venerdì 9 ottobre 2009

Berlusconi et De Benedetti: Storie di vil denaro. Moltooo denaro!

Berlusconi è stato condannato in 1° grado, da un giudice unico, a risarcire il "danno per mancata chance" nei confronti di De Benedetti.
A parte il giudizio su tale motivazione di condanna e la somma (la prima che la magistratura italiana infligge secondo i parametri americani), quello che desidero sia di pubblica memoria è il solito modo di fare italico dei due pesi e due misure.

Il pregiudicato ing. Carlo De Benedetti è stato condannato (fece soltanto pochi giorni di carcere) a tre anni di galera per aver truffato lo Stato, cioè noi tutti.

Il pregiudicato De Benedetti e i suoi complici (funzionario dello Stato) non hanno mai pagato il loro debito a noi cittadini per  "danno per mancata chance", nè altro!

Questa la storia di CDB ed altre di giustizia all'italiana che ho ricercato in rete e che vi ripropongo.


  
Questa la sentenza Nel 1993, in piena bufera Tangentopoli, Carlo De Benedetti presentò al pool di Mani Pulite un memoriale in cui ammetteva il pagamento di 10 miliardi di lire in tangenti ai Partiti di governo e funzionale all'ottenimento di una commessa dalle PPTT, consistente in telescriventi e computer obsoleti. Nel maggio dello stesso anno, viene iscritto all'albo degli indagati.

L'ing. Carlo De Benedetti, patron de La Repubblica e Olivetti, confessa al Pool di aver versato ai partiti di governo 10 miliardi di 'tangenti' per avere venduto alle PPTT migliaia di obsolete telescriventi e computer.
Iscritto nell'albo degli indagati nel maggio '93, dopo le condanne a Craxi e l'esilio-latitanza in Tunisia, a De Benedetti non sarà fatto ancora alcun processo dal Tribunale di Milano. 



Ci penserà il Tribunale di Roma a processarlo e condannarlo dopo una lunga diatriba fra la Procura di Roma e quella di Milano su chi avesse competenza a giuduicare De Benedetti.

Per molti altri imputati di Mani Pulite, le cose andarono diversamente dall'ing. De Benedetti che fece soltanto pochi giorni di carcere.

Gabriele Cagliari, presidente dell'ENI, dimenticato in carcere dopo la promessa di liberazione, il 20 luglio '93 si suicida in cella. 

Tre giorni dopo, il 23, con un colpo di pistola si ammazza anche Raul Gardini.

Poche ore dopo la morte di Gardini è arrestato Sergio Cusani suo segretario, commercialista e confidente.


La rapidità dell'attenzione giudiziaria verso Cusani è nelle date: arresto il 23 luglio. Richiesta di processo il 27 agosto.
Parere favorevole del GIP Italo Ghitti il 6 settembre. Prima udienza del processo 28 ottobre. Conclusione dello stesso sei mesi dopo con la condanna a otto anni di reclusione (l'accusa ne aveva chiesti sette)


Per i tempi lunghissimi della nostra giustizia un record eccezionale! Il processo Cusani assume in tivù la spettacolarità dei processi soap opera con Di Pietro al posto di Parry Mason, che appare stranamente umile col tronfio Craxi, quanto insolente con l'accasciato Forlani.



Nell'ottobre scoppia lo scandalo dei fondi riservati del Sisde. Il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, nella sua passata funzione di ministro degli interni,
avrebbe avuto per quattro anni un appannaggio di cento milioni mensili in busta gialla fuori di ogni controllo. 
Fatto rivelato dagli agenti segreti e dal prefetto Malpica,  capo del servizio segreto civile. 
Il capo dello Stato, O.L. Scalfaro,  la notte del Capodanno '94, nel messaggio alla nazione, reagisce indignato col famoso iterato "Non ci sto" a reti unificate. 
Ma gli italiani non capiscono. 
Disinformati dei fatti nulla sanno del motivo di quella negazione (ma non conosceranno neppure nulla della destinazione di quei fondi ad personam; nessuno dirà loro se usati per esigenze istituzionali e quali). L'inchiesta si spegne, e gli accusatori vengono incriminati con l'accusa di golpe! 

