mercoledì 9 settembre 2009

Lezioni di democrazia dal Manifesto

Vi propongo un'analisi di questo interesssante pensiero "democratico" espresso dal quotidiano comunista.
Infrarighe, ed alla fine del pezzo, quello che ne penso io.


La democrazia del Corsera
di Guglielmo Ragozzino


“Decidere se qualunque persona è adatta o inadatta a guidare il governo non è compito dei giornali: è compito degli elettori”. Così conclude, dopo vario ondeggiare, l’editoriale di ieri del Corriere della Sera. La memorabile sentenza, puro pensiero berlusconiano, (Mi chiedo e chiedo ai miei lettori, se non è il popolo a decidere in libere elezioni, chi dev'essere? E cosa centra il berlusconismo? Sarebbe stato meglio che a decidere fossero state le Brigate Rosse? L'estensore dell'articolo lancia il suo j'accuse e nasconde la mano. NdB)  è ripetuta anche in grandi caratteri, fuori del testo. All’editorialista che si è prestato, Ernesto Galli Della Loggia, è lasciata l’opportunità di aggiungere una frasetta di derisione: «Anche se la loro decisione (degli elettori) può non piacere». Dispiace che il Corriere della Sera si schieri a tal punto con il governo. La stampa, l’opposizione (i «cani da guardia») sono indispensabili quando il potere è tanto forte. Avremmo bisogno di tutti: i valenti giornalisti, la capacità di analisi, la memoria del passato che un grande giornale come quello ha dentro di sé. E’ giusto dire che l’attacco al premier si può fare in caso in cui violi la legge, mentre disapprovare un atteggiamento "libertino" è tutt’altro. Solo che, nel caso nostro, il comportamento privato del premier riverbera nella selezione della classe dirigente e dunque è di pubblico interesse. Solo che un presidente del consiglio che delinque può essere messo sotto accusa altrove, quasi in ogni paese del mondo: non da noi, non qui in Italia. Questo lo sanno bene anche al Corriere, oppure si sono scordati della legge Alfano, quella che libera il presidente del consiglio da ogni noioso tribunale? E come potrebbe sopportare altri fastidi giudiziari uno come lui, dotato di un «temperamento leggero e insieme pugnacissimo; e poi ottimista, sicuro e innamorato di sé», come scrive con competente ossequio Galli Della Loggia? Nel nostro piccolo - piccolo manifesto, povere idee, un po’ di coraggio - siamo convinti che il potere debba sempre essere preso di mira; non una volta ogni quattro o cinque anni, al momento del voto. Il voto è di tutti i tipi. E’ strano il voto. A distanza di mesi, giusto trent’anni fa nella Germania dell’est la popolazione ha votato per il 99% a favore e con una maggioranza simile contro il regime di Pankow e della Stasi, prima e dopo la caduta del muro. Caduta che fu un episodio di democrazia, non però parlamentare. Alle, elezioni vince Karzai, vince Ahmadinejad, vince 62 a 0 il Polo di Forza italia in Sicilia. Ma non siamo troppo delusi per questi risultati,non rinunciamo per questo alla democrazia; abbiamo imparato però da Amartya Sen che la democrazia non è solo voto, ma anche pubblica discussione, consenso, dissenso. E quindi giornali, giornali di opposizione. C’è infine un altro aspetto che forse susciterà un risolino di compatimento, al Corriere. La politica non è solo lotta per il potere, ma anche organizzazione della resistenza. Non ci si organizza solo per andare al governo, ma anche per andare all’opposizione, in modo concreto e vigile, con la capacità di raccogliere chi non ci sta, di proporre soluzioni alle persone in difficoltà, quelle che hanno solo doveri e nessun diritto, quelle che vogliono venire e andare, amare e studiare, crescere i figli, leggere, a piacimento e perfino morire, senza che nessuno debba dire loro come farlo o punirle perché le loro scelte sono diverse da quelle del potere. Papi ha vinto le elezioni: non per questo ha ragione su tutto; anzi molto spesso ha torto. E non saranno i deputati e i senatori di maggioranza a dargli la ragione a forza. Questa è la nostra democrazia.
Fonte: Il Manifesto del 8 settembre 2009, pag. 1
Mi permetto di consigliare al "compagno Ragozzino" la lettura del libro Falce e carrello (di cui troverà notizie qui) e spiegarci se tutto quello che vi è scritto viene attuato dai suoi compagni della Lega Coop e da quelli del PD.
Ci faccia su un bell'articolo "democratico" col quale spiegarci se quanto ha scritto l'industriale Caprotti e una berlusconeide, oppure la triste realtà di questa povera Italia che ha subito e subisce, da oltre sessantanni , lo scempio di questi pOLITICI di sinistra, sempre in carriera ed immarcescibili.
E' una triste realtà comprovata da quanto afferma il Presidente emerito Cossisa nell'intervista del Il Tempo di ieri, 8 settembre,  che trovate qui, e di cui riporto solo due risposte:
Rischia anche il Pd dalle inchieste pugliesi?

«Lo sa quanti anni ho io?».

A memoria non ricordo.

«Ne ho 81. Prima che veda la sinistra finire male per effetto della magistratura dovrò arrivare a 100. Forse a 110».

Anche quest’indagine verrà insabbiata?

«No, andranno avanti. Ma poi giocheranno con le prescrizioni e finirà tutto. D’altro canto fecero così anche con Mani pulite. Si dissero: mica possiamo fare la guerra con tutti. E salvarono il Pci».

Intervista a Francesco Cossiga



Intervista a Francesco Cossiga: "Gianfranco dimettiti"
di Fabrizio Dell'Orefice

Se ne sta sprofondato nella sua poltrona. Sommerso dalle tecnologie. Tv di ultima generazione, due I-Pod, termometri, una radio wi fi, una miriade di telefonini. Chiede al suo consulente informatico: «Quanti ne ho?». E quello: «Presidente, ne ho contati 26. Ma ce ne sono altri. Saranno una quarantina». Francesco Cossiga si diletta così. Sempre più tecnologico, cincischia tra telecomandi e computer sempre più piccoli. Guarda Sky e riascolta le parole che Silvio Berlusconi ha pronunciato in mattinata sul testamento biologico, di fatto annunciando che il Pdl andrà avanti. E lui, l’ex presidente della Repubblica, sorride. Così, a mezza bocca. Sornione. Gattesco.

Presidente, Fini è ancora di destra?

«Fini l’ho conosciuto tanti anni fa. Era davvero un ragazzo, era il pupillo di Almirante. Deve sapere che io ero molto amico di Almirante».

Come nacque questa amicizia?

«Eravamo giovani deputati nel 1958. E diventammo vicini di banco prima in commissione Finanze e poi in quella Affari Costituzionali. Quindi amici, anche se io provenivo da una famiglia antifascista e repubblicana anche quando l’Italia era fascista e monarchica. Una volta ci mettemmo a passeggiare sotto braccio in Transatlantico. Erano gli anni in cui quelli del Msi erano emarginati. Ci guardavano tutti».

E Fini?

«Di Fini ricordo l’ultima volta che vidi Almirante, in ospedale. C’era donna Assunta che teneva in braccio il nipote Luca. E un passo dietro Fini».

Che impressione le fece?

«Fini? Un gran signore, una persona molto cortese e molto rispettoso. Ho conosciuto il Fini neofascista, più fascista di Almirante. Poi ha fatto bene il parlamentare perché sa parlare bene. E ha fatto bene anche il ministro degli Esteri».

Oggi che cosa pensa del nuovo Fini?

«Ci sono alcune posizioni che condivido. Per esempio sull’immigrazione, visto che si tratta di una posizione molto vicina a quella della Chiesa. E sono d’accordo anche sull’abbassamento a cinque anni della soglia per ottenere la cittadinanza».

Che cosa non condivide invece?

«Il fascismo come male assoluto. Neanche in campo religioso si usano quelle espressioni. Neppure un anglicano che si fa cattolico potrebbe usare quelle espressioni della sua Chiesa di provenienza».

È facile immaginare che non condivida il Fini sul testamento biologico.

«No, come anche quello sulla fecondazione assistita. Guardi, ai miei tempi era consuetudine consolidata che i presidenti delle Camera non intervenissero su argomenti all’ordine del giorno delle assemblee. Le dirò di più, non intervenivano neppure su argomenti di attualità politica. Una volta ebbi modo di rilevarlo e mi chiamò Bertinotti, allora alla guida di Montecitorio. E mi fece notare che ormai non era più così, che la mia era una visione antica e mi citò anche un lavoro del professor Ferrara a proposito proprio del ruolo dei presidenti».

Senta presidente, stavolta però si sta verificando un fatto forse nuovo.

«Quale?».

Il presidente della Camera è in straordinaria sintonia con quello della Repubblica. Anche in passato accade che un segretario del Msi si autoelesse portavoce del presidente della Repubblica. Quel segretario si chiamava Fini, ma sarà un caso di omonimia, ma al Quirinale c’era lei.

