanza di libertà di espressione e sono stati perseguitati. È un'offesa far passare per martiri questi giornalisti che proseguono indisturbati il loro lavoro, compresi gli insulti. Non confondete vere e tragiche vittime con questo libero e gratuito tiro al bersaglio.


Questa gente che denuncia un'inesistente perdita della libertà in Italia è divisa tra rozzi giacobini aglio-oglio-e-ghigliottina che ignorano la storia e non sanno cosa voglia davvero dire perdere la libertà; e rancidi intellettuali, magari comunisti e teorici non pentiti della violenza, in preda a deliri maniaco-depressivi. Gente che ha perso il senso della misura e della realtà, della storia e della verità. Sarà poi divertente spiegare all'Europarlamento che una querela fatta a un giornale dal presidente Berlusconi è una minaccia alla libertà mentre una querela fatta a un giornale dal presidente Fini è una difesa della libertà. Si dovrà ricorrere ad Orwell e alla neolingua per spiegare la differenza abissale tra due cose identiche. Chiamate un'ambulanza; questa non è un'Europa normale. L'ideologia è morta ma i suoi fetidi miasmi ammorbano teste, testate e partiti.


di Marcello Veneziani,fonte: Il Giornale del 22 settembre 2009, pag. 1 


Sulla mancata libertà di stampa in Italia, basta leggere quanto ha scritto il direttore de il Riformista, quotidiano non certo di fede berlusconiana: TUTTE FESSERIE INVENTATE. LA REALTA'  E' QUELLA CHE OGNUNO SCRIVE QUELLO CHE VUOLE.

Calabria, legge ad personam e contra personas


Siamo alle solite: non ci bastano le 'ndrine che lo Stato non riesce a sconfiggere, ci si mettono pure i politici che fanno i "nostri" interessi nel saccheggiare le casse della Regione e dello Stato. Bel modo di governare in nome del Popolo sovrano...


Vi trascrivo l'articolo che descrive minuziosamente la vicenda alla quale nessun magistrato pare essere interessato, nonostante l'obbligatorietà delll'azione penale tanto sbandierata quando fa comodo!




Calabria, legge ad personam e contra personas


Sarà pur vero che le leggi personali le ha inventate Berlusconi. Ma c’è chi, a sinistra, ne cavalca l’esempio. Di più: riesce a fondere in un solo atto normativo una legge ad personam e contra personas, oltre che contro le regole più elementari dello Stato di diritto.
Per raccontare questa storia, bisogna immergere lo sguardo nei palazzi del potere calabrese, facendo correre all’indietro l’orologio, fino alla data del 2001. Mentre il mondo inorridisce dopo l’attentato alle Twin Towers, la Calabria approva una legge (n. 25 del 29 ottobre 2001) per assumere i portaborse alle dipendenze del Consiglio regionale, attraverso un concorso «riservato». Qualcuno nei giornali mena scandalo, ma dopotutto la stessa sanatoria si ripete in molte altre regioni. Sicché il concorso viene espletato l’anno successivo, 132 portaborse sono dichiarati idonei, ma solo 85 ottengono in premio l’assunzione. E gli altri? Non c’è più posto, la pianta organica è al completo. Però gli esclusi hanno diritto, in base alla normativa statale e regionale, allo scorrimento della graduatoria, se e quando il Consiglio regionale procederà a nuovi reclutamenti. Gioca qui infatti un principio di economia amministrativa: perché mai armare un altro bastimento concorsuale quando la figura professionale che ti serve ce l’hai già, certificata dalla vecchia commissione di concorso?
Due anni dopo, nuovo concorso


Invece nel 2004 la regione indice una nuova procedura concorsuale: 170 posti. Evidentemente in un paio d’anni si era aperta una voragine in quell’organico zeppo come un uovo. Fanno domanda 48.983 persone, la popolazione d’una cittadina di provincia. E infatti il concorso non si è ancora concluso, benché la Calabria ne abbia affidato la gestione a una società esterna, per risparmiare tempo, non certo per risparmiar denaro. Domanda: ma non era meglio assumere gli idonei del 2002? Sulla carta sì, ma c’è portaborse e portaborse. C’è il parente stretto d’un consigliere regionale, c’è il funzionario di partito, il cui profilo corrisponde quasi sempre agli 85 fortunati vincitori; ma c’è anche il portaborse senza troppi santi in Paradiso, oppure disgraziato, nel senso che è caduto in disgrazia nel frattempo. Tuttavia i disgraziati non s’arrendono: vanno in giudizio, e il tribunale di Catanzaro in 29 casi riconosce il loro diritto all’assunzione. Con quali conseguenze? Un danno erariale di 3 milioni e mezzo di euro, non proprio una bazzecola.
Ecco, è a questo punto della storia che entra in scena Sua Maestà la Legge. Se ne rende anfitrione il presidente del Consiglio regionale, Giuseppe Bova, ex diessino adesso in prima fila nel Partito democratico, nonché titolare d’una pagina su Wikipedia non troppo lusinghiera, per una pioggia di polemiche con il movimento antimafia calabrese e per una condanna della Corte dei conti (penne Montblanc in regalo ai consiglieri). Il rimedio? Una legge retroattiva, che cancelli oggi per allora il diritto allo scorrimento della graduatoria.
La certezza del diritto


Alla faccia degli illuministi, che a suo tempo ne vietarono l’uso perché altrimenti se ne va in fumo la certezza del diritto. E alla faccia della pubblica decenza, dato che la legge in questione (n. 27 del 2009) viene costruita nottetempo e in pieno agosto, come si fa con gli abusi edilizi. Senza uno straccio di relazione illustrativa che dia qualche informazione ai pochi consiglieri in aula. Senza neppure un passaggio in commissione, benché lo statuto della Calabria (art. 29) lo renda obbligatorio. Per intendersi: come se improvvisamente il presidente Fini tirasse fuori un foglietto dalla tasca, chiedendo ai deputati di trasformarlo in legge.
Per la verità, in quella notte del 6 agosto, un consigliere (Demetrio Battaglia) osserva che nessuna assemblea legislativa può cambiare in corso d’opera le regole del gioco. Ma il presidente Bova gli risponde secco: «Per strada, qualcuno che non è il legislatore ha forzato il legislatore». Questo qualcuno è il giudice, che evidentemente a Catanzaro vive sulla strada. Poi c’è qualcuno che doveva cautelarsi dal danno erariale (da qui la legge ad personam). E qualcun altro - i 29 disgraziati - che non doveva prendere servizio (da qui la legge contra personas). Ma dopotutto questa vicenda ci consegna una nota positiva: almeno in Calabria, non è vero che le leggi si disinteressano dei destini personali.


di Michele Ainis
Fonte: La Stampa del 22 settembre 2009, pag. 33

lunedì 21 settembre 2009

L’autunno caldo della F1: Todt e l’ira di Briatore


L’ex Ferrari sostituirà Mosley al vertice della Fia:riuscirà a evitare nuove guerre?

Che cosa succederà dopo il 23 ottobre, quando si chiuderà l’era di Max Mosley al vertice della Federazione internazionale dell’automobilismo? Jean Todt, quasi certamente il suo successore, sarà in grado di imporre una svolta o aprirà un’altra guerra con i team? E dobbiamo aspettarci qualche ulteriore colpo di coda del presidente uscente? Esiste il fondato sospetto che Mosley, prima di andarsene, voglia rendere la vita difficile ai suoi nemici: alla Toyota di John Howett, vicepresidente Fota, e pure alla Ferrari, l’alleata di un tempo che in questi mesi ha trainato il cartello dei team contro la Fia. Se vogliamo, secondo un’interpretazione libera ma non troppo, il fatto stesso che davanti al Consiglio mondiale di oggi debba comparire pure Fernando Alonso — il cui passaggio al Cavallino è scontato — è un modo per mandare messaggi a Maranello. Quindi, la risposta alla seconda domanda può essere: sì, è possibile che Mosley non abbia ancora esaurito il «fiero pasto», le cui precedenti portate erano state Ron Dennis e adesso Briatore. Senza dimenticare che il presidente, agitando lo spettro di una crisi reale ma astutamente esasperata, ha colpito la sensibilità verso il risparmio di due colossi dell’auto quali la Honda e la Bmw: la loro uscita di scena, a fine 2008 nel caso dei giapponesi, al termine di questa stagione per i bavaresi, probabilmente non è del tutto slegata dalla politica mosleyana.