 
Questa la sentenza che riguarda i complici di De Benedetti. 


Corte dei conti

Sezione I giurisdizionale centrale

Sentenza 5 gennaio 2005, n. 1

Con sentenza 7 giugno 2005, n. 191, la Corte dei conti, sezione I giurisdizionale centrale d'appello, ha disposto la revoca, per errore di fatto, della presente decisione, nella parte in cui condanna il sig. Davide Giacalone al risarcimento del danno arrecato alle Poste italiane s.p.a.

FATTO

Avverso la sentenza n. 1725/2002 depositata il 6 giugno 2002, resa dalla Sezione Giurisdizionale, per la Regione Lazio è stato proposto appello da Giuseppe Parrella, rappresentato e difeso dall'avvocato Giulio Correale, Oscar Mammì, rappresentato e difeso dagli avvocati Mario Sanino e Giampaolo Ruggiero, dal Procuratore regionale, nei confronti di Oscar Mammì, costituitosi come sopra rappresentato, Giuseppe Parrella, costituitosi come sopra rappresentato e Davide Giacalone, costituitosi con la rappresentanza e difesa dall'avvocato Franco Gaetano Scoca, e dal Procuratore Generale, nei confronti di Oscar Mammì, Giuseppe Parrella, Davide Giacalone, tutti costituitisi come sopra rappresentati, Maurizio Di Sarra, costituitosi con la rappresentanza e difesa degli avvocati Michele Sterbini e Filippo Lattanzi, ed Enrico Veschi, costituitosi con la rappresentanza e difesa degli avvocati Claudio Pittelli e Salvatore Mileto.

Questi i fatti di causa.

Con atto di citazione del 29.9.1994, la Procura Regionale conveniva in giudizio i sigg. Giuseppe Parrella e Davide Giacalone per sentirli condannare al pagamento della somma complessiva di Lire 36.560.740.000, oltre interessi, rivalutazione monetaria e spese di giudizio.

Tale importo veniva riferito a due voci di danno: la prima, per Lire 26.535.740.000, relativa ad una fornitura all'Amministrazione PP.TT. di n. 3356 telescriventi rimaste inutilizzate (nell'ambito di un acquisto complessivo di n. 5000 telescriventi avvenuto nel gennaio 1991 per un importo totale di Lire 39.534.775.000) e la seconda, per Lire 10.025.000.000, relativa alla riscossione di dazioni di denaro senza titolo da parte della Società fornitrice in correlazione con la fornitura delle telescriventi.

(Omissis)

P.Q.M.

La Corte dei Conti - Sezione Prima Giurisdizionale Centrale di Appello, definitivamente pronunciando, ogni contraria istanza ed eccezione reiette, rigetta i gravami proposti avverso la sentenza in epigrafe dalle parti private; rigetta l'appello del Procuratore Generale nei confronti dei sig.ri Enrico Veschi e Maurizio Di Sarra; accoglie parzialmente gli appelli proposti dal Procuratore Regionale e dal Procuratore Generale e, per l'effetto, condanna i sig.ri Giuseppe Parrella, Oscar Mammì e Davide Giacalone, al pagamento, in solido tra loro, della somma di Euro 2.405.429,00 (duemilioniquattrocentocinquemilaquattrocentoventinove/00), comprensiva della rivalutazione monetaria oltre agli interessi legali dalla data della sentenza al soddisfo, in favore delle Poste S.p.a. e alle spese del primo grado come in premessa, nonché a quelle del presente grado che si liquidano in Euro 3429,59 (tremilaquattrocentoventinove/59).


Fonti:

http://virusilgiornaleonline.com/elogio_19.htm

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/10/31/quell-inchiesta-contesa-sui-signori-delle-poste.html

http://archiviostorico.corriere.it/1993/ottobre/31/Benedetti_ricercato_per_corruzione_co_0_9310317166.shtml

http://www.eius.it/giurisprudenza/2005/019.asp


http://archiviostorico.corriere.it/1994/maggio/27/Malpica_Scalfaro_con_busta__co_0_94052712644.shtml  

sabato 3 ottobre 2009

Ci sarà pure un giudice a Berlino?