«Sì e vero. Non era il solo però. Anche i socialisti, i liberali e parte del mio partito, la Dc, fecero lo stesso. Oggi però mi pare ci sia una consonanza di fatto tra il presidente della Repubblica e Fini».

Non c’è il rischio che si crei una confusione proprio sul prossimo grande tema all’ordine del giorno della politica, il testamento biologico.

«Di quale confusione parla?».

Be’, i presidenti della Repubblica e della Camera sembrano essere contrari al testo approvato a Palazzo Madama; quelli dello Senato e del Consiglio invece sembrano favorevoli.

«Il rischio c’è ma ci ha pensato Schifani a sgombrare il campo difendendo Napolitano da eventuali attacchi. Ora bisognerà vedere che cosa farà Fini».

E che farà secondo lei?

«È possibile che conceda il voto a scrutinio segreto e allora si verificherà che un pezzo del Pd voterà a favore della legge e forse qualcuno del Pdl si esprimerà per il no».

Se Fini decidesse di scendere dallo scranno più alto, sedersi tra gli altri deputati e votare per il no?

«C’è solo un precedente nel Senato Regio quando il barone Manno, viste le difficoltà del governo, lasciò al vicepresidente e votò per Cavour. Era il 1852 se non ricordo male. Se fossi Fini prenderei una decisione più chiara».

Quale?

«Mi dimetterei da presidente, formerei un mio gruppo parlamentare e farei una battaglia a viso aperto».

Ma come? È uno dei fondatori del Pdl...

«Forse non ne è mai stato molto convinto. l’ha fatto perché glielo hanno detto i suoi. L’hanno un po’ costretto».

Ma Fini oggi che politico è? È ancora di destra?

«Direi che è un radicale. Intendo dire un radicale del vecchio partito radicale. Un laicista, un laico. Se decidesse di fondare questo nuovo gruppo parlamentare potrebbe chiamarlo proprio "gruppo radicale", visto che non è più presente in Parlamento».

Presidente ma è pur vero che la destra, soprattutto la nuova destra europea, è tutta laica.

«Non c’è dubbio. Infatti anche la Dc veniva considerata come un partito riformista».

Intanto Berlusconi annuncia che il Pdl di fatto sosterrà il testo sul biotestamento tanto caro alle gerarchie ecclesiastiche. Pochi giorni fa aveva detto che avrebbe lasciato ai deputati del Pdl libertà di coscienza. Sta cercando di ricucire con il mondo cattolico?

«Il mondo cattolico... Diciamo che è molto più complesso. Sono d’accordo con quanto ha spiegato il cardinale Bertone, ovvero che solo in Italia si fa risalire al Vaticano qualunque pensiero di qualunque vescovo. Però mi ha sorpreso come anche da parte del Vaticano ci siano state critiche personali. Voglio dire: quando Pio XI scrisse la prima enciclica in lingua volgare e condannò il nazismo non citò Hitler o Goebbles. E quando condannò il comunismo non citò Stalin. Oppure la scomunica di Pio XII nella quale non era contenuto il nome di Togliatti».

E lei? Che cosa ne pensa?

«Quello che le posso dire è che proprio ieri ho disdettato l’abbonamento a Famiglia Cristiana. Basta. Ho mandato una mail, ormai si fa tutto per mail».

Presidente, si ricomincia a parlare di Grande Centro. Stavolta è un’ipotesi realizzabile?

«No. In questa settimana però ci sarà la convention dell’Udc e penso ci andranno alcuni esponenti teodem».

Ci andrà anche Francesco Rutelli?

«Lo sa che l’ho visto proprio poco fa? Non gliel’ho chiesto».

Ci sarà una scissione nel Pd? Una miniscissione? Una scissioncina?

«Penso che qualcuno andrà via, non c’è dubbio. Bersani è un vecchio comunista e certamente farà del Pd un partito più laico».

D’Alema sembra in difficoltà per le inchiesta pugliesi. Eppure proprio lui aveva avvertito di «scosse» nei confronti di Berlusconi. Un abbaglio?

«No, assolutamente. Rilegga bene che cosa disse D’Alema quel giorno. Era un avvertimento rivolto ai suoi: attenti, sta per arrivare una scossa. Berlusconi non c’entrava nulla».

Rischia anche il Pd dalle inchieste pugliesi?

«Lo sa quanti anni ho io?».

A memoria non ricordo.

«Ne ho 81. Prima che veda la sinistra finire male per effetto della magistratura dovrò arrivare a 100. Forse a 110».

Anche quest’indagine verrà insabbiata?

«No, andranno avanti. Ma poi giocheranno con le prescrizioni e finirà tutto. D’altro canto fecero così anche con Mani pulite. Si dissero: mica possiamo fare la guerra con tutti. E salvarono il Pci».

Come finirà il lodo Alfano?

«Si è aperta una trattativa. Alfano ha detto che vuole andare avanti, non si sa su che cosa. Ora si discute. Noi molliamo la riforma e voi non toccate il lodo. Letta parlerà con il capo di Magistratura democratica e troveranno un’intesa. Magari potrebbe essere l’astensione della Gandus nel caso Mills. Anzi, sa che le dico? Ora che ci penso potrebbe essere una buona intesa».

Come una trattativa?

«Massi, è sempre successo così. Lei ha mai visto una riforma della giustizia fatta dal centrodestra? Ogni volta che si inizia, si tratta e non si fa nulla».

Presidente, e il Quirinale? Che deve fare il Capo dello Stato?

«Parlare dei più importanti temi di attualità. La musica, anzitutto. La poesia. Cristoforo Colombo. E poi Dante. Come si può dimenticare Dante? Basta spulciare qualche libro, cercare qualche ricorrenza di Dante. Vuole che non se ne trovano? Una bella celebrazione e via».

E che fa? Parla per anni di Dante?

«Certo. Quando avrà finito gli argomenti può intervenire su Boccaccio. Quindi Petrarca. poi la musica. Rossini, evitando di dire che poi andò a vivere a Parigi magari».


Fonte: Il Tempo dell'8 settembre 2009, pag. 1

martedì 8 settembre 2009

Una proposta seria

Fra tre settimane "festeggerò" i due anni del mio essere blogger - sui generis -, anomalo e controcorrente.
Dopo tutto questo tempo ed alle soglie della pensione, desidero sottoporvi la mia convinzione più profonda. 
Cambiare la nostra Carta Costituzionale al più presto, ogni giorno che passa è un danno enorme per i nostri figli e, ancor peggio, per i nostri nipoti.
Questo mio convincimento nasce, oltre che dall'esperienza di vita, dalla lettura di molti libri che mi hanno dato la prova che se non si cambierà la Costituzione , e di conseguenza il nostro modo d'agire, saremo destinati al fallimento come Nazione.


Per farvi rendere conto che quanto affermo sia la verità, vi consiglio la lettura di otto libri di autori contemporanei, quasi tutti giornalisti di varia estrazione politica o culturale, ma tutti spinti alla scrittura dall'amore per la verità.
A questi otto libri vi ricordo di aggiungere il nono, di cui ho già scritto qualche giorno addietro: Falce e carrello di Bernardo Caprotti, titolare dei supermercati Esselunga.


Tutti libri che dovrebbero essere studiati a scuola fin dalle medie inferiori.
L'impegno economico per il loro acquisto è intorno ai centocinquanta euro, ma vi assicuro che valgono un milione di volte di più.

Eccone le copertine:



























lunedì 7 settembre 2009

Dal Riformista

Nessun commento a quanto scrive Pansa, giornalista che ammiro e stimo e del quale, avendone letto i libri, condivido pienamente il pensiero.

Caso Boffo, schiamazzi e silenzi
di Giampaolo Pansa

È finita male la storia di Dino Boffo come direttore di Avvenire. Male perché questo giornalista importante, e forte di molto potere nel territorio dei vescovi italiani, non ha voluto raccontare la sua verità sulla storiaccia di Terni. Ma così ha reso un pessimo servizio ai propri lettori e soprattutto a se stesso.
©lapresse archivio storico varie anni '90 Dino Boffo nella foto: il giornalista e direttore di Avvenire Dino Boffo
Quando ho visto sull’Avvenire di venerdì 4 settembre la sua sterminata lettera di dimissioni, ho pensato che avrei scoperto lì una spiegazione di quanto era accaduto e della sentenza di condanna ricevuta a Terni. Invece non vi ho trovato quasi nulla. Boffo si è limitato a dire soltanto di «essere incorso in un episodio di sostanziale mancata vigilanza» sull’uso del suo cellulare. Per poi aggiungere: «Se uno sbaglio ho fatto, è stato quello di non aver dato il giusto peso a un reato bagatellare», ossia da nulla.
Tuttavia, nella sua lettera, Boffo ha trovato lo spazio per citare un passo del Bestiario pubblicato il 2 agosto sul Riformista.

Nel descrivere quanto stava accadendo da mesi nei giornali italiani, prevedevo l’inizio di una guerra civile dentro la carta stampata. Dovuta alle nuove e più agguerrite direzioni dei due quotidiani lontani dalla sinistra, il Giornale e Libero. E concludevo dicendo che sarebbe colato «il sangue e anche qualcosa di più immondo».