LA FERRARI - La Ferrari, dunque. E perché no, visto che ha appoggiato con decisione l’idea di un campionato alternativo, mentre la Fia pensava a una F1 senza Rossa e riempiva la griglia del 2010 di scuderie improbabili, alcune poco più che officine dotate di telefono. Questa è stata un’altra delle vicende controverse di quest’anno orribile, che rischia di allungare le sue ombre anche sulla prossima stagione. Nella scelta dei nuovi ingressi ci sono state pressioni, irregolarità, conflitti di interessi. Con il braccio destro di Mosley, Alan Donnelly — uno di quelli chiamati a esaminare i requisiti delle squadre in corsa — pizzicato mentre trattava per portare sponsor a uno dei concorrenti, la Manor (il cui proprietario è un amico intimo di mr President).

LA LOTUS - Formalmente i team sono stati sottoposti a due diligence, ma con quanta arbitrarietà degli uomini Fia l’hanno raccontato alcuni degli esclusi (e prima di essere esclusi), per esempio Mauro Sipsz e Angelo Codignoni, che hanno persino intentato causa alla Federazione. Alla fine, comunque, sono state ammesse Campos, UsF1 e Manor. Una quarta, che riesuma la sigla gloriosa della Lotus, è stata sdoganata nei giorni scorsi per sostituire la Bmw Sauber, nonostante un cambio di proprietà di quest’ultima che — lo ammette la stessa Fia — garantisce solidità e qualità: un altro dispetto. Ma sulla Lotus qualche certezza esiste, se non altro perché alle spalle ci sono il governo malese e quel Dany Bahar che ha gestito fino a poco tempo fa il «global brand» della Ferrari. Piuttosto, dato che anche la Campos si è dotata di una struttura credibile, le riserve sono sulla UsF1 e sulla Manor. La serietà di questi nuovi team resterà un bel grattacapo per la futura gestione della Fia: dovessero essere inadeguati, potrebbe tornare alla ribalta l’idea della terza monoposto, sponsorizzata dalla Ferrari. Ma resta la prima domanda.

IL DOPO-MOSLEY - Che cosa succederà dopo l’addio di Mosley? Il successo dell’ex rallista Ari Vatanen non è quasi considerato dagli osservatori: troppo più solida la posizione del suo ex team manager alla Peugeot. Da Jean Todt ci si attende una gestione autoritaria e di polso: la personalità non gli manca, bisogna vedere quanto potrà scostarsi dal solco di Mosley che l’ha lanciato e lo appoggia (in cambio dell’aiuto ricevuto in occasione dello scandalo sessuale). Probabilmente l’ex uomo forte della Ferrari si rivelerebbe anche «super partes» (il fatto di provenire da Maranello è una delle perplessità che restano nell’ambiente, nonostante quel capitolo sia stato chiuso nel 2008 e nonostante la Ferrari non fosse così entusiasta della sua candidatura): la sua missione sarà evitare un’altra guerra con la Fota. I team (che lo incontreranno nei prossimi giorni a Singapore) vogliono segnali di discontinuità: a partire dall’allontanamento di alcuni degli uomini di Mosley, Donnelly, ma anche il delegato alla sicurezza Charlie Whiting che vede solo quello che serve (e quando serve). Ma in Formula 1 niente si muove senza toccare Bernie Ecclestone, che non ha più la maggioranza nella società che gestisce i diritti commerciali del Circus (appartiene al fondo Cvc) ma che è, di fatto, colui che manovra tutto nel paddock. La vicenda Piquet-Briatore-Renault, però, dove Bernie non ha brillato per trasparenza («Fottilo» sarebbe stato il consiglio dato a Piquet senior sul conto di Briatore) potrebbe cambiare gli equilibri. Il manager italiano sa che Bernie non ha fatto niente per salvarlo, nonostante i due condividano l’avventura nei Queens Park Rangers di calcio. L’amicizia si è rotta. Al contrario, mister Billionaire negli ultimi anni ha reso buoni i rapporti con l’ex rivale di pista Todt: potrebbe sfruttarli e provare a rientrare strappando a Ecclestone la gestione dei diritti commerciali del Circus. È dura, ma non impossibile. Oppure potrebbe decidere di raccontare un paio delle cose che sa. Su Ecclestone, ma non solo. Le voci di nuovi scandali alle porte si fanno sempre più insistenti. La certezza è che sarà un autunno caldo.

Fonte: Corriere.it
20/21 settembre 2009


venerdì 18 settembre 2009

Salta fuori la verità sul caso Briatore


Come ho scritto nel post precedente, Briatore è l'unico vero Uomo con gli attributi, che esce a testa alta da questa vicenda più che scandalosa - costruita a tavolino - voluta da Ecclestone e Mosley.
La figura dei "conigli" che stanno facendo Renault e FOTA lascia poche speranze ad una azione di pulizia nel circus della F1, anche con l'avvento di Jean Todt alla presidenza della FIA al posto del "padrone" Mosley, quello con gusti sadomaso.
Eccovi l'articolo del Corriere della Sera che comprova le mie certezze.

I verbali

Ecclestone consiglia: frega Briatore

Papà Piquet: «Mosley mi disse: non ci sono le prove, a meno che...»


È il 17 agosto 2009. Londra, uffici dell’agenzia investigativa Quest che opera per la Fia. Nelson Piquet senior viene interrogato da Martin Smith, e Jake Marsh. L'interrogatorio dura poco meno di un'ora. Una lunga conversazione tenuta sino ad oggi segreta, a differenza di altre. Il motivo sta forse in alcune dichiarazioni dello stesso Nelson il quale afferma di aver denunciato i fatti di Singapore al braccio destro di Mosley, Charlie Whiting, alla vigilia del Gran Premio del Brasile dello scorso anno. Whiting gli rispose che «non si poteva provare nulla». Non contento, Piquet dichiara di aver raccontato tutto a Bernie Ecclestone in Ungheria alla vigilia dell'ultima gara di Nelsinho con la Renault, lo scorso agosto: «Gli dissi: cosa devo fare? Bernie rispose: fottilo» intendendo ovviamente Flavio Briatore. Ancora, Piquet riferisce di aver detto tutto anche a Mosley. Risposta del presidente Fia: «Charlie (Whiting) mi ha già informato ma non possiamo provare nulla a meno che non arrivi qualcuno a dirmi come stanno i fatti».

Ora, qualche conto non torna. Non spetta a noi giudicare se ci fu frode sportiva o meno a Singapore ma affiorano molti elementi per ipotizzare che la ricerca della verità sia ampiamente subordinata ad altro. Qualche dato: il GP Singapore venne disputato il 28 settembre 2008. Due giorni più tardi (il 30) scadeva l'opzione di Nelsinho Piquet per il 2009, opzione che Briatore non rinnovò nonostante il supposto debito con un pilota che aveva appena sbattuto contro un muro «per la squadra». La delazione a Whiting avviene in Brasile, tra il 30 ottobre e l'1 novembre 2008. Il 2 novembre Briatore rinnova il contratto di Nelsinho riducendo il compenso da 1,5 milioni di dollari a 1 milione con possibilità di taglio in base alle prestazioni. Il che non quadra con l’incombenza di un possibile ricatto e nemmeno con la nota astuzia di un «ricattabile» Briatore.