Ci sarà pure un giudice a Berlino, si chiedeva il mugnaio prussiano al cospetto dell'imperatore Federico II, che gli negava un suo diritto.

Ricordando quet'anedddoto storico mi domando:
ci sarà un giudice in Italia che applicherà la legge e condannerà l'ex pm Di Pietro per vilipendio al Presidente della Repubblica?

Oppure, ancora una volta, l'UltraCasta dei magistrati, come l'ha definita nel suo libro Stefano Livadiotti,  interverrà per far quadrato intorno a Di Pietro, suo ex membro? 

A sostegno di quanto penso, vi propongo alcuni commenti alle parole offensive pronunciate dell'ex pm Di Pietro - ora capopartito d'assalto duro, puro e senza macchia. - nei confronti di Napolitano, presidente della Repubblica. 





"Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, affermando che non poteva non firmare la legge criminale sullo scudo fiscale, ha compiuto un atto di viltà ed abdicazione". Il patron dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, in piazza della Repubblica per il corteo dei precari della scuola, critica le parole di questa mattina del capo dello Stato a proposito della firma al Dl anticrisi che contiene le norme sullo scudo fiscale. "E' proprio la Costituzione - ha spiegato Di Pietro - che affida al capo dello Stato il compito di rimandare le leggi alle camere controllando in prima istanza la loro costituzionalità. Così facendo - ha concluso - Napolitano si assume la responsabilità di questa legge".

"Non firmare non significa niente", aveva detto il presidente della Repubblica rispondendo al sollecito di un cittadino che nella piazza di Rionero in Vulture lo aveva invitato a non firmare la legge sullo scudo fiscale. Il Capo dello Stato aveva spiegato come la Costituzione preveda che la legge possa essere nuovamente approvata e in quel caso lui sarebbe "obbligato" a firmare.

A difesa di Napolitano insorge il Pdl. "Il partito di Di Pietro ormai pratica il 'teppismo' parlamentare. Per certi figuri servirebbe
più l'anti doping che la sanzione da regolamento", lamenta Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato. "L'anima anti-istituzionale che Di Pietro ha sempre avuto sin da quando si è trovato con la toga addosso è oggi venuta fuori nel modo peggiore. L'attacco senza precedenti al capo dello Stato è sintomo di una follia politica e di una barbarie che è fuori da ogni logica non solo giuridica ma anche comportamentale", osserva Antonio Leone, vice presidente della Camera. E c'è anche, nel Pdl, chi invoca l'intervento della magistratura: "Di Pietro ha iniziato insultando le Camere e prosegue con il presidente della Repubblica. E' assurdo che la magistratura questa volta non intervenga. Si tratta di reati che il codice penale punisce con la reclusione fino a tre anni", afferma il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto.

Il Pd prende le distanze da Di Pietro, difendendo le prerogative del capo dello Stato. "Il presidente della Repubblica esercita "la sua funzione di garanzia importantissima e ineccepibile", sottolinea il segretario del Pd, Dario Franceschini, ricordando a Di Pietro che "è un parlamentare e dovrebbe sapere quali sono, in base alla Costituzione, i compiti dell'opposizione, della Corte costituzionale e del capo dello Stato". "Esprimo piena solidarietà al presidente Napolitano, oggetto di una riprovevole rincorsa al populismo da parte di chi lo critica per aver svolto i suoi doveri istituzionali", fa eco Enrico Letta.

Anche l'Udc condanna le parole di Di Pietro. "L'onorevole Di Pietro è una vergogna per questo Paese", tuona il segretario Leonardo Cesa. "L'ennesimo attacco ignominioso e sprezzante che ha riservato al presidente Napolitano - aggiunge Cesa - richiede una ferma presa di posizione di tutte le forze politiche: se non arriveranno immediate scuse, l'Idv si merita il totale isolamento in Parlamento e in ogni altra sede istituzionale".


La verità sull'informazione italiana, scritta da sinistra!