Dal momento che Boffo mi ha citato, stuzzicando la mia vanità, anch’io voglio citare lui. La sera di domenica 30 agosto, giorno d’uscita di un altro Bestiario dedicato ai moralisti che avevano qualche difetto, il direttore di Avvenire mi ha telefonato. Preciso che entrambi non eravamo abituati a cercarci. Boffo mi ha detto che condivideva il mio articolo dalla prima riga all’ultima. Ma ci teneva a spiegarmi di non essere tra i big che descrivevo: signori importanti che speravano di farla franca se nella loro vita privata c’era qualcosa che non andava.

A quel punto gli dissi che, per il ruolo che ricopriva, aveva il dovere di raccontare la sua verità sulla faccenda delle molestie a sfondo sessuale rivolte alla ragazza di Terni. Erano venute da lui o dal misterioso assistente drogato che utilizzava il suo cellulare? Boffo mi rispose: «Lo farò a tempo debito, quando sarà il momento». Confesso che provai una gran pena. Aveva il tono dell’uomo distrutto e messo alle corde.

Da allora sono arrivati giorni infernali. Boffo è stato costretto a lasciare Avvenire. La guerra civile di carta sta infuriando. Lui avrebbe potuto spegnerla subito, spiegando come si era deciso a pagare l'ammenda per evitare un processo pubblico. Però non l’ha fatto. Forse aspetta ancora il momento adatto. È una sua scelta. Non la condivido, ma la rispetto.

Quello che non voglio rispettare è il frastuono, lo schiamazzo, la cagnara venuti dall’intera casta politica. Lascio perdere il nostro presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi sta sbagliando tutte le mosse nei confronti dei media. La querela e la citazione per danni sparate contro Repubblica e l’Unità sono un errore catastrofico. Hanno autorizzato repliche assurde: siamo al fascismo, arriva Hitler, il Cavaliere vuol chiudere i giornali che lo attaccano.

A perdere sarà lui. Basta vedere qualche tigì per rendersi conto di quanto sia stressato, con i nervi a fior di pelle. Nei mesi scorsi gli avevo suggerito due volte di dimettersi, per salvare la propria immagine e la salute. Oggi non lo farò più, anche se continuo a pensarla così.

Ma i partiti di maggioranza e di opposizione non sono guidati da leader a un passo dalla crisi personale. O almeno così sembra. Eppure il loro comportamento è stato indecente, e non sempre rintuzzato dai giornali nel modo giusto. Uno spettacolo grottesco: destra e sinistra unite nella lotta ai maledetti giornalisti che vogliono frugare nei loro armadi, come succede in tutte le democrazie del mondo.

La rabbia che erutta dalla sinistra, nelle sue tante versioni, non mi ha stupito. Gli insulti sputati contro Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro sono gli stessi che avevano sputato contro di me per i miei libri revisionisti sulla guerra civile. Fascista, servo di Berlusconi, bugiardo, diffamatore della Resistenza, venduto in cerca di soldi: mi hanno dipinto così. Pazienza, sono io che ho messo alle strette la nomenklatura di centro-sinistra, rivelando le bugie spacciate per sessant’anni. Adesso il Club dei Nasi Lunghi, fondato da Pinocchio, sta perdendo tifosi e voti. Pace all’anima loro.

Mi hanno sorpreso di più certi ras della destra. Primo fra tutti Gianfranco Fini che ha strillato: basta con il killeraggio dei giornali! Bel tipo, il nostro presidente della Camera. Lo smemorato di Collegno era un dilettante rispetto a lui. Se avessi dovuto interpretare i suoi umori, non avrei scritto una riga dei miei libracci. Raccontare dei morti fascisti lo infastidisce. C’era anche un suo parente? Al diavolo anche il parente.

Per venire all’oggi, Fini ci fa comprendere bene che cosa pretenda l’intera casta partitica. La casta ha difeso a spada tratta il silenzioso Boffo, del quale non gl’importava un fico, soltanto per mandare un messaggio ai giornali: non scrivete di noi, guai se osate mettere il naso nelle nostre faccende.
Purtroppo per loro, non andrà così. Volete sapere quel che avverrà? Feltri tirerà diritto. Lo stesso farà Belpietro. Gli altri giornali dovranno imitarli per non apparire mosci o reticenti, perdendo nuovi lettori. Posso sbagliarmi, però dopo il caso Boffo nulla sarà più come prima. Ma l’equilibrio fra i poteri si realizza anche così.

Fonte: Il Riformista del 7/09/2009

Finalmente i Grillini se ne sono resi conto

Lo sempre detto, scritto e ripetuto, che il comico urlante alla Luna - il genovese Beppe Grillo - fa esclusivamente i suoi interessi e di qualche amico degli amici...suoi, politicanti dell'ultim'ora.

Apprendo con gioia che anche i Grillini iniziano a rendersene conto.
Vi propongo la lettura di questo interessante articolo:

I "grillini" si ribellano a Beppe: "Ci sfrutta per avere soldi e voti"
di Francesco Cramer
«Ho un grillo per la testa», è l’ossessionante jingle di Beppe Grillo, il comico aspirante leader dell’opposizione. Più d’uno se, luminoso esempio di fuoco amico, anche i suoi «grillanti» cominciano a ribellarsi al menestrello al pesto. Il primo meetup della provincia di Cuneo, gruppo di tifosi del fustigatore anticasta, infatti, chiude baracca e burattini. E fin qui, nulla di strano, capita. Il bello è che lo fa rovesciando veleno allo stato puro sul grande guru genovese. In un rovente scritto inviato ai giornali locali e a tutti gli iscritti del gruppo, lo staff dei grillanti accusa: Grillo? Predica bene ma razzola male. Questo il concetto, morbido come una mousse rispetto al tono e al testo della lettera, ruvidi come la carta vetrata. Per una spietata legge del contrappasso ora una fetta di movimento piemontese lo manda a «vaffa... », lui che ha mandato a «vaffa... » mezzo mondo.

«Abbiamo dovuto renderci conto in svariate occasioni che lo stesso Beppe Grillo parla bene e razzola male ed è quindi, crediamo per questo, che il grillismo sia diventato il sinonimo di arrivismo e smania di potere, di ricerca di consensi elettorali per raggiungere i propri interessi personali sfruttando il malcontento, la buona fede e l’ingenuità della gente». Parole come sanpietrini sulla testa del barbuto castigamatti di Savignone. Ma non è finita: «Di questi tempi abbiamo constatato come anche l’utilizzo del malcontento è divenuto un mezzo per ottenere voti e guadagni». E giù a snocciolare le cifre del suo 740: «Basti pensare che da quando Grillo ha iniziato la sua “carriera politica” il suo già elevatissimo reddito è quasi raddoppiato. Erano 2,6 milioni di euro dichiarati nel 2004, poi il 26 gennaio 2005 lancia il blog beppegrillo.it e il fatturato schizza in alto arrivando a oltre 4 milioni nel 2006».

Lungi dall’essere una critica pauperistica il vero schiaffo, tutto morale, arriva poche righe dopo: «Ma la cosa che mai ci saremmo aspettati da chi, come fa lui, si erge a difensore della trasparenza è che ha avuto anche il coraggio di irritarsi quando i suoi redditi sono stati pubblicati e quindi conosciuti dall’opinione pubblica. Insomma lui a parole la esige, ma solo per gli altri».

«Trasparenza», parola con cui Grillo si riempie la bocca, ora gli rimbomba nelle orecchie. «A proposito di trasparenza e di V Day - scrivono i grillanti di Cuneo - un’ennesima forte delusione l’abbiamo avuta quando abbiamo scoperto che, ovviamente dopo aver raccolto le firme per il V Day2 Referendum sull’informazione, grazie a questo nostro lavoro (portato avanti tra l’altro a nostre spese) Grillo e alcuni suoi amici, se il referendum fosse andato a buon fine, avrebbero incassato un sacco di soldi come rimborsi dallo Stato». E non è finita qui. Il giudizio è tossico e tranchant: «Vista la totale mancanza di coerenza con cui imperterrito porta avanti le sue azioni, senza preoccuparsi minimamente di salvare almeno le apparenze, evidentemente ritiene che coloro i quali in lui hanno riposto le loro speranze, siano individui accecati o rincitrulliti, con gli occhi foderati di salsiccia che continueranno a credergli nonostante tutto». Ma ce n’è anche per i suoi incalliti supporter, ancora ignari che il re è nudo: «E forse in parte può aver ragione perché il movimento, oltre ad essere composto e gestito da una folta nomea di arrivisti, annovera tra le sue file ancora qualche ingenuotto (ma sempre di meno) ed anche quel genere di persone un po’ fanatiche che seguono il leader senza nessuno spirito critico e senza mai porsi domande».