La Fia è a conoscenza della cosa da 10 mesi. Eppure l’inchiesta è scattata solo questa estate. Con un avvertimento minaccioso e palese: la squalifica di una gara inflitta alla Renault per una ruota fissata male a Budapest. Squalifica tolta in appello. Un appello al quale i giudici di gara ungheresi non si sono nemmeno presentati. Per intenderci, la molla persa dalla Brawn di Barrichello che ha ferito Massa in Ungheria non ha prodotto alcuna azione federale. Zero. Dunque, viene da chiedere, intesi i rapporti che intercorrono tra Mosley, Ecclestone e Briatore, con quali finalità questa inchiesta sta andando in porto. Briatore si è tolto dalla scena, ma una risposta alla domanda viene soprattutto dal comunicato Renault di due giorni fa. Nel quale la casa francese, in pratica, rinuncia a difendersi, ammette la colpa. Il tutto nonostante le trascrizioni delle comunicazioni radio smentiscano Piquet jr. (il quale chiede una sola volta a che punto è la corsa e non più volte come afferma) e non rilevino alcuna responsabilità del manager italiano.


La paura assoluta e manifesta della Renault si basa sulla convinzione di non trovarsi di fronte ad un normale tribunale ma a una giuria (il Consiglio mondiale della Fia) che agisce secondo criteri propri, connessi alla volontà del proprio vertice. Vale a dire Mosley. Quindi cosa accadde davvero a Singapore diventa un tema strumentale. Lo è già diventato prima del processo. Briatore è fuori. La Renault si è già dichiarata colpevole, mentre, in contemporanea, attacca e denuncia i Piquet davanti a un vero tribunale, quello dello Stato francese. In pratica la Renault è consapevole di non poter essere giudicata dal tribunale Fia in base ai fatti. Piuttosto, sembra chiedere clemenza all’onnipotente sovrano.

Giorgio Terruzzi-Corriere della Sera.it
17 settembre 2009(ultima modifica: 18 settembre 2009)

giovedì 17 settembre 2009

Qualcuno avverta l'ex pm Di Pietro

Licenza di offendere in politica? Niente affatto
.
Dalla Cassazione arriva lo stop a offese e insulti che rischiano di portare al degrado. La Corte ora ha detto basta alla modalità di fare politica attraverso urla ed improperi. Secondo gli Ermellini ''liberalizzare'' un linguaggio offensivo in favore di chi fa politica rischia di portare ad una ''concezione degradante della gestione dei pubblici poteri in cui i rappresentanti della democrazia rappresentativa potrebbero esprimere le proprie opinioni con strumenti vietati dalla legge, invocando un trattamento di favore, una inammissibile disuguaglianza davanti alla legge''. E sulla base di questo principio la quinta sezione penale della Corte (sentenza 31096/2009) ha confermato una condanna a 300 euro di multa, oltre al risarcimento dei danni, nei confronti di un politico che nel corso di una seduta aveva dato del 'cretino' a un suo avversario. Dopo la condanna dei giudici di merito il caso è finito in Cassazione dove l'imputato ha inutilmente sostenuto che il linguaggio utilizzato ''rientra ormai nel linguaggio polemico in uso dai partecipanti alla competizione politica''. 
La suprema Corte ha respinto il ricorso rilevando che ''l'esercizio del diritto al dissenso in un'assemblea di democrazia rappresentativa non puo' essere considerato fatto ingiusto, legittimante nei soggetti politici contestati uno stato d'ira che possa attenuare la gravita' di una violazione di legge''. E questo perche' ''in campo politico lo stato d'ira equivale a stato di intolleranza ma perche' nella dialettica politica, ai livelli alti e meno alti, il fastidio creato dalla critica e dalla diversita' del contendente e' un prezzo che in democrazia va pagato per intero, senza sconti''.
  

Cosa farà adesso l'ex pm, eviterà di trascendere e offendere gli avversari politici, pardon i nemici?  
O se la prenderà anche con i supremi giudici della Cassazione? 

La codardia di molti, il coraggio di uno solo.

Ci mancava anche quest'altra incredibile "telenovella" di genere sportivo: le accuse del giovane Piquet a Briatore, d.s. del team di F1 della Renault.

Incredibile perchè in F1 vi è tanta di quell'elettronica che monitorizza i parametri tecnici dei bolidi da corsa, ma anche i colloqui fra pilota e squadra, che renderebbe molto semplice constatare se il giovane pilota dica la verità. Resta un fatto: a guidare era lui, ed ammesso ma non concesso (come direbbe il compianto Totò),  che la richiesta di provocare l'incidente gli fosse stata fatta, l'unico responsabile è lui, il pilota.
Sarebbe come dire: suicidati perche la tua polizza sulla vita è a mio favore...
Ma mi faccia il piacere... riparafrasando il grande Totò.


Eccovi,in un interessante articolo, i retroscena della vicenda, tralasciando quelli personali del giovane Piquet alquanto discutibili e palesi, che rendono la decisione di Briatore l'unico Uomo con gli attributi in questo maleodorante circus della F1, FOTA compresa.


LA STORIA / INTRIGHI, ALLEANZE, TRADIMENTI NEL CIRCUS IRIDATO DEI MOTORI

Mosley l’aveva detto «Non sono morto»
Così è partita la Formula 1 dei veleni
La spartizione della montagna di denaro gestita da Ecclestone e la vendetta del presidente federale
 
L’uomo che sta per uscire di scena ha fret ta di chiudere i conti e di sistemare quelle che per lui, probabilmente, sono insopporta bili pendenze: dare scacco matto ai nemici personali; ribadire ai team adesso riuniti sot to l’egida della Fota il primato dell’autorità della Federazione internazionale; sostenere, indirettamente ma anche in modo vigoro so, Bernie Ecclestone, del quale — per sua stessa ammissione — non sarà mai un ami co a tutto tondo ma nemmeno un avversa rio che medita di affossarlo. I ladri di Pisa litigano, ma poi vanno assieme «in missio ne »: ricordate la storiella?

Max Mosley, numero 1 della Fia fino al prossimo 23 ottobre quando verosimilmente lascerà il posto di comando a Jean Todt, che si propone come l’uomo della continuità, anzi della «sua» continuità (ecco un al tro successo politico), deve avere un’agenda riservata nella quale ha annotato nomi e scadenze. Quello di Flavio Briatore è solo l’ultimo sul quale si proponeva di tirare una riga: adesso che mister Billionaire è out, tra volto assieme a Pat Symonds dalla bufera dei fattacci del Gp di Singapore 2008, Mosley può aggiungere un altro scalpo illustre alla collezione. Vengono in mente le sue parole, dopo l’annuncio che non si sarebbe più ricandidato: «Mi danno già per morto e sepolto, ma hanno sbagliato i calcoli».

Detto e fatto: sarà anche stato costretto a farsi da parte, ma nel gorgo ha trascinato altri. Muoia Sansone e muoiano i Filistei: prima di Briatore, era stato Ron Dennis, boss della McLaren, a conoscere la «legge del presidente». Pure in quella vicenda era intervenuto un intrigo di pista: la scorrettezza di Lewis Hamilton verso Jarno Trulli nel Gp d’Australia, apertura della stagione 2009. Anche a Melbourne gli steward della Fia non videro nulla di anomalo, salvo cambiare idea pochi giorni dopo e far partire un «domino», alimentato silenziosamente dallo stesso Mosley, che ha portato alle dimissioni del direttore sportivo della scuderia (Dave Ryan), un pesce però piccolo, e infine a quelle del team principal, Dennis appunto, il boccone gradito a Max.