Per leggere qualcosa di sensato  in questo bailamme multimediale e che sia scritto dalla sinistra devo, di norma, ricorrere a Il Riformista, diretto da Antonio Polito.

La libertà d'informazione che esiste in Italia è così evidente che soltanto un cieco lo può non vedere.
L'articolo che vi propongo ne é l'ennesima riprova. Dovebbero leggerlo attentamente i vari Mauro, D'Avanzo, Santoro, Travaglio e compagnia dicendo.

Un modo per fare piazza pulita di molti media, stampati e non, sarebbe quella di affidarli al libero mercato, togliendo le sovvenzioni di stato per l'editoria. Ma questa é tutt'altra storia. 



Una Berlinguer nel regime mussoliniano
di Antonio Polito


Il marziano che sbarcasse stamattina a Roma, troverebbe sui giornali due notizie difficili da combinare.
Supponendo che - seppur marziano - sappia qualcosa della storia d'Italia, non gli sfuggirebbe il valore simbolico della nomina di Bianca Berlinguer a direttore di un tg Rai, all'unanimità e quindi con il voto della maggioranza di centrodestra. Oltre che una brava professionista, oltre che colonna storica di quella che un tempo si chiamò Telekabul, oltre che donna indefettibilmente di sinistra, Bianca è anche la figlia del più grande e popolare dirigente comunista italiano dopo Togliatti. Dell'uomo che, col suo martirio finale sul palco di Padova, fissò per sempre l'immagine migliore della sinistra italiana.

Ma, contemporaneamente, il nostro marziano leggerà anche che secondo l'Economist, il più serio e il più liberale dei giornali del mondo, mai dai tempi di Mussolini la libertà di informazione era stata così a rischio in Italia, perché mai dal fascismo in poi «l'interferenza del governo nel sistema dei media era stata più sfacciata e allarmante».

Il nostro marziano resterebbe un po' sbigottito dalla contraddizione tra la denuncia del regime mussoliniano e la nomina della Berlinguer.

Ma se il marziano decidesse di sedersi davanti alla tv per una serata di relax, assisterebbe su Raidue all'intervista in prime time di una prostituta che dichiara di aver fatto sesso a pagamento con il capo del regime, quel Berlusconi lì di cui parlano tutti, a casa sua. E a quel punto non ci capirà più niente: insomma, l'Italia è un paese paragonabile alla Bulgaria, in quanto a indipendenza dei media, o è una democrazia casinara e chiacchierona quante altre mai? Il regime sta imbavagliando i giornalisti - «muzzling», come dice il titolo dell'Economist - oppure i giornalisti non parlano d'altro che del regime e dei suoi vizi?

Spiegare a un marziano come stanno veramente le cose è difficile. E, a quanto pare, stavolta è difficile spiegarle anche all'Economist, caduto in uno dei suoi rari strafalcioni da superficialità. Quando scrive che mai l'Italia aveva vissuto tanta ingerenza sui media da parte del regime berlusconiano, il settimanale deve aver infatti dimenticato quarant'anni di regime democristiano. Ci sono stati tempi - cari colleghi londinesi - in cui in Italia c'era un solo canale e tutto dc, si licenziavano Dario Fo e Franca Rame in tronco da Canzonissima perché si erano permessi una blanda ironia sul governo, tutti i giornali erano filo-governativi, l'opposizione comunista era censurata sistematicamente, ed esisteva letteralmente un solo giornale che si poteva permettere di criticare il governo (si chiamava l'Unità, e io me lo ricordo bene, perché è lì che negli anni 70 ho cominciato a fare il giornalista). Il grado di libertà di informazione che si respira oggi in Italia è incommensurabile con quella lunga epoca - che proprio Berlinguer definì «una cappa di piombo» che gravava sul paese. E un settimanale come l'Economist non può avere amnesie storiche di queste proporzioni.