La chiusa è al vetriolo: «Ora non ci stupiscono più le notizie che descrivono un Grillo ecologista che ha posseduto anche due Ferrari (classificata tra le auto più inquinanti in commercio), più Porsche, Maserati, Chevrolet Blazer, eccetera e gira su motoscafi altamente inquinanti, che parla di risparmio energetico e nella sua villa ha una fornitura da 20 kilowatt contro i 3 kilowatt medi delle case italiane; personaggio che si erge a moralizzatore del malcostume italiano che tuona contro i condoni e poi, appena si presenta l’occasione, si avvale per ben due volte del cosiddetto condono fiscale tombale oltre che del condono edilizio». Se il Grillo frinisce, i «grillanti» ruggiscono.

Fonte: Il Giornale del 7 settembre 2009, pag. 6

domenica 6 settembre 2009

Chicca dal Venerdì di Repubblica


Questa chicca, trovata su altro blog, è la prova provata, oltre ogni ragionevole dubbio, che l'odio viscerale fa vedere il "nemico" dappertutto, come i cavoli a merenda!

Non fai sesso? È colpa del Cavaliere.

Sono tre anni che non fai sesso? È colpa di Silvio Berlusconi. Non hai amici, non trovi l’amore? È sempre con l’infame di Arcore che te la devi prendere. E poi dicono che il loro non è un chiodo fisso. Meravigliosa Natalia Aspesi, la quale ci dimostra ancora una volta che per ridere di quelli come lei non c’è bisogno di inventarsi nulla. Basta raccontarli così come sono, prendere le loro frasi e metterle in fila.
Per chi non ne fosse al corrente la signora Aspesi, storica maestrina rossa del bon ton radical chic, tiene da lustri la rubrica della posta del cuore sul Venerdì, il magazine settimanale allegato a Repubblica. Ma si capisce che la dimensione intimista le sta stretta. Ambisce ad altro. Così ogni tanto si fa un po’ prendere la mano. Trova una breccia in qualche cuore infranto e ci si infila inebriata, finalmente libera di rifilare al lettore un concione di alta politica. L’ultimo numero del settimanale, però, è da collezione: stavolta la signora ha dato la meglio di sé.
Le scrive un uomo di 53 anni. Sensibile ed educato, si presenta senza ipocrisie. «Ho sempre sghignazzato quando arrivavo alla sua rubrica», esordisce il tipo. «La trovavo stupidamente noiosa, da settimanale rosa. Poi ho iniziato a leggerla, e posso dire che mi colpisce la solitudine di chi le scrive, me compreso, al punto di arrivare a scrivere a un’estranea, non potendo parlare con amici». Il signore vive a Napoli, è convinto di portare bene la sua età, ha un salario dignitoso, è divorziato e dopo il matrimonio ha avuto qualche storia finita male. Confessa di avere cercato compagnia sui siti a pagamento. Ha anche frequentato locali per single, deprimendosi ancora di più. Adesso si dice pronto a rinunciare al sesso «pur di incontrare l’amore». Di politica non parla, dalla sua lettera non si capisce nemmeno se gliene freghi qualcosa, se stia con Berlusconi o con Oliviero Diliberto, ed è giusto così.
Cosa fare quando una persona simile ti scrive cose del genere? Il minimo è rispettare i suoi sentimenti senza strumentalizzarla. Ma il nostro ha avuto la sfortuna di beccare la signora Aspesi in un giorno in cui le rode particolarmente. Fedele al motto dei suoi tempi per cui «tutto è politica», anche quello che accade sotto le nostre lenzuola, una Aspesi in formato Erinni, dea della vendetta, piomba su di lui e su Berlusconi. «Mi perdoni se le dico una cosa che forse la irrita e che le sembrerà non c’entrare nulla con la sua inquietudine: il berlusconismo è anche questo», attacca furibonda.
Berlusconi? E che cavolo c’entra costui col fatto che uno non trova la donna giusta e non ha amici? La penna rosa di Repubblica ce lo spiega subito: il berlusconismo ha «trasformato i desideri e le inquietudini della gente», ha «spinto le persone a valutare gli altri secondo ciò che hanno e non secondo ciò che sono», ha «sostituito i sentimenti con il consumo».
Tiè. Così il settimanale di largo Fochetti affibbia al premier l’unica colpa che la sinistra, bontà sua, sinora gli aveva risparmiato, forse per paura di sprofondare nel ridicolo: la responsabilità della infelicità altrui. Titolo dato dal settimanale di Repubblica a questa pagina-capolavoro: «L’amore vero, così difficile da incontrare al tempo (tristissimo) del berlusconismo».
Nel mondo psichedelico di Natalia, infatti, prima del 1994 donne interessate ai soldi degli uomini non esistevano, e men che meno uomini interessati solo al corpo delle donne. Nessuno era solo, l’amore era bello, libero e giocondo e soprattutto sempre corrisposto e disinteressato. Si capisce, allora, la rabbia della signora per il malefico individuo che ha rovinato il suo idilliaco universo parallelo. Comprensibile pure il suo appello: cuori solitari di tutto il mondo, unitevi e marciate su villa Certosa.
Anche se c’è il dubbio che certe differenze con Berlusconi esistano più nella mente della signora che nella realtà frequentata da noialtri. Almeno a giudicare dal consiglio con cui lei stessa si congeda dal lettore napoletano, tentato di rinunciare ai rapporti con le donne: «Non si punisca e non le punisca, il sesso aiuta molto a volersi bene». Insomma, si dia da fare e non si ponga troppi problemi. Che poi è lo stesso consiglio - diciamocelo - che gli avrebbe dato Berlusconi. Ma senza tirarla tanto per le lunghe, senza buttarla in politica, e magari presentandogli un’amica.

Fonte: Blog di Fausto Carioti, 31/08/2009

sabato 5 settembre 2009

L'ultima imperdibile sull'ex pm Di Pietro


Sarebbe stato un peccato mortale non pubblicare quanto vi propongo senza alcun commento, cosa assolutamente superflua.

L’amico tradito: "Vi racconto io il vero Tonino"
di Gian Marco Chiocci

Il 5 marzo scorso faticammo non poco a convincere Pasqualino Cianci a commentare i tre mesi di sospensione inflitti al suo «avvocato» Antonio Di Pietro. Sei mesi dopo, l’amico-cliente tradito dall’amico-avvocato, non ha più remore né timori. «Chieda pure, chieda...».
Ora che la sentenza è pubblica e visibile a tutti, che può dire di quella vicenda?
«Una vicenda squallida. Credevo di poter contare su un amico vero, se non altro perché ad Antonio ho regalato gran parte della mia vita, aiutandolo e supportandolo specie nei momenti di sua grande difficoltà. Sono stato la sua ombra, sempre vicino anche durante Tangentopoli, vicino pure a Susanna (la moglie, ndr), uno di famiglia, insomma. Poi sulla mia pelle ho scoperto di che pasta era realmente fatto: per meri interessi pubblicitari, chiamiamoli così, in un momento in cui non godeva della luce dei riflettori, non ha avuto alcuna esitazione a buttare a mare l’uomo che più gli era stato amico in cambio di un po’ di visibilità. Ha miseramente tradito l’uomo che s’era precipitato a soccorrergli il padre che era morto cadendo dal trattore, lo stesso uomo che al posto suo s’era recato in ospedale a prendere il feretro della madre. Ecco chi è Tonino. Ha provato ad avvicinarmi chiedendo a un amico di organizzare l’incontro ed essere presente. Io non voglio testimoni, devo guardarlo in faccia. Mi deve dire perché l’ha fatto».
Come andarono effettivamente le cose fra voi?
«Quando mia moglie venne trovata uccisa ed io tramortito accanto a lei, davanti al letto d’ospedale si materializzò all’improvviso lui, da poco diventato avvocato. Ovviamente la cosa mi sorprese positivamente e non ebbi nulla da obiettare quando chiese se poteva assistermi. Dissi di sì anche perché mi offrì di andare a casa sua “perché - sussurrò - a me non mi intercettano”. Rimasi stupito dall’affermazione, e ribattei che io non avevo nulla da nascondere, tantomeno al telefono».
Quindi?
«Si mise al lavoro e a caldo svolse in modo impeccabile il mandato difensivo interrogando testimoni, facendo indagini accurate, chiedendo pure a me un sacco di cose. Aggiunse che dovevo andare fiero di mia figlia Debora che nei primi drammatici momenti aveva avuto la forza di contattarlo a Milano. Inutile dire che, solo successivamente, mia figlia mi ha confessato di non averlo mai chiamato non avendo i suoi recapiti, che erano riservati. È diventato mio avvocato bluffando».
Tutto molto strano.
«Niente al confronto di quel accadde successivamente. Un giorno mi chiama sempre Debora, arrabbiatissima, dicendo che si sono presentati i giornalisti e le telecamere di Chi l’ha visto? a casa. Autorizzati. Pensava che ero stato io. E invece aveva fatto tutto Antonio, cercava solo pubblicità, e la cercava in un momento dolorosissimo per me e per i miei figli...».
Ne è sicuro?
«Assolutamente. Lo cercai per un chiarimento ma non si fece trovare. Quindi a tarda sera, dopo la trasmissione, lo affrontai a casa: gli chiesi se era stato lui a mandare i cronisti perché aveva bisogno di tornare sulla cresta dell’onda. Lo sollecitai ripetutamente a confermare o a smentire anche con un cenno del capo. Non mi rispose né sì né no. Abbassò lo sguardo eppoi mi spintonò violentemente contro il muro. A quel punto l’ho guardato fisso e gli ho detto: “Ho capito tutto, Antonio. Dammi il tempo di prendere le mie cose e me ne vado da questa casa”. E così ho fatto».
Il tradimento vero e proprio, processualmente parlando, quando avvenne?
«In brevissimo tempo e senza una revoca ufficiale del mandato da parte sua. L’ho scoperto andando in tribunale, per caso, una mattina. Era seduto accanto alle parti civili, un tutt’uno col pm. Che scena... non ci volevo credere. Da difensore ad accusatore. Lui, il mio inseparabile amico, trasformato nel più feroce dei detrattori. Ma c’è molto altro...».
Più di così?
(Sorride amaro) «Molto di più. Un giorno chiese a me e ad un amico comune di accompagnarlo all’aeroporto. “Prima però - spiegò quand’eravamo in macchina - devo passare un secondo in procura”. Pensai che doveva consegnare alcuni documenti, invece era salito dal procuratore per denunciarmi! E questo avveniva dopo che, da difensore, aveva consegnato personalmente il mio passaporto in questura. Dopo che da difensore, in alcune interviste, aveva lasciato intendere che l’omicidio poteva anche essere maturato all’interno della famiglia. Capito? Non auguro a nessuno un avvocato così...».
L’esposto all’ordine degli avvocati è così arrivato in automatico...
«Macché. Prima sono andato alla stazione dei carabinieri a denunciare tutte le sue malefatte nei miei confronti. E mentre esibivo carte e documenti i militari si mostravano allibiti, letteralmente preoccupati. Adesso, se permette, la faccio io una domanda: secondo voi qualche magistrato ha mai aperto un’inchiesta su Antonio Di Pietro in relazione ai fatti da me documentati e denunciati?».
Fonte: il Giornale.it del 05-09-2009
Autore: gianmarco.chiocci@ilgiornale.it
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Per completezza riporto quanto scritto dalla Redazione de il Giornale in merito alla vicenda con l'articolo intitolato:
"L’avvocato Di Pietro va sospeso, ha violato codice e deontologia"