La tecnica di fare in modo che gli eventi montino come una valanga, affinché travolgano e sommergano la vittima, pare appagante per il grande capo. È la sua arma in una battaglia che prende le mosse da lontano, precisamente da quando le scuderie, risolute a contare di più, hanno costituito un fronte comune. Le squadre hanno cercato subito di mettere limiti al potere della federazione, abituata tra l’altro a giocare con i regolamenti, e a fare in modo che della torta dei diritti commerciali «tagliata» da Ecclestone spetti loro una fetta maggiore.
Il primo atto politico della FOTA risale allo scorso marzo, a Ginevra. Ma l’associazione, presieduta da Luca di Montezemolo, venne costituita nell’estate precedente e il vernissage coincise con i giorni del Gp di Monza. Dopo anni e anni di divisioni e di guerre, le squadre rinunciavano ai principi di un feudalesimo sportivo (traduzione: ognuno bada a se stesso e se mi rompi le scatole muovo le mani) e identificavano temi per un percorso condiviso. Tanto è bastato a far rizzare i capelli sia a Mosley sia a Ecclestone. Più diretto il primo, più sottotraccia il secondo (ma non per questo meno pericoloso). Bernie un po’ stava di qui e un po’ di là, un trasformista della F1 che ha scompaginato vari scenari.

L'altro, invece, ha cominciato a escogitare un piano diabolico. Un progetto a più facce. Da un lato c’è stato l’attacco ai grandi gruppi dell’«automotive», che si erano permessi pubbliche censure in occasione della nota vicenda del le frustate nel parlour sadomaso del quartiere di Chelsea. Mosley ha dato potenti scossoni, però sempre con il sorriso sulle labbra e negando di volere il male di Tizio o Caio. La crisi mondiale gli ha dato una mano e dalla pianta sono cadute prima la Honda e poi la Bmw; a momenti stava per cascare pure la Toyota. La Renault, se Briatore non avesse fatto il beau geste, sarebbe stata la preda successiva.

Quindi Max s’è inventato, secondo lo schema arcinoto «qui comando io e si fa co me dico io», una serie di novità normative all’insegna dell’austerity. Scelta astuta e sostanzialmente inattaccabile (se c’è la crisi, si deve risparmiare), ma proposta con una strategia provocatoria: la cura dimagrante sarebbe stata pesante e rapida. Lui stesso im maginava la difficoltà, anzi l’impossibilità, di portare budget da 300-400 milioni di eu ro a 44 milioni d’un colpo. Ma non gli importava (quasi) nulla: era solo un pretesto, utile anche a scardinare la compattezza della FOTA. Difatti, nel corso di mesi di estenuanti trattative, Williams e Force India hanno «tradito» e almeno un’altra scuderia ha vacillato.

Sono stati i giorni in cui la Ferrari, la Toyota, la Renault e la Red Bull sono state a un passo dal non iscriversi al campionato 2010. Sono stati i momenti in cui si parlava di un Mondiale alternativo. E la McLaren, favorevole a questa soluzione, era costretta a non esporsi perché tenuta sotto scacco dalla Fia. Nel frattempo, dopo aver dato corso alla buffonata di iscrizioni fantasma sdoganando team improbabili, dopo aver comunque alzato la voce con tutti sul fronte delle adesioni al futuro campionato («O firmate, o siete fuori»), Mosley se n’era inventata un’altra per le gare.

Flash back per tornare all’inverno: la ex Honda non solo rinasce sotto le insegne del la Brawn Gp, ma si scopre che va come una spia. Per quale motivo? Monta dei doppi diffusori (è la parte di coda della vettura, che convoglia il flusso in uscita dal sottoscocca, ndr ) che la rendono imprendibile rispetto a chi, fedele oltretutto all’interpretazione di una regola della stessa Fia tesa a ridurre gli effetti aerodinamici, ha progettato auto con uno «scivolo» semplice. Anche la Williams (team molto vicino a Mosley) e la Toyota adottano la soluzione. Le altre sette squadre protestano, ricorrono, ma la Fia conferma la legalità dei doppi diffusori, anche per non delegittimare gli steward che avevano eseguito le verifiche tecniche senza riscon trare nulla di irregolare. Il campionato «strano» (verrebbe da dire falsato) nasce così e in questa maniera prosegue. Alla fine, i team riescono a fare in modo che Mosley rinunci a candidarsi per un nuovo mandato: ma non è la fine del presidente-dittatore. La vicenda di Briatore e Symonds, nata dalla denuncia a scoppio ritardato di Nel sinho Piquet, una storia che è stata immediatamente sfruttata da Max e pure da Eccle stone, è lì a provarlo.

Arianna Ravelli
Flavio Vanetti
Fonte: CorriereSera.it del17/09/2009


sabato 12 settembre 2009

Altra puntata su l' Italia dei Valori

Dal sito di Dagospia, linkato in testa, riporto, quale prosieguo chiarificatore sulla medesima notizia di ieri, quanto scritto sul sito di D'Agostino.

L’ITALIA DEI VALORI IMMOBILIARI – L’INCHIESTA DELLA CORTE DEI CONTI SUI FINANZIAMENTI ALL’IDV FA EMERGERE IL DI PIETRO IMMOBILIARISTA – CON UN SISTEMA DI SCATOLE “MOLISANE” (PARTITO, ASSOCIAZIONE, SOCIETÀ) TONINO HA COMPRATO E VENDUTO CASE COI SOLDI PUBBLICI…

Filippo Facci per "Libero"

La Corte dei Conti, come è noto da prima dell'estate, sta conducendo un'istruttoria sui finanziamenti pubblici - adesso di chiamano rimborsi - che l'Italia dei Valori da molti anni percepisce con modalità quantomeno singolari.

E' un gioco di scatole molisane: in sostanza il partito è sempre stato affiancato da un'altra e diversa associazione costituita da Di Pietro (Presidente) e dall'amica Silvana Mura (tesoriera) e dalla moglie Susanna Mazzoleni (segretaria) nel cui consiglio si poteva accedere solo con il consenso dello stesso Presidente (Di Pietro) il quale si è sempre intascato tutti i soldi e ha deciso come e quando usarli; solamente l'associazione è un soggetto giuridico con tanto di codice fiscale, il partito formalmente era e resta una scatola vuota con facoltà di gestire in termini amministrativi i soldi eventualmente calati dall'alto, ma senza poter dire una parola al riguardo.


In pratica Di Pietro è presidente a vita di questa associazione parallela e gli iscritti al partito non possono sfiduciarlo, non esistono organi di controllo neppure sul bilancio (quindi su entrate e uscite per milioni di euro) e insomma non c'è collegamento diretto tra il partito e l'associazione che lo gestisce economicamente e politicamente: tranne nel fatto che Di Pietro è padrone di entrambi. E' qualcosa che non si mai visto in nessun paese del mondo e la Corte vuole appunto vederci chiaro, visto che le varie gestioni dei soldi paiono inestricabili.

I TANTI DI PIETRO
In uno sforzo di distinzione delle diverse spese, abbiamo infatti:
1) il pubblico partito dell'Italia dei Valori;
2) i pubblici affari dell'Italia dei Valori;
3) gli affari privati dell'associazione Italia dei Valori;
4) gli affari privatissimi di Antonio Di Pietro e della sua famiglia che a sua volta, con Cristiano e Susanna, milita rispettivamente nel partito e nell'associazione Italia dei Valori. Ed ecco: in questo intreccio si muove una quantità di affari immobiliari da conturbare un enigmista.