Naturalmente, è perfino ovvio che in Italia le peculiari condizioni in cui si esercita la libertà di informare sono profondamente diverse da quelle degli altri paesi europei di antica e consolidata democrazia. E la ragione fondamentale sta nel fatto che il proprietario del polo privato della tv è il capo di un partito politico che quando vince le elezioni comanda anche nel polo pubblico. Questa è un'anomalia di seria e perdurante gravità. Che però potrebbe essere risolta in un solo modo: strappando il polo pubblico al controllo della politica, e consentendo a qualche altro polo privato di concorrerere sul mercato.
L'Economist dovrebbe domandare alla sinistra perché questa ovvia soluzione, radicalmente anti-berlusconiana, non è stata da essa mai proposta né sostenuta.
 
La risposta sarebbe che la sinistra non vuole rinunciare a comandare in Rai quando le elezioni le vince lei, e comunque su Raitre anche quando non le vince (il marziano resterebbe ancor più stupito se seguisse in tv, oltre a Santoro e Travaglio, anche Fazio, Dandini, Lerner, Gruber, ecc. ecc.).
È anche vero che gli standard informativi dei nostri tg sono miserandi, sia in termini di completezza dell'infomazione sia in termini di pluralismo (con l'eccezione di Sky, che però non può esser messa tra parentesi), per la semplice ragione che gli editori (politici) dei tg se ne fregano di completezza e pluralismo.

È poi vero che la qualità dell'informazione televisiva non si giudica solo dai tg, e che nei programmi pomeridiani sia di Rai sia di Mediaset si assiste a un festival di demagogia sguaiata e brutale, si incita al razzismo, si celebra la fatuità, si educano intere generazioni allo spirito acritico e debosciato tipico dei regimi, contribuendo a fare della nostra democrazia sempre più una democrazia senza cittadini (anche se su questi programmi nessuno protesta, purché Annozero vada in onda).

Ed è infine vero che Silvio Berlusconi passa un numero sconsiderato di ore a studiare sconsiderate azioni contro la libertà di informazione, per ottenerne in genere solo l'effetto opposto, la santificazione dei suoi torturatori. Sia citando per danni i giornali che si occupano della sua vita sessuale, sia mandando avanti il governo a impicciarsi di programmi Rai quando essi sono già sotto la sua vigilanza (visto che in parlamento ha la maggioranza), sia blaterando contro i giornalisti a lui sgraditi ogni volta che si trova in Bulgaria o nei dintorni.

La sua vera e propria ossessione per i media - non per niente è un tycoon che si è fatto fondando una tv - lo rende dunque il bersaglio perfetto dell'opposizione, e trae in inganno perfino rigorosissimi giornali come l'Economist. Non è escluso che Silvio Berlusconi, se potesse, sarebbe un dittatore. Ma l'Italia è un paese troppo grande e troppo libero perché egli possa essere molto di più che un dittatore da operetta. Prova ne sia, cari colleghi dell'Economist, che in quindici anni ha perso due elezioni su tre, e in entrambi i casi controllava la Rai proprio come ora.

I giornalisti italiani che scenderanno domani in piazza per dar ragione all'Economist non sono in effetti molto liberi, ma lo sono un po' di più di quel collega della Bbc che fu licenziato dopo un processo perché aveva accusato Tony Blair di mentire sull'Iraq (da noi, un giudice ha invece reintegrato Santoro in Rai). E io, giornalista che in piazza non andrà, se permettete mi sento un po' offeso se da Londra mi danno dell'imbavagliato. Se lo fossi mi licenzierei, non chiederei aiuto alla Fnsi per farmi rinnovare il contratto, come ha fatto Travaglio.

 

Fonte: Il Riformista, 2 ottobre 2009

giovedì 1 ottobre 2009

Ma nel PD se ne rendono conto?


I risultati delle votazioni nei circoli del PD erano più che scontati, ma Franceschini, segretario pro-tempore,   continua a non prendere atto che il partito è in mano, da sempre, agli uomi d'apparato del vecchio PCI. D'Alema su tutto/i. 

Questi i risultati comunicati dalla Commissione nazionale del PD:

il 56,49% a Pier Luigi Bersani;
il 35,85% a Dario Franceschini;
il 7.66% a Ignazio Marino.