È online l’integrale della «condanna» a tre mesi di sospensione dell’avvocato Antonio Di Pietro. Sul sito del Consiglio Nazionale Forense (www.consiglionazionaleforense.it) a fatica si possono scovare le dieci pagine delle motivazioni con le quali il leader dell’Italia dei Valori è stato duramente sanzionato per l’illecito deontologico - già evidenziato dall’ordine di Bergamo - compiuto ai tempi in cui Tonino aveva abbandonato la toga da pm per indossare quella di avvocato, illecito consumato ai danni di un suo assistito, che peraltro era anche il suo migliore amico. Nel documento in pdf contenuto nella banca dati dell’organo degli avvocati, vi è la prova provata delle scorrettezze e del tradimento compiuto del paladino dei moralisti nei confronti dell’inseparabile Pasqualino Cianci, coinvolto nel misterioso omicidio della moglie avvenuto a Montenero di Bisaccia l’8 marzo del 2002. In pillole: venuto a conoscenza del fatto di cronaca nera nel suo paese natale, l’ex pubblico ministero Antonio Di Pietro si precipitò in Molise a prendere la difesa dell’amico, che ospitò personalmente a casa. Dopodiché, contravvenendo agli obblighi deontologici e infischiandosene delle indagini da lui stesso svolte, lo avrebbe brutalmente rinnegato. Come? Diventando l’avvocato delle parti civili, ovvero della controparte processuale a fianco dell’accusa, non appena ebbe sentore che Cianci sarebbe finito indagato per omicidio. Di Pietro, che oggi straparla contro il «Giornale» sulla vicenda Boffo, ha commesso il peggiore dei peccati: ha tradito la fiducia della persona assistita e l’affetto della persona che più gli era stata vicina nella vita: «La condotta del professionista - è scritto nel documento - integra certamente la violazione dei doveri di lealtà, correttezza e di fedeltà nei confronti della parte assistita e l’illecito deontologico». La singolare condotta dell’avvocato Di Pietro, ad avviso del Consiglio, cozza violentamente con l’articolo 51 del codice deontologico forense laddove si fa chiaramente divieto al difensore di assumere un incarico analogo contro lo stesso cliente nel medesimo procedimento. Di infrangere quella norma, a Tonino, è fregato poco quando s’è accorto che per Pasqualino si stava mettendo male. Non solo non gli ha detto nulla al momento di passare dall’altra parte, ma al clou dell’inchiesta s’è messo pure a fare lo sbirro per incastrare Pasqualino. Bell’amico. Bell’avvocato. Bell’esempio. La sentenza che lo svergogna è online. Carta canta.

II Consiglio nazionale forense, riunito in seduta pubblica nella sua sede presso il ministero della Giustizia (...) ha emesso la seguente decisione sul ricorso presentato dall’avv. Antonio Di Pietro avverso la decisione (...) con la quale il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bergamo gli infliggeva la sanzione disciplinare della sospenzione dall’esercizio dell’attività professionale per la durata di mesi tre. FATTOCon esposto (...) il sig. Pa[/TESTO-INFRA]squalino Cianci (...) a quel tempo imputato nel procedimento penale (....) pendente davanti alla Corte d’Assise di Campobasso per l’omicidio di D’Ascenzio Giuliana, in vita moglie dell’esponente, riferiva quanto segue:
1) di aver perduto la moglie assassinata nella casa di abitazione della famiglia, subendo al tempo stesso un’aggressione che ne aveva determinato il ricovero all’Ospedale di Termoli, dal quale era stato dimesso il giorno successivo;
2) di essere stato sentito, qualche ora dopo il ricovero, a sommarie informazioni testimoniali e di essere stato al tempo stesso raggiunto dall’avv. Antonio Di Pietro, appositamente accorso da Milano, in ragione di un antico rapporto di amicizia, tale che subito lo stesso avvocato aveva redatto, di suo pugno, la nomina a difensore dello stesso Cianci, a quel tempo individuato come parte offesa;
3) di essere stato indotto dall’amico difensore, che nel frattempo aveva provveduto alla nomina di un CT (consulente tecnico, ndr) di parte per presenziare all’autopsia sul corpo della moglie, ad alloggiare nella sua casa di Montenero di Bisaccia, dove lui stesso si era trattenuto per diversi giorni, parlando con l’assistito ed assumendo una serie di notizie sui rapporti familiari, sui suoi movimenti e sulla situazione economica della famiglia;
4) che dopo alcuni giorni, senza preavviso, l’avv. Di Pietro gli aveva comunicato la volontà di non più assisterlo, senza dare alcuna giustificazione alla sua decisione e trasferendo la sua difesa ad altro difensore con il consenso dell’assistito, che aveva cieca fiducia in lui;
5) che alla prima udienza davanti alla Corte d’Assise di Campobasso l’avv. Di Pietro si era presentato come difensore delle parti civili, costituito contro l’esponente (Cianci, ndr);
6) che l’avv. Di Pietro aveva fatto uso di informazioniacquisite dall’assistito contro lo stesso e che emblematico di tale situazione era il fatto che, all’udienza del 17 maggio 2005, era stato sentito il teste Antonio Sparvieri, escusso (interrogato, ndr) dallo stesso avv. Di Pietro, quale difensore di Pasqualino Cianci, al tempo parte offesa;
7) che dopo l’escussione dello Sparvieri da parte dell’avv. Di Pietro, quest’ultimo si era fatto conferire il mandato dalle altre parti offese ed aveva depositato (...) memoria, con la quale, in qualità di difensore dei familiari della deceduta Giuliana D’Ascenzo, aveva depositato la nomina di nuovo difensore di fiducia del Cianci, contestuale alla sua rinuncia (...). L’esponente (Cianci, ndr) ravvisava nella condotta del professionista (Di Pietro, ndr) la violazione dei doveri di lealtà e probità e dei doveri imposti dagli artt. 35, 36 e 37 del codice deontologico forense e chiedeva l’apertura di procedimento disciplinare a carico dell’avv. Di Pietro.
ESPOSTO FONDATO (...) L’avv. Di Pietro contestava la fondatezza dell’esposto; ribadiva di non avere mai difeso il Cianci in qualità di imputato; precisava di essere stato designato difensore delle parti civili; escludeva che la sua condotta potesse integrare violazione delle norme (...); escludeva che si fosse determinato un conflitto di interesse fra le parti assistite, avendo egli assunto la difesa delle parti lese ed essendo venuto meno l’incarico del Cianci prima che si verificasse formalmente un qualsiasi conflitto; escludeva, infine, di avere appreso dal Cianci informazioni per lui compromettenti e sosteneva che una sua eventuale rinuncia al mandato processuale avrebbe potuto determinare pregiudizio alle parti lese.
IL FASCICOLO Con delibera (...) il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bergamo disponeva l’apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Antonio Di Pietro. (...) Dopo alcuni rinvii, acquisita la documentazione prodotta dall’incolpato e svolta l’istruttoria dibattimentale, il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bergamo (...) ritenuta la responsabilità disciplinare dell’incolpato, gli irrogava la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale per mesi tre.
I MOTIVI DELLA SOSPENSIONE
1) L’avv. Di Pietro aveva assunto la difesa di Pasqualino Cianci il giorno stesso dell’omicidio della moglie di questi e che, in costanza di tale mandato, egli aveva espletato attività difensiva nel suo interesse (...);
2) (...) L’Avv. Di Pietro aveva cessato di assistere il suo difeso (lo stesso Cianci, ndr), per formale revoca del mandato, continuando ad assistere gli altri congiunti della defunta (...);
3) (...) La revoca del mandato celava, in realtà, una rinuncia al mandato da parte del difensore, come emergeva dall’esposto e dalle dichiarazioni rese dall’avv. Di Pietro (...) che si era reso conto della possibilità che il Cianci potesse essere indiziato dell’omicidio della moglie;
4) (...) In entrambi i casi (revoca o rinuncia) il disposto dell’art. 51 dei c.d.f. fa divieto all’avvocato di assumere incarico contro un ex cliente (...);
5) Irrilevante e comunque infondata è la tesi che il difensore avrebbe assunto un mandato collettivo delle parti civili (...)
LA BOCCIATURA Il Consiglio dell’Ordine riteneva la condotta del professionista di rilevante gravità, anche in ragione dei rapporti stretti e confidenziali che egli aveva con il Cianci (...). Avverso la decisione (...) l’avv. Di Pietro ha proposto tempestivo ricorso (...) che non merita accoglimento (...).
È pacifico (...) che:
1) l’avv. Di Pietro ha assunto il mandato di Pasqualino Cianci (...) lo stesso giorno in cui era avvenuto l’omicidio della signora Giuliana D’Ascenzo, quando l’assistito era ancora ricoverato all'ospedale di Termoli;
2) il successivo giorno l’avv. Di Pietro (...) dava incarico al prof. Armando Colagreco di partecipare agli accertamenti di carattere medico legale (...);
3) (...) l’avv. Di Pietro, nella qualità di difensore delCianci, nella masseria di Michelino Bozzelli, procedeva a richiedere informazioni al sig. Antonio Sparvieri consuocero di Pasqualino Cianci (...);
4) il giorno successivo (...) l’avv. Di Pietro acquisiva il mandato, redigendolo di suo pugno, dei genitori e dei fratelli della defunta;
5) (...) l’avv. Di Pietro, quale avvocato di fiducia dei familiari della signora D'Ascenzio, depositava agli atti del procedimento penale memoria difensiva (...) e chiedeva che fossero acquisiti alcuni documenti specifici che si trovavano presso l’abitazione della defunta e del suo precedente assistito Pasqualino Cianci e che fossero svolte presso istituti di credito e nei confronti di privati.
LA CONDANNA FINALE (...) Non vi è dubbio, quindi, che il ricorrente abbia dapprima assunto il mandato dei Cianci e che, solo dopo le prime risultanze istruttorie (...) abbia rinunciato al mandato (...). Non è dubbio che la condotta tenuta dall’avv. Di Pietro integri violazione del disposto dell’art. 51 del codice deontologico forense, che vieta all’avvocato di assumere un mandato professionale contro un proprio precedente assistito. (...) La condotta del professionista integra certamente la violazione dei doveri di lealtà, di correttezza e di fedeltà (artt. 5, 6, 7 del codice deontologico forense) nei confronti della parte assistita (...). All’accertamento della sussistenza degli illeciti contestati, pur nei limiti di cui alla pronuncia, non può che conseguire la sanzione disciplinare. Quanto alla determinazione della sua misura, ritiene questo Consiglio che la sospensione dall’esercizio dell’attività professionale per mesi tre, irrogata con la decisione impugnata, sia adeguata alla gravità dell’illecito compiuto.