All'associazione blindata che gestisce i soldi, e al partito scatola vuota, Di Pietro ha pensato infatti di aggiungere un terzo soggetto: la società An.To.Cri., una Srl con a capo ovviamente se stesso e come socia sempre Silvana Mura, e però stavolta, come secondo socio, la novità: non sua moglie, ma il marito di Silvana Mura o convivente che sia.

Oggetto sociale della Srl: acquisti immobiliari a raffica in un incrocio continuo col partito e con l'associazione. Per capire di che cosa si sta parlando c'è solo da azzardare un riepilogo di tutta l'impressionante sequenza partitica e societaria e personale e familiare e immobiliare dell'uomo che seguita, ancor oggi, a sventolare il vessillo del conflitto d'interessi e della lotta alle commistioni tra politica e affari. Il lavoro di ricostruzione catastale è stato curato da Giulio Sansevero dal luglio 2008 all'aprile 2009.

Segue cronologia.

- Antonio Di Pietro nel 1999 acquista due appartamenti tra loro adiacenti a Busto Arsizio - diverranno uno solo - per complessivi 370 metri quadri. Costo: 845.166.000 lire. Di Pietro ha sostenuto di averli rivenduti nel 2004 per 655.533,46 euro.

- Antonio Di Pietro, nello stesso anno, 1999, acquista un bilocale a Bruxelles di 80 metri quadri. Costo: 204 milioni di lire.

- Antonio Di Pietro il 3 gennaio 2002 acquista un appartamento a Roma, in via Merulana, di 180 metri quadri. Costo: circa 400.000 euro. È dove vive durante i soggiorni romani. Il 18 novembre 2002 risulta emessa una fattura di 7200 euro relativa a «Lavori per vostro ordine e conto svolti nella sede sociale di via Merulana 99 Roma, imbiancatura e stuccatura pareti, riparazione idraulica». La fattura non è intestata a Di Pietro, ma a «Italia dei Valori, via Milano 14, Busto Arsizio, Varese».
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È la vecchia sede del partito. Di Pietro ha sostenuto su «Libero» il 9 gennaio scorso: «A Roma sono proprietario dell'appartamento di via Merulana ove abito quando mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro di parlamentare. L'ho comprato prima dei rimborsi elettorali, nel 2001, per 800 milioni di vecchie lire». Ha sbagliato l'anno: l'acquisto è del 2002, quando già percepiva gli odiati rimborsi elettorali.

- Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, il 19 marzo 2003 acquista o diviene proprietario con sua moglie Lara Di Pietro - è il cognome da nubile, si chiama Di Pietro anche lei - di un attico di 173 metri quadri a Montenero di Bisaccia. Costo: circa 200.000 euro. Antonio Di Pietro ha sostenuto che suo figlio l'ha acquistato grazie alla vendita di un immobile posseduto a Curno, ma dell'operazione, così come descritta, non risulta per ora traccia catastale.

- Antonio Di Pietro il 28 marzo 2003 acquista un appartamento a Bergamo in via dei Partigiani, in pieno centro, di 190 metri quadri. Nello stesso giorno la moglie Susanna Mazzoleni compra un monolocale di 48 metri situato sullo stesso piano. A ciò si aggiungono due cantine e un garage. Costo stimato: tra i 700 e gli 800.000 euro.
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LA AN.TO.CRI
- Antonio Di Pietro il 1° aprile 2003 costituisce la società Srl An.To. Cri. (dalle iniziali dei suoi tre figli Anna, Toto e Cristiano) con sede a Bergamo in via Ghislanzoni. Capitale versato: 50.000 euro. Socio unico: Antonio Di Pietro. L'anno dopo, nel 2004, si aggiungeranno i consiglieri Silvana Mura e Claudio Belotti, uomo di lei. Obiettivo non dichiarato: gestione immobiliare. Di Pietro è quindi a capo dell'associazione privata Italia dei Valori, del partito Italia dei Valori e di questa società di gestione immobiliare. Silvana Mura lo segue a ruota.

- Antonio Di Pietro il 24 luglio 2004 manda a casa il socio Mario Di Domenico dall'associazione privata Italia dei Valori e lo sostituisce con la moglie Susanna Mazzoleni. A gestire l'intero finanziamento pubblico del partito Italia dei Valori sono quindi i coniugi più Silvana Mura. Si parla di rimborsi per 250.000 euro nel 2001, 2 milioni nel 2002, 400.000 euro all'anno dal 2001 al 2005 e 10.726.000 euro nel 2006. Quasi 20 milioni di euro totali aggiornati all'anno 2007.

- La An.To.Cri. (cioè Di Pietro, Mura e compagno) il 20 aprile 2004 acquista un appartamento a Milano, in via Felice Casati, di 188 metri quadri. Costo: 614.500 euro. Subito dopo l'acquisto, la società affitta l'appartamento al partito dell'Italia dei Valori per 2800 euro al mese, cifra che va a coprire e superare la rata mensile del mutuo che intanto è stato acceso dalla stessa An.To.Cri. Antonio Di Pietro cioè affitta ad Antonio Di Pietro e Silvana Mura versa soldi a Silvana Mura: i soldi sono sempre quelli del finanziamento pubblico. In concreto significa che Di Pietro, cioè la An.To.Cri., con il denaro pubblico del partito, cioè dei contribuenti, compra casa per sé.

- La An.To.Cri. il 7 giugno 2005 acquista un appartamento a Roma, in via Principe Eugenio, di 235 metri quadri. Costo: 1.045.000 euro. Subito dopo la società ripete l'operazione milanese: affitta l'appartamento al partito per 54.000 euro annui, che coprono il mutuo acceso nel frattempo. Di Pietro acquista e affitta a se stesso: ma con soldi pubblici. In seguito di articoli di stampa e interpellanze parlamentari che scopriranno l'altarino, Di Pietro nel 2007 deciderà di vendere l'immobile a 1.115.000 euro. Il giochino però continua tranquillamente per l'appartamento milanese di via Casati. A tutt'oggi.

- Susanna Mazzoleni il 23 dicembre 2005 acquista un appartamento di metratura imprecisata a Bergamo in via del Pradello, in centro.
Nello stesso giorno e nella stessa città e nello stesso stabile acquista un appartamento di 90 metri. Costo complessivo: 400 o 500.000 euro.

- Antonio Di Pietro il 16 marzo 2006 acquista un appartamento di 178 metri quadri a Bergamo, in centro, in via Antonio Locatelli. Costo: 261.661 euro, un incredibile affare regalato dalla cartolarizzazione degli immobili dell'Inail. L'acquisto in precedenza era stato condotto per conto di Di Pietro dal citato Claudio Belotti, il citato compagno di Silvana Mura, e l'aggiudicazione era passata attraverso un ricorso al Tar e un altro al Consiglio di Stato. Anche qui si ripete il giochino: Di Pietro affitta l'appartamento al partito Italia dei Valori, cioè a se stesso, che lo ripaga con soldi pubblici.

- Antonio di Pietro il 6 aprile 2007 acquista una masseria a Montenero di Bisaccia posta di fronte a quella dov'è nato e che pure gli appartiene. Costo comprensivo di 2 ettari di terra: 70.000 euro per l'acquisto e circa 150.000 per la ristrutturazione. Gestisce l'operazione un'immobiliare del posto che si chiama Di Pietro: nessuna parentela, ma il proprietario è stato consigliere provinciale dell'Italia dei Valori.

- Antonio Di Pietro nel 2007 procede alla totale ristrutturazione della masseria di Montenero che il padre Giuseppe gli ha lasciato in eredità negli anni Ottanta. L'ampliamento, sino a 450 metri quadri, prevede una spesa non inferiore ai 300.000 euro. Nella stessa zona, Di Pietro possiede 33 «frazionamenti», ereditati o acquistati da parenti e familiari, per complessivi 16 ettari. I suoi terreni confinano inoltre con quelli che la sorella Concettina ha ricevuto a sua volta in eredità dalla famiglia.