Quindi questi tre concorreranno alle primariedel 25 ottobre. 
Primarie - pro-forma - che serviranno esclusivamente a raccogliere denaro, oltre a dare ufficialità democratica a quanto già deciso su chi dovrà essere il nuovo segretario: Bersani. D'Alema dixit.



D'altro canto la provenienza politica di Bersani è la stessa di Franceschini, la "corrente" di sinistra della vecchia DC, il cui sbocco naturale, previo passaggio margheritino, non poteva che essere il PD che aveva abbandonato il vecchio nome e simbolo di Partito Comunista Italiano.

Sarà molto interessante vedere il comportamento del nuovo segretario nei confronti dell'alleato più scomodo: Di Pietro,  che con i suoi furiosi attacchi al governo sta raccogliendo consensi e voti nella sinistra non più rappresentata in Parlamento e nelle frange estremiste di una sinistra più che mai dura a prendere atto dei cambiamenti politici a livello mondiale. 

Un'interessante analisi sull'ex segretario Franceschini l'ha fatta Giampaolo Pansa, uno dei migliori giornalisti italiani, già vicedirettore di Repubblica e l'Espresso, politicamente di sinistra, ma critico verso certa sinistra irreale, che adesso scrive per il Riformista. Ecco il suo racconto.

Il signor F e i suoi due padroni
di Giampaolo Pansa

Il moderatore di quella Tribuna, Luca Di Schiena, e il regista, Giuseppe Sibilla, attendevano il leader del Pci all’ingresso degli studi televisivi. Attorniati dalla pattuglia dei comunisti in servizio attivo alla Rai. E dai tanti cronisti, me compreso, tutti abbastanza eccitati.

Sceso dalla berlina blu, re Enrico avanzava nel cortile con passettini lenti. A braccetto del suo medico, il pneumologo Francesco Ingrao, fratello di Pietro. Il piazzalino di via Teulada era gremito di gente. Ma nessuno fiatava. Anche Berlinguer stava in silenzio. Si limitava a sorriderci in quel suo modo speciale: tra l’intimidito e l’altero. Mi sembrò davvero un uomo di chiesa. E pensai: adesso ci benedirà.

Quando il leader del Pci giunse di fronte alla vetrata che conduce agli ascensori e poi agli studi, la piccola folla si divise. Facendo ala al suo passaggio. Re Enrico ringraziò con un tenue cenno del capo. Quindi seguì il suo addetto stampa, l’energico Tonino Tatò, che premeva per non arrivare in ritardo alla registrazione.
Adesso spostiamoci ai tempi d’oggi. È giovedì 24 settembre 2009. Siamo sempre alla Rai, dove sta per iniziare la puntata di “Annozero”. Anche in questo caso è atteso un leader politico di sinistra e tra un istante vedremo chi sia. Ma i due big del programma se ne fottono.
Michele Santoro e Marco Travaglio entrano nello studio per primi. Il pubblico si leva in piedi e li accoglie con una standing ovation. Michele e Marco si offrono al battaglione dei fotoreporter. Scherzano, se la cantano e se la ridono. Del resto, hanno una ragione per fare così: “AnnoZero” sono loro due e nessun altro.

Qualche minuto dopo entra il leader invitato nel Tempio del Santorismo. È Dario Franceschini, il segretario del Partito democratico. Nessuno se lo fila. Eppure il signor F. si è presentato persino in maniche di camicia. Adesso si usa: la camicia segnala voglia di combattimento, fa molto talk show all’americana. Come ci ha insegnato Gianni Riotta, che quando dirigeva il Tg1 aveva come divisa la mitica button-down bianca. Al massimo accompagnata da una cravattuccia nera, poco più di una stringa.

Ad “Annozero” iniziato, il signor F. indosserà poi una giacca. Ma neppure così rivestito attenuerà l’impressione grigia che suscita in noi telespettatori. Che pena, il povero F. Mi ha fatto pensare a un leader dimezzato. Costretto a tener conto di due padroni. Il primo non è di oggi: Ezio Mauro, il direttore di Repubblica. E adesso anche il santone Michele, un politico ben più forte di F. Dotato di un’arma micidiale che lui non possiede: un programma televisivo all’arma bianca, seguito da milioni di tifosi molto scaldati.