venerdì 4 settembre 2009

Consiglio di lettura




Dare consigli di lettura, finora pochi,  e quindi spendere dei soldi è cosa ardua non essendo un critico ma un semplice cittadino come voi.
Ma adesso mi corre l'obbligo morale di farlo:
vi consiglio di leggere il libro "racconto" della storia imprenditoriale del proprietario dei Supermercati Esselunga, Bernardo Caprotti.
Libro-racconto nel quale denuncia - con prove incontestabili - tutto quello che ha subito e subisce per mano dei dirigenti di COOP Italia e LEGACOOP, e dalle quali storie si evince, oltre ogni ragionevole dubbio, l'incommensurabile conflitto d'interessi,  stortura della concorrenza e della democrazia per mano dei democratici di sinistra e loro sodali.
Il libro, dal titolo più che chiaro, Falce e carrello, è stato dato alle stampe il 2007. Non è facile da trovare, ma andando in una grande libreria una copia la troverete di certo. Costa anche poco, con lo sconto soltanto 14,00 euro.

Vi assicuro che ne vale la pena leggere quanto racconta questo anziano imprenditore lombardo che ha girato il mondo e parla tre lingue, e che nonostante tutto quello che ha subito e subisce, anche da parte del sindacato rosso, è riuscito a mettere su e mantenere un'azienda che è leader nel settore ed è d'esempio nella grande distribuzione.
Un solo accenno sulla vita di Caprotti imprenditore presumo possa spingervi ancor di più a comprare e leggere il suo libro-racconto.
Caprotti è l'uomo che 50 anni fa, insieme al socio americano  di allora, Rockfeller, ed altri, aprì il primo supermercato a Milano, lasciando la storica filatura Caprotti che la sua famiglia possedeva da generazioni.
Apprenderete come sia possibile aiutare gli amici degli amici, mettersi le leggi sotto i piedi, godere di privilegi inauditi e sperperare il denaro pur di riuscire a primeggiare sulla concorrenza, non importa i modi e le maniere.
Oppure come essere privilegiati rispetto al resto delle imprese essendo una Coperativa che gode di immumerevoli vantaggi anche fiscali (pagare tasse in meno), specialmente se di colore rosso.
Il tutto con sicuro danno per i consumantori ed i cittadini, ma fatto formalmente in maniera democratica e legale (per le leggi, quando bisognano siano fatte per aiutare - vedi Parafarmacie - ci sono i compagni che provvedono senza perdere tempo), rispettando il vecchio andazzo della centralità democratica di scuola togliattiana.
Per queglio contraste le bugie dette contro le verità descritte nel libro, Caprotti ha aperto un sito. 
Visitarlo vi potrebbe risparmiare l'acquisto del libro, anche se consiglio l'acquisto a futura memoria.
Il sito è a quest'URL:
http://www.falcecarrello.com/



Viva Caprotti, viva l'Italia, ma non questa descritta da Caprotti, ma quella che lui e noi vorremmo fosse!



Quando Berlinguer usava le denunce.

Dal ritorno dalle vacanze eccomi di nuovo a proporvi il meglio di quanto trovo in rete, ma sconosciuto ai più ed alla maggioranza dei media nazionali, RAI in testa.
Questa volta, rimanendo sul tema denunce e richieste di danni fatte dal Presidente del consiglio Berlusconi ai quotidiani che lo hanno sbeffeggiato per lungo tempo, ecco quanto accadde tempo addietro in casa ex PCI ora PD.

Quando Berlinguer usava le denunce. Anche contro Sciascia
di Vittorio Macioce

Quel giorno Enrico Berlinguer querelò la verità. Era il 1980, un giorno di maggio, il ventitré e Leonardo Sciascia, scrittore, deputato radicale, da qualche tempo deluso dal Pci, partecipò come sempre ai lavori dell’unica commissione che lo stuzzicava davvero, quella sull’affaire Moro. C’era anche Andreotti e Sciascia scelse quell’occasione per far venir fuori un fatto di cui tutti sapevano e nessuno parlava, qualcosa che stava lì, sotterraneo, come un cadavere nascosto. Ecco perché chiese ad Andreotti: «Il governo sa nulla di certi collegamenti tra il terrorismo italiano e un Paese straniero?». Giulio, il presidente, serafico come sempre rispose di no. Non sapeva nulla. Sciascia sorrise, con l’aria di chi sa e non vuole farsi prendere in giro: «Andiamo Andreotti, ma se perfino Berlinguer lo ammette». Andreotti con finto stupore esclamò: e quando? Sciascia, davanti alla commissione, da parlamentare, cominciò il suo racconto. Disse che tre anni prima era stato a Botteghe Oscure, con lui c’era anche Guttuso, ed erano rimasti lì a chiacchierare con Berlinguer. Fu allora che il capo del Pci ammise che i terroristi, insomma le Br, andavano a sparare, ad addestrarsi, in Cecoslovacchia. Berlinguer negò. Mai parlato con Sciascia di queste cose. E poi disse: diffamazione. Lo scrittore avrebbe risposto delle sue verità in tribunale.