TONINO AGRICOLTORE
La recente iscrizione di Antonio Di Pietro all'albo degli imprenditori agricoli gli consente, nelle transazioni immobiliari, di scalare le tasse, scendendo dal 20 per cento anche fino all'1.

- Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, nel 2007 acquista due lotti di terreno totalmente edificabile di 700 metri quadri a Montenero di Bisaccia, valutabili in una villa di 500 metri quadri posta su due livelli. Costo del terreno: 150.000 euro.

- Antonio Di Pietro nel 2008 acquista un appartamento a Milano, in piazza Dergano, di 60 metri quadri. Costo: da 250 a 350.000 euro.

- Susanna Mazzoleni, lo ricordiamo per completezza, nel 1985 acquistò una casa con giardino a Curno (Bergamo) in via Lungobrembo. Costo del rudere prima di ristrutturarlo: 38 milioni di lire. La storia di quel rudere - incredibile - la racconteremo un'altra volta.

- Antonio Di Pietro nel 1989, proprio affianco e sempre a Curno in via Lungobrembo, acquistò una villetta a schiera dove visse per qualche  tempo suo figlio Cristiano, che in precedenza risultava locatario - irregolare, perché ogni forma di subaffitto era proibita - nel famoso appartamento milanese di via Andegari affittato dal Fondo pensioni Cariplo del socialista inquisito Sergio Radaelli. In una lettera a «Libero», sempre il 9 gennaio 2009, Di Pietro ha precisato che la villetta a schiera di via Lungobrembo è stata «acquistata alla fine degli anni Ottanta e quindi per definizione con soldi non del partito».

È vero. I soldi infatti erano dell'inquisito Giancarlo Gorrini (condannato per appropriazione indebita) e corrispondevano al famoso «prestito» di 100 milioni cui si aggiunsero i 100 prestati da Antonio D'Adamo al quale pure Di Pietro si era rivolto parlando dell'acquisto di una casa. Poiché Di Pietro non l'ha scritto, si indica anche il prezzo della villetta: 150 milioni di lire.

I CONTI DELLA SERVA
Ora: i cosiddetti conti della serva andrebbero sempre evitati. Ci sarebbe da conoscere con maggior precisione i prezzi degli immobili, quelli delle ristrutturazioni, il giochino dei mutui e degli autoaffitti, senza contare ciò che non si conosce: gli acquisti immobiliari sinora ammessi dall'ex magistrato, per capirci, sono parziali e incompleti rispetto a quanto emerso successivamente e riportato nelle righe qui sopra.

Ci sarebbe poi da sapere o da chiarire - perché Di Pietro non l'ha chiarito, non ritiene di doverlo fare, benché personaggio pubblico  - il suo possibile ruolo di capofamiglia negli acquisti di case e di terreni da parte dei figli e della moglie. Susanna Mazzoleni è un avvocato benestante, ma il figlio Cristiano è un consigliere provinciale che cominciò a comprare case quando aveva lo stipendio di poliziotto. E comunque fare conti nelle tasche altrui comporterebbe anche il conoscere il tenore di vita di un nucleo complessivo che comprende una coppia, tre figli e un'ex moglie.

Pur generica, l'opinione di Di Pietro in merito è stata questa: «Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse e altri ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho preferito e preferisco fare la formichina come mi hanno insegnato i miei genitori». Tuttavia, secondo il il 740 dipietresco dal 1996 a oggi, ha guadagnato in tutto 1 milione di euro netti e ne ha dichiarati circa 200.000 l'anno.

Al milione vanno aggiunti i circa 700.000 euro ottenuti dalle querele che ha sporto (e vinto) nonché 954.317.014 lire (praticamente un miliardo) incassati per una donazione della contessa Malvina Borletti una decina di anni fa: soldi che dovevano servire per attività politiche - espresso desiderio della contessa - ma che Di Pietro utilizzò per comprarci case. Comunque la si metta, alla luce del giro immobiliare di cui sopra, i conti non tornano. Per niente proprio.

giovedì 10 settembre 2009

Rimborsi, Di Pietro indagato dalla Corte dei Conti

Questa notizia che pubblico - Rimborsi, Di Pietro indagato dalla Corte dei Conti - mi farebbe ben sperare se vivessimo in un Paese veramente democratico dove la magistraura fa imparzialmente il suo la voro nell'interesse esclusivo e preminente della Giustizia pro Cittadini.
Ma visto quanto è sempre successo le mie speranze sono più che utopistiche.

Comunque, per chiarezza, occorre fare una piccola premessa delucidante della questione:

con un referendum del 1993 il 90,3% dei cittadini-elettori aveva abrogato il finanziamento pubblico ai partiti.
Ci sono voluti alcuni passaggi e un po' di tempo, ma i nostri politicanti in questo sono maestri, e quello che i cittadini avevano abolito è stato fatto rientrare di soppiatto con  alcuni "leggine democratiche", come ad esempio con il meccanismo del quattro per mille che con la denuncia dei redditi si poteva devolvere a favore dei partiti dalle proprie imposte. Un meccanismo analogo a quello dell’otto per mille per la Chiesa Cattolica.
In questo modo sono stati raccolti 160 miliardi negli anni 1997 e 110 nel 1998.

All'inizio di questa legge, che fa scempio della volontà popolare (ci ritengono sempre il popolo bue per eccellenza), ai partiti andavano come rimborso 800 delle vecchie lire per ogni abitante per le elezioni europee, 1200 per le elezioni regionali, 1600 per le elezioni di Camera e Senato.
Poi, visto che nessuno del popolo bue si è ribellato, si sono aumentati il maltolto, passandolo a 4.000 lire sia per le elezioni di Camera e Senato e sia per le elezioni regionali;  e a 3.400 lire per le elezioni europee. Con la trovata finale che, adesso, il prelievo non è più a carico di ogni abitante, ma di ogni elettore, anche di quelli che non votano.
Per arrivate infine a 5 euro per ogni elettore iscritto nelle liste.
Poichè gli aventi diritto al voto in Italia, iscritti nelle liste elettorali, siamo 50.341.733, bisogna moltiplicare per 5 che fa ottenere la stratosferica cifra di circa 252 milioni di euro.

Questi 252 milioni di euro erano finora suddivisi tra i partiti in ragione della percentuale da loro ottenuta: Un partito che riceve il 40% dei voti, prende il 40% di 252 milioni; un partito che prende il 10% riceverà iln bell'incasso di 25 milioni di euro.
Per maggiori ragguagli, tabelle e quant'altro di utile per sapere la suddivisione di questa rapina "democratica" contro la volontà popolare v'invito a visitare il blog di Elio Veltri,partito radicale,  e dal Blog DemocraziaLegalità per le tabelle, ed altro sempre da Veltri.
oppure sito del
Il governo Berlusconi ha modificato la legge elettorale per le europee, con l'appoggio di tutto il Parlamento (517 voti favorevoli, tre astenuti e 22 contrari. Hanno votato a favore tutti i partiti - PDL, PD, Lega, UDC, IDV - tranne Mpa e radicali, mettendo uno sbarramento del 4%,  pe r cui chi non raggiunge questa soglia di voti non prende denaro.
Ma fra le mille schifezze, ve ne segnalo una grande quanto una montagna: quella dell'emendamento indecente infilato nel decreto «milleproroghe» varato il 23 febbraio 2006 dalla destra berlusconiana, ma apprezzato anche dalla sinistra. Emendamento in base al quale «in caso di scioglimento anticipato del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è comunque effettuato».
Col risultato che nel 2008, 2009 e 2010 i soldi del finanziamento pubblico ai partiti per la legislatura defunta si sommeranno ai soldi del finanziamento pubblico del 2008, 2009 e 2010 previsto per la legislatura entrante.
Così che l'Udeur di Clemente Mastella incasserà complessivamente 2 milioni e 699.701 euro anche se non si è neppure ripresentata alle elezioni.
E con l'Udeur continueranno a batter cassa, come se fossero ancora in Parlamento, Rifondazione comunista (20 milioni e 731.171 euro), i Comunisti italiani (3 milioni e 565.470), i Verdi (3 milioni e 164.920).
Viva L'Italia.

Ebbene, dopo questa lunga e doverosa premessa, ecco la notizia che appare tranquillizzante. Uno di costoro che si spartiscono il maltolto - Di Pietro - è indagato per l'uso personale di quello che, per legge, è un rimborso di spese già sostenute per effettuare la campagna elettorale: manifesti, santini, pubblicità multimediale (riveste, giornali, radio, televisione) galoppini, auto, benzina, spese di viaggio, ecc.
Insomma tutto il denaro che occorre per fare una campagna elettorare in piena autonomia senza dover chiedere nulla a nessuno, imprenditori, cittacini, mafie, ecc.

Ma il signor Di Pietro che adesso è indagato, e mi chiedo perchè soltanto lui, ma la risposta è semplice: l'ha fatta più sporca e palese degli altri che,  invece,  hanno creato delle fondazioni o hanno intestato le proprietà ad amici sicuri, di provata fede, deve rispondere dell'uso che ha datto dei nostri soldi, molti milioni di euro.
A questo proposito vi ricordo, uno su tutti,  il Signor G. (Primo Greganti, l'operaio comunista, proprietario di un appartamento a Roma del valore di oltre un miliardo, i cui soldi erano provenineti di un finanziamento occulto al PCI).

Purtroppo finirà tutto a tarallucci e vino, per come potete leggere nel secondo articolo.
Ma è meglio conoscere tutti i fatti e sapere come si comportano i "rappresentanti" del popolo e l'uso che fanno dei nostri soldi.

Rimborsi, Di Pietro indagato
Aperta istruttoria da Corte dei Conti

C'è Italia dei Valori partito e c'è pure Italia dei Valori associazione: il punto è capire quale dei due soggetti abbia percepito i rimborsi elettorali (solo per il  2009 è stato di 11 milioni di euro). Stranezze finanziarie, dunque, che riconducono tutte ad Antonio Di Pietro e sulle quali è ufficialmente aperta un'istruttoria dei magistrati contabili. E' quanto rivela Il Giornale, che da tempo sta conducendo questa battaglia per 'smascherare' l'ex pm, alias, il paladino della trasparenza.

L'ammissione. "Sì, confermo. L’istruttoria è aperta. Altro però non posso dire". Non si sbottona Il viceprocuratore generale della Corte dei conti, Pio Silvestri, che tuttavia conferma che i magistrati contabili stanno indagando sulle anomalie della gestione finanziaria dell’Idv per capire quale soggetto abbia effettivamente percepito i fondi elettorali destinati al partito dell’ex pm. Se venisse confermato che un’associazione di tre soli soci, Di Pietro, presidente, sua moglie Susanna Mazzoleni e una tesoriera fidata, Silvana Mura, che si chiama "Italia dei Valori" come il partito, si è sostituita ad esso richiedendo e incassando in sua vece questi fondi pubblici, sarebbe un fatto senza precedenti.

L'antefatto. L'inizio della vicenda risale al 2004 quando in ticket con Di Pietro per le Europee scende in campo il Cantiere, la formazione politica di Elio Veltri, Achille Occhetto e Giulietto Chiesa. L'intoppo nasce nel momento in cui il Cantiere chiede il rimborso elettorale e si rende conto che qualcosa non quadra. Così i legali della formazione di Occhetto&co avevano segnalato le anomalie: "Nella più totale assenza da parte dell'Ente pagatore (Montecitorio, ndr) sulle condizioni minime di legittimazione a ricevere pagamenti dei rimborsi elettorali, essi vengono conseguiti da parte di un'associazione formata da solo tre persone, che consegue tali ingenti fondi nella inesistenza per giunta di qualsiasi rendiconto".

I fatti. Di Pietro,all'epoca, annunciò di aver disposto il cambiamento dello statuto Idv, facendo in modo che l'associazione e il partito fossero la stessa cosa e non più due soggetti distinti. Eppure, il verbale notarile che dovrebbe equiparare partito e associazione è uscito fuori dopo molti mesi, con una singolare coincidenza: quel verbale contiene solo una firma, quella di Di Pietro, in qualità di presidente. Mancano però le firme degli altri soci, e non è un dettaglio trascurabile. Di qui la notizia dell'inchietsa tuttora aperta presso la Corte dei Conti per vederci chiaro.

La replica. Pronta la replica di Antonio Di Pietro che a Il Caffè di Rainews 24, precisa: "La Procura della Repubblica se n'è già occupata per ben due volte ed ha archiviato il caso. Peraltro io non sono indagato perchè non c'è un'indagine della Procura ma un accertamento della Corte dei Conti che io ritengo doveroso e fisiologico. Ma la verità - sbotta il leader di Idv -  è un'altra: oggi tocca a me, ieri e l'altro ieri è toccato ad altri, oggi il Giornale attacca me".
FONTE: TG.COM DEL 9/9/2009

NdB: sarebbe interessante se la Corte dei Conti sentisse Elio Veltri, di cui ho pubblicato una intervista proprio su questo attuale tema che potete leggere qui.


Di Pietro indagato per truffa allo Stato

Roma - Il ministro Antonio Di Pietro è indagato per appropriazione indebita, falso in atto pubblico e soprattutto per truffa aggravata ai danni dello Stato finalizzata al conseguimento dell’erogazione di fondi pubblici. L’inchiesta della procura di Roma verte su presunte irregolarità commesse dall’ex pm nella gestione delle finanze nell’Italia dei Valori. Sotto osservazione le spese elettorali, le movimentazioni dei conti del suo partito, l’utilizzazione dei finanziamenti pubblici incassati e delle somme ricevute dai simpatizzanti: in tutto, oltre 20 milioni di euro. Nelle carte c’è anche la storiella di un assegno «non trasferibile» da 50mila euro destinato al partito ma ugualmente incassato da Di Pietro, oggi alleato di Veltroni. Nel mirino dell’autorità giudiziaria, dunque, finisce la presunta gestione «privatistica» e «familiare» del partito da parte del suo presidente, di cui hanno parlato pubblicamente parecchi ex compagni di viaggio (vedi Giulietto Chiesa, Elio Veltri e Beniamino Donnici) e su cui si dilunga, nel 2006, l’esposto-bomba presentato all’autorità giudiziaria romana dall’avvocato Mario Di Domenico, uno che dell’Italia dei Valori conosce ogni dettaglio essendo stato tra i soci fondatori ed avendo ricoperto l’incarico di segretario. È lui, l’uomo-ombra del Tonino nazionale, la gola profonda dell’inchiesta che preoccupa Di Pietro e i suoi alleati.
Il diretto interessato, Antonio Di Pietro, ribatte ad alcune anticipazioni del settimanale Panorama: «Accolgo con un sorriso i tentativi di Panorama di sporcare la campagna elettorale con allusioni che non hanno alcun riscontro con la realtà. I fatti penali in questione sono già stati valutati, sia in sede civile con il rigetto di tutta la domanda del denunciante, sia in sede penale con la richiesta di archiviazione formulata dal pm già dall’anno scorso. Ora c’è solo l’udienza di opposizione all’archiviazione fissata dal Gip, a seguito del reclamo del denunciante». Il prossimo 27 febbraio, infatti, il gip Carla Santese deciderà che cosa fare del fascicolo 4620/07 che ha portato all’iscrizione sul registro degli indagati del ministro delle Infrastrutture. Tre gli esiti possibili nell’udienza in camera di consiglio fissata per quella data. Il primo: il gip accoglie la richiesta di archiviazione presentata il 10 gennaio 2007 dal pm Giancarlo Amato, motivata sull’obiettiva inesistenza di una legge specifica che regolamenti la vita dei partiti (tra le righe si fa comunque riferimento ad una eventuale «negativa ricaduta di immagine personale e politica - per Di Pietro, ndr - che la notorietà del fatto potrebbe determinare nell’opinione pubblica»). Il secondo: il gip opta per un supplemento di indagine invitando, così, il pm a svolgere nuovi e più approfonditi accertamenti alla luce anche delle ulteriori memorie presentate dalla parte offesa. Il terzo: il gip, alla luce del contraddittorio in udienza e delle risultanze investigative depositate, decide di rinviare a giudizio Antonio Di Pietro e in subordine la deputata-tesoriera dell’Idv, Silvana Mura, indagata anch’essa. Capitolo delicato quello del conto in banca nel quale sarebbero passati i circa due milioni di euro che sarebbero stati stornati dal bilancio dell’IdV per essere poi utilizzati in personali campagne elettorali senza il nulla osta previsto nello statuto del partito. Buona parte della documentazione esaminata dalla Gdf è dedicata al complicato intreccio politico finanziario dell’Italia dei Valori diviso tra «partito-movimento» e «associazione». In entrambi i casi presiede Di Pietro, la tesoriera è sempre la Mura, la poltrona di segretario dal 2006 è ricoperta da Susanna Mazzoleni, già signora Di Pietro. Chi fa da sé, all’Idv, fa per tre.