Erano tempi diversi, quelli. Buoni per tutti i nostalgici di un certo Novecento. Le querele, quelle querele, non erano un attentato alla democrazia, alla libertà, alla parola. Non c’erano giornali stranieri che scrivevano: censura. Le querele non erano minacce. Sciascia si prese del bugiardo da amici e giornalisti. Sciascia, nella grande casa comunista, non era solo un traditore, ma anche un appestato, un mitomane. Eppure Sciascia aveva solo detto la verità. Lo sapevano tutti. Lo sapeva Andreotti. Lo sapeva Guttuso, che aveva sentito, ma quando fu chiamato a testimoniare disse «nulla saccio» e tra la verità e il partito scelse la menzogna. Fu la fine di una lunga amicizia, tra due siciliani di razza diversa. E lo sapeva anche il buon Enrico e tutti sapevano che Enrico lo sapeva. Facile. Berlinguer lo aveva detto in tv, durante una tribuna politica con Zaccagnini. Tutti e due avevano parlato di certe relazioni pericolose con l’estero, di certi Paesi che davano vitto, armi e alloggio alla banda Moretti. È questo che chiese Sciascia a Berlinguer: «Ma quale è il Paese?». E lo sventurato rispose: «Cecoslovacchia». Insomma, Berlinguer sapeva benissimo che Sciascia non era un mitomane. Sapeva che Sciascia diceva la verità. Eppure lo querelò. Da notare: querelò un parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni. Con quella storia mise a tacere, o perlomeno insabbiò una domanda cruciale, di un deputato che stava cercando la verità su Moro. Fu per questo che Sciascia controquerelò Berlinguer per calunnia. E chiedeva «esemplare punizione» per averlo incolpato, «sapendolo innocente», di precisi reati.

Tutti sapevano che Sciascia era innocente. Lo sapeva anche L’Unità che si scoprì cerchiobottista. Scrisse che il povero Leonardo non aveva capito. Lo fece passare per un vecchio un po’ citrullo, che fa domande al grande capo e si perde nelle risposte. Sciascia fu derubricato al ruolo di ex compagno che sbaglia. Il risultato fu che la verità restò sotto terra per qualche anno in più. La storia, a livello legale, finì con un nulla di fatto. Il giudice istruttore chiuse la pratica dicendo che lo scrittore non era perseguibile, in quanto deputato. Berlinguer, che accusò di diffamazione Sciascia, sapendolo innocente, se la cavò ancora meglio. Il tribunale scrisse: il fatto non sussiste. Senza il paracadute parlamentare Sciascia sarebbe stato condannato. Quello che resta da capire è perché Berlinguer usò la querela per nascondere un tassello di verità sul caso Moro. Neppure Sciascia lo capì mai del tutto, ma in un’intervista a Rita Cirio dell’Espresso rispose così: «Sono possibili tante ipotesi, per raggiungere effetti elettorali, per mettersi in regola con i paesi dell’Est, per pura e semplice ingenuità. Si capisce che il termine ingenuità è in questo caso un eufemismo. Insomma, non riesco a spiegarmelo a lume di intelligenza». Magari non voleva essere interrogato in commissione? «È possibile. De Cataldo, che è il mio avvocato, ha parlato anche di tentativo di intimidazione». Il risultato fu che la Cecoslovacchia finì in archivio.

Sciascia e Berlinguer non ci sono più e questa è una storia antica. Solo che serve come paragone. Quando una querela è un attentato alla democrazia e alla libertà di espressione? Quando un uomo replica all’accusa di essere «sessuomane» e «impotente» o quando la verità sulla morte di un uomo viene tradita e seppellita? È una questione di punti di vista.

da il Giornale del 4 settembre 2009, pg. 10

domenica 26 luglio 2009

Siamo alle solite. i nostri parlamentari predicano bene ma razzolano malissimo.

Nonostante la crisi e i buoni propositi strombazzati ai quattro venti anche dal presidente della Camera dei deputati, on. Fini, loro signori continuano a prenderci per i fondelli.
Sanno benissimo che il popolo "bue" è distratto da cose molto più importanti . Come quelle che la Repubblica ci proprina da mesi ogni giorno: le prestazioni sessuali del premier, sputtanando l'Italia a livello mondiale.

Nel frattempo lor signori continuano imperterriti, come sempre, a mungere la vacca dello Stato, votando i provvedimenti a loro favore in maniera unanime.
Perchè quando c'è da impinguarsi le tasche, maggioranza e opposizione sono la medesima insalata.
Tengono famiglia anche loro, ma a spese nostre!

Questo reportage di Panorama che vi propongo, lo accerta ulteriormente.

C'è un tesoretto segreto per i deputati
di Daniele Martini

Ci sono mille modi per sprecare soldi: regalandoli a destra e a manca con prodigalità sospetta, buttandoli dalla finestra per il solo gusto di vederli volare, non volendoli risparmiare per principio, comprando cose inutili, conducendo un tenore di vita superiore alle proprie risorse... Quando di mezzo ci sono soldi pubblici il metodo più semplice è pretenderne tanti sapendo che sono troppi e poi utilizzarne pochi con l’intenzione di mettere la differenza al «pizzo», come dicono a Roma. Alla Camera dei deputati si sono specializzati proprio in questo sistema: da anni battono cassa al Tesoro chiedendo e prendendo 10 per poi spendere 7 e mettere 3 da parte. Qualche volta chiedono 9 e poi si atteggiano a Quintino Sella del Terzo millennio; in realtà è come se continuassero a sprecare 2, perché potrebbero fin da principio rivendicare il giusto senza giochetti. Qualche giorno fa, per esempio, è stata diffusa la notizia che per tre anni la Camera non chiederà un incremento della propria dotazione allo Stato e qualcuno ha salutato il fatto come un esempio di rigore, per una volta proveniente dall’alto. Ma è un abbaglio perché i soldi richiesti da Montecitorio restano ugualmente e strutturalmente in eccesso rispetto alle spese preventivate, che non sono né poche né oculate, anzi. Nonostante la crisi, i parlamentari non hanno perso il vizio di non farsi mancare nulla. E i cospicui avanzi di cassa portati a bilancio non sono frutto di parsimonia, ma di un artificio contabile giocato sulla differenza tra bilancio di cassa e di competenza. La riprova è data dal fatto che le spese vere non diminuiscono, ma crescono anno dopo anno: dell’1,5 per cento nel 2008 e dell’1,3 nel 2009 secondo il bilancio di previsione. Senza rinunciare a quasi nessuno dei privilegi che si sono autoconcessi, i deputati nel corso degli anni hanno messo da parte un fondo cassa che non è uno scherzo, un tesoretto di oltre 343 milioni di euro a fine 2008, così come risulta dal conto consuntivo approvato due settimane fa, salito già a 370 milioni a luglio 2009 e quindi pari a più di un terzo dei- l’intera dotazione annuale di Montecitorio, che nel 2008 è stata di 978 milioni. Una dotazione particolarmente ricca e calcolata in modo assai singolare. Dal momento che i deputati sono 630, il doppio dei senatori, e i dipendenti pure (1.800 circa contro i 990 del Senato dopo gli ultimi pensionamenti di luglio), e poiché il Senato ha un bilancio di circa 500 milioni, alla Camera, sostengono i deputati, deve essere erogata una dotazione doppia. Senza considerare, però, che molte spese fisse risultano praticamente identiche dall’una e dall’altra parte. L’aula in cui si vota, per esempio, è una in entrambe le camere, così come il numero delle leggi approvate è ovviamente lo stesso, e le commissioni idem, e via di questo passo. Anche per la Camera dovrebbe valere il principio elementare delle economie di scala, ma forse a Montecitorio le leggi dell’economia valgono a corrente alternata. Ogni volta che si accingono a redigere un nuovo bilancio i deputati questori partono in pratica con un abbuono ricco e quindi se volessero potrebbero davvero offrire il buon esempio all’inclita e al vulgo chiedendo al Tesoro una dotazione ridotta rispetto alla solita. Potrebbero fare il bel gesto invitando il ministro Giulio Tremonti a utilizzare per qualche buona causa più urgente la differenza, una volta tanto ottenendo l’applauso sincero di chi li ha votati. Potrebbero, magari, indirizzare quel surplus ai terremotati dell’Abruzzo; i terremotati, però, non pagano gli interessi, le banche sì: circa 15,4 milioni di curo nel 2008 su depositi e conti correnti della Camera. Ma perché mai a Montecitorio insistono con il trucchetto di succhiare tanto per spendere meno? Che senso ha? Quel di più probabilmente è richiesto per affrontare gli imprevisti, oltre che per lucrare gli interessi. In primo luogo le temutissime interruzioni di legislatura. Quando capitano, e in Italia purtroppo capitano abbastanza spesso, per le camere è un trauma, non solo perché è come se ai peones di Montecitorio e Palazzo Madama franasse il terreno sotto i piedi, ma anche da un punto di vista economico. La fine repentina della legislatura costa un sacco di soldi, dalle spese minime, come quelle per l’imballaggio delle carte dei parlamentari decaduti, al- l’imbiancatura degli uffici per i nuovi arrivati, dalle buonuscite per chi deve dire addio al Palazzo al numero delle pensioni che ovviamente cresce. Le pensioni risultano proprio uno dei capitoli di spesa più cospicui di Montecitorio, 175 milioni circa, anche perché sono concesse con criteri decisamente più generosi rispetto a quelli richiesti ai comuni mortali. Se, per esempio, ai dipendenti normali servono almeno 36 anni di contributi, ai deputati ne bastano 5, un settimo, per un vitalizio baby di tutto rispetto: 3.300 euro. E poi fra gli imprevisti ci può stare anche l’aumento delle indennità. È vero che deputati e senatori hanno giurato che non avrebbero votato aumenti fino alla fine della legislatura, ma di mezzo c’è la crisi: chi potrebbe giurare che, passata la tempesta, a Montecitorio e a Palazzo Madama non tornino subito a far festa con un ritocchino? Perché nel frattempo nessuno si impegna sul serio nel disboscamento della fitta giungla di privilegi parlamentari grandi e piccoli. Dal telefono ai viaggi gratis, dai 4 mila euro al mese per le spese di soggiorno agli altri 4.190 per la cura dei «rapporti con il proprio collegio di appartenenza», ottenuti a titolo di rimborso, sia che quelle spese ci siano state o no, a prescindere, come avrebbe detto Totò, dal momento che non sono richieste ricevute o pezze d’appoggio. I quattrini vengono erogati sulla fiducia, e forse è anche per questo che chi li prende viene chiamato onorevole. Qualche giorno fa la deputata radicale Rita Bernardini ha cercato di correggere l’andazzo: la sua proposta è stata approvata da 49 deputati e respinta da 428. Una maggioranza schiacciante, per una volta bipartisan.
da Panorama del 24 luglio 2009, pag. 60