Fonte: il Giornale del venerdì 22 febbraio 2008

mercoledì 9 settembre 2009

Cattocomunismo e politica

Dopo aver pubblicato come viene intesa e spiegata la democrazia da parte de  il Manifesto,  ho trovato questo interessantissimo articolo di Giordano Bruno Guerra che mi aiuta a capire, e spero sia d'aiuto anche a voi, la "radice" dei guasti "democratici" italiani.
 
Cattocomunismo e politica: equivoco che dura da 50 anni
di Giordano Bruno Guerri

A volergli cercare una madre nobile (anche le idee peggiori ce l’hanno), quella del cattocomunismo fu la Sinistra Cristiana, che si batté durante la Resistenza, più in funzione antifascista che filocomunista. Ne facevano parte Felice Balbo, Adriano Ossicini, Claudio Napoleoni, Franco Rodano. Oggi, però, i cattocomunisti evocati dal presidente del Consiglio riconoscono il loro padre nobile in don Giuseppe Dossetti, il prete-politico che rischiò - per la sua apertura a sinistra - di diventare l’alternativa a De Gasperi. Un cattolico di destra come Formigoni, usando un concetto di Paolo VI, lo definisce «l’emblema del complesso di inferiorità del cattolicesimo politico nei confronti del marxismo».

Nei cattocomunisti c’è la convinzione che non si possa fare politica, e tantomeno una buona politica cristiana, senza l’appoggio della sinistra: la quale sarebbe più vicina al messaggio evangelico, se non ai valori cristiani. Si tratta - ancora! - dell’antica convinzione popolare che Gesù era un rivoluzionario socialista, e che la rivoluzione cristiana non si possa fare senza la sinistra.

Più piattamente, il cattocomunismo applicato nacque da un progetto politico di forze fino ad allora contrapposte, ma che avevano bisogno l’una dell’altra per «garantire stabilità al Paese», ovvero per governare a lungo senza possibili alternative. Il cattocomunismo nacque in quel confuso marasma di ideali e necessità, espresso alla perfezione da espressioni politiche contorte e surreali: «convergenze parallele» e «compromesso storico». Concetti e parole partoriti, negli anni Settanta, da Aldo Moro e da Enrico Berlinguer. Parole e concetti tradotti nel più immediato «cattocomunismo», che individuò subito l’avversario principale nei cosiddetti «clericofascisti», i quali erano - più semplicemente - cattolici di destra. (Oggi io preferisco parlare di ghibelliniguelfi e di guelfighibellini, essendo quasi scomparsi - sia a destra sia a sinistra - i veri guelfi, i veri ghibellini, ma questa è un’altra faccenda.) Il bello è che sia i cattolici di destra sia i cattolici di sinistra credono di fare l’interesse della loro fede e della Chiesa. A destra, perché difendono i valori della famiglia tradizionale contro i Dico, la procreazione naturale contro quella assistita, l’obbligo di scegliere la vita contro la libertà di scegliere la morte, eccetera eccetera. Per fortuna (pardon) io non sono né cattolico né osservante, se no mi troverei in grave imbarazzo, essendo per i Dico, la procreazione assistita quando i mezzi naturali non funzionino, la libertà di scrivere un testamento biologico dove lo Stato non metta il naso. E, per fortuna, si può stare a destra e combattere per quelle idee, che non sono solo di sinistra. Ma come fanno, i cattolici, a far convivere l’obbedienza alla Chiesa con l’appartenenza a un gruppo politico che di quelle idee fa una bandiera?

Indifferenti all’insegnamento di una decina di papi, nonché alla scomunica di Pio XII ai marxisti, i cattocomunisti vollero sempre ignorare che il comunismo era, prima di tutto, un’ideologia sostitutiva della religione. E così si ebbero effetti che per un laico possono essere benigni e graditi, come le vittorie nei referendum sul divorzio e sull’aborto. Ma neppure un laico può fare a meno di chiedersi come un cattolico abbia potuto appoggiare quei referendum nel nome di Cristo e di una maggiore giustizia sociale.

Intanto, il cattocomunismo politico/economico provocava danni che stiamo ancora pagando, e chi sa per quanto tempo. Dal 1974 al 1985 le tasse aumentarono paurosamente, soprattutto per costruire quello Stato assistenziale che - per i cattocomunisti - è la versione più attuale del socialismo. Democristiani, socialisti e comunisti aumentarono il debito pubblico a dismisura per migliorare le «prestazioni sociali». In parte ci riuscirono, ma l’aumento della spesa pubblica accrebbe il deficit, il deficit aumentò il prelievo fiscale, che a sua volta diminuì l’iniziativa privata. Risultato, nuova disoccupazione, inflazione, povertà. Alla buonafede dei cattocomunisti si univa proprio quel complesso d’inferiorità di cui accennavamo all’inizio, ovvero la convinzione che soltanto i comunisti avessero gli strumenti per interpretare e migliorare la società e l’economia.

 L’incredibile è che neanche il crollo del marxismo internazionale li abbia costretti a un ripensamento. Non ci è riuscito neppure papa Giovanni Paolo II, che nell’enciclica Centesimus annus, 1991, scrisse: «Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese».

Insomma, come si fa a essere cattocomunisti, oggi? Rimangono tali, infatti, anche in assenza di comunismo, che proprio certi cattolici sembrano rimpiangere più degli stessi marxisti. In proposito ha dato una risposta chiara e convincente Raffaele Iannuzzi: oggi la fede e i suoi contenuti culturali sono, per i cattocomunisti, al servizio e alla mercé del dibattito politico; per cui, «se il Regno di Dio non è più una realtà dell’altro mondo, ma è una cosa di questo mondo, allora abbattere Berlusconi è già l’apertura alla salvezza in questo mondo». È il vero motivo per cui, alla fine, non vogliono e non riescono a farsi un grande partito tutto cattolico: non riuscirebbero nell’obiettivo salvifico di espellere il mercante dal tempio. Anche il catechismo ne ha fatti, di guasti.

Fonte: Il Giornale dell' 8 settembre 2009, pag. 7