Assalto al Quirinale

Sulla stampa nazionale è ormai polemica aperta, ma in RAI vige il silenzio quasi assoluto.
Perfino il Riformista, che non è certamente un quotidiano "amico" dell'attuale Governo, prende le distanze dall'ex pm d'assalto Di Pietro.
Lo fa il suo direttore che scende in campo con un' interessante riflessione che vi propongo.


Assalto al Colle
di Antonio Polito

La nuova sedizione. L'ex pm pretende spiegazioni e detta ordini al Capo dello Stato. E tenta un girotondo sotto il Quirinale. La solita condanna non basta più: qui ci vuole un nuovo arco costituzionale che lo isoli.


L'agitazione di Tonino Di Pietro contro il Quirinale ha fatto ieri un rilevante e pericoloso salto di qualità. Finora era stata, per così dire, incidentale: il leader dell'Idv sparava su Berlusconi e colpiva Napolitano di striscio. Da ieri, invece, l'attacco è diretto e personale: Di Pietro tenta apertamente di trascinare il Capo dello Stato nell'arena politica, ingaggia polemiche quotidiane con lui, gli chiede spiegazioni e gli intima comportamenti, e organizza perfino girotondi sotto il Quirinale per metterlo sotto pressione con una vera e propria provocazione organizzata.

Questo è molto pericoloso, e non solo per le forme in cui avviene (giustamente oggi criticate perfino dal capogruppo dell'Udv alla Camera, Donadi, in un'intervista al nostro giornale). È pericoloso perché intacca una prerogativa essenziale del Capo dello Stato, e cioè la sua «irresponsabilità politica». Forse non tutti sanno che neanche nelle aule del Parlamento è consentito ai parlamentari di discutere l'operato del Presidente.

Qui invece abbiamo un parlamentare che addirittura gli intima ciò che deve fare, interferendo su un potere (quello di messaggio alle Camere) che la Costituzione affida in esclusiva al Capo dello Stato.

Non è solo in difesa del bon ton istituzionale, o della figura di Napolitano, che diciamo queste cose. È anche e soprattutto per difenderne i poteri. Si rende conto Di Pietro che il suo comportamento potrebbe indebolire, non rafforzare, proprio quella funzione di controllo e garanzia del Quirinale che lui dice stargli tanto a cuore? Se domani una decisione del Presidente andasse in conflitto con i voleri della maggioranza, qualche estremista dell'altra parte lo accuserebbe subito di aver ceduto alle minacce dell'ex pm.

Meno male che Napolitano ha spalle larghe, e non si lascia intimidire da nessuno. Ma insieme con l'equilibrio dei poteri e con l'ordinato svolgimento della vita istituzionale, l'offensiva di Di Pietro rischia dunque di colpire anche gli interessi dell'opposizione, che dovrebbero fare tutt'uno con il rispetto della Costituzione. E avvelena quotidianamente la lotta politica, come ha ben detto Casini.

L'unica via d'uscita da questa pericolosa situazione è che un nuovo arco costituzionale, di quelle forze cioè che si riconoscono pienamente nei valori della Carta e nel modo puntuale e attivo con cui Napolitano li fa rispettare, isolino il sedizioso. Attenzione: questo non è folklore. Non è neanche solo demagogia, tesa a conquistare qualche facile consenso. Qui sta nascendo un movimento politico, una vera e propria lobby che tra poco avrà anche il suo giornale, il cui programma è cambiare le regole del gioco democratico deligittimando l'arbitro

Dalla Prima pagina de Il Riformista del 24/07/2009

Le bugie di De Magistris: "Mollo la toga, anzi no"


Sempre la solita solfa...
Perdono il pelo ma non il vizio di dire le bugie.
Pubblico quanto scritto sull'ex pm De Magistris.

Un taglio netto col passato? Quando Luigi De Magistris annunciò la sua candidatura nell’Idv, sembrava certo di aver chiuso con la vita da magistrato. «La mia è una scelta irreversibile, anche qualora non dovessi essere eletto», sospirò in conferenza stampa il 18 marzo. Scelta approvata, e confortata, dal parere del leader, l’altro grande ex, Tonino Di Pietro. «De Magistris si dimetterà dalla magistratura subito dopo le elezioni, lo assicuro. Anche lui, come me, pensa che sia una strada senza ritorno una volta che da magistrato si passa alla politica». Una sicurezza che non lasciava spazio a spiragli di sorta. «De Magistris - proseguiva Di Pietro - lascerà con l’amarezza nel cuore». Toga addio, insomma, e pazienza per i rimpianti. Anche perché, ribadiva Tonino nell’occasione, pure se non c’è l’obbligo di rassegnare le dimissioni «io l’ho fatto e De Magistris lo farà». «Per noi questa è una regola non scritta che ci applichiamo, non un generico richiamo», concludeva severo il leader dell’Idv: «Noi ci siamo dimessi perché applichiamo la legge morale». Ma all’ex pm di Catanzaro non andava tanto di farsi tirare per la giacchetta, e le certezze della prima ora un mese più tardi erano meno granitiche. «Me ne andrò dalla magistratura quando lo dico io», spiegò De Magistris. E, pur dicendosi contrario a una legge che impedisse il ritorno alla carriera di magistrato, il futuro europarlamentare ribadì: «Sarebbe inopportuno un mio ritorno, perché la scelta dell’attività politica è per me definitiva. Non mi sono dimesso finora perché trovavo brutale un taglio netto e radicale».
Poi arriva il giorno della chiamata alle urne, De Magistris stravince, ma ancora non si dimette. E ora, l’ultima sorpresa. L’ex pm di Catanzaro dal 18 marzo era in aspettativa per la durata della campagna elettorale. Proprio in occasione di quella richiesta, il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, osservò che «i magistrati che scelgono la politica non dovrebbero tornare più in magistratura», commento che innescò l’annuncio di «irreversibilità» da parte dell’ex pm dell’inchiesta «Why not». Irreversibilità che, però, viene rimandata a un futuro non troppo prossimo. Dieci giorni fa, infatti, Luigi De Magistris ha chiesto con una missiva la proroga del provvedimento che congela il suo posto di lavoro, prolungando l’aspettativa per tutta la durata del mandato parlamentare europeo. Toccherà al plenum del Csm esprimersi sulla sua istanza, presentata dalla Quarta commissione di Palazzo dei Marescialli, e l’appuntamento per la decisione è in calendario tra due giorni, martedì, nel corso dell’ultima riunione del Consiglio superiore della magistratura prima di chiudere i battenti per la pausa estiva.
Insomma la porta per rientrare nei panni che l’hanno reso famoso De Magistris se la lascia aperta, provando a mettere la toga in frigo. L’unico addio resta quello, clamoroso, dall’Anm, annunciato con una lunga missiva all’indomani della decisione del Csm di trasferirlo da Catanzaro. Una lettera nella quale, tra l’altro, l’ex pm rinfocolava le polemiche sul ruolo del suo «accusatore» Vito D’Ambrosio, rappresentante della Procura generale della Cassazione in udienza, per il quale De Magistris non rappresentava «in modo adeguato il modello di magistrato». D’Ambrosio, scriveva il pm, era un «ex politico, che per circa dieci anni è stato anche presidente della giunta della Regione Marche». Ora il politico è lui. Ma, nonostante le «leggi morali» di Tonino, non pare aver voglia di diventare un ex magistrato.

di di Massimo Malpica
Da il Giornale di domenica 26 luglio 2009, 09:51