Di qui alla fine del tormentone congressuale del Pd, il signor F. sarà obbligato a percorrere la strada che Mauro e Santoro gli indicheranno giorno per giorno. Bisogna aggiungere che F. si comporterà così non perché la sua autostima sia ridotta al lumicino. Anzi, a osservarlo nei comizi, F. pare sempre più convinto di essere un Superman del progressismo. Se fosse milanese invece che figlio della magica Ferrara, dovremmo dire che non vediamo nessuno più ganassa di lui. A Milano il ganassa è lo spaccone, il parolaio presuntuoso, tutto chiacchiere e distintivo del Pd.

Il nocciolo del problema sta nel meccanismo fantozziano escogitato per eleggere il segretario democratico. In un primo round, votano gli iscritti al partito, come sta avvenendo. Ma il vincitore non potrà affatto ritenersi il leader. Poiché dovrà sottoporsi a un altro esame: quello delle primarie.

In questo secondo round voterà chi deciderà di farlo, chiunque sia e qualunque scopo abbia in mente. L’esito della consultazione potrebbe ribaltare l’esito del voto dentro il partito. Con quali conseguenze nessuno è in grado di dirlo.

Le cronache politiche sostengono che il signor F. stia contando sulle primarie. Il voto degli iscritti dice che, per ora, a essere in testa è Pierluigi Bersani. Avrà anche un linguaggio antico, popolaresco, un po’ fuori moda, in stile tardo Pci, come ci ha spiegato sul Sole-24 Ore quel cervellone di Miguel Gotor. Ma ai pochi o tanti iscritti del Pd, Bersani sembra un segretario più affidabile del ganassa di Ferrara. Però anche in questo partito, ahimè!, del domani non v’è certezza.

La conclusione è scontata. Per vincere le primarie, il signor F. sposerà le posizioni più estremiste, le più arrabbiate, le più lunatiche. Urlerà invece di parlare. Farà scelte turche: demagogia allo stato puro, fanatismo, rabbia, invettive. Il tutto condito dalle balle stratosferiche che sta già spacciando: siamo al fascismo, la democrazia tira le cuoia, la libertà di stampa è defunta, a Palazzo Chigi siede un tiranno che accorpa in se stesso i connotati malvagi di Mussolini, Hitler e Totò Riina, in salsa puttanesca.

Il signor F. non farà nessuna fatica a condursi così. Gli basterà attenersi ai consigli di Repubblica e di “Annozero”. Se non gli sembreranno sufficienti, potrà sempre rivolgersi all’alleato Tonino Di Pietro. Quello che ha detto: abbiamo un Parlamento di mafiosi.
Sono abbastanza anziano per aver partecipato alle Tribune politiche della vecchia Rai, al tempo della Prima Repubblica. Qui ne rammento una del giugno 1976, vigilia elettorale. Il protagonista era Enrico Berlinguer, segretario generale del Pci. E il suo arrivo in via Teulada ebbe il protocollo e le cadenze di un rito ecclesiastico. Tanto da farmi ricordare l’ingresso di un cardinale in una parrocchia di certo importante, ma non del livello di una sede vaticana.

Fonte: Il Riformista: martedi 29/09/2009

mercoledì 30 settembre 2009

Articolo degno del premio Pulitzer per il giornalismo


Di primo acchito quello che pubblico è l'articolo di giornale che meriterebbe di far vincere al suo autore il prestigioso Premio Pulitzer. Peccato che l'estensore non sia cittadino USA, ma italiano e quindi non  potrà esserne insignito. Ma dopo averlo riletto mi sono sorti molti dubbi: ma di chi sta parlando il grande giornalista Travaglio, fondatore come Scalfari, Montanelli, Feltri di un quotidiano, mica un normale giornalista per giunta democratico e apolitico, ed anche, perdippiù,  editore di se stesso?

Il grande editore-giornalista-apolitico-democratico da per scontato che tutti i suoi lettori conoscano per filo e per segno i fatti di cronaca, di politica e di gossip che lui cità a iosa nell'articolo.

Sono più che certo che anche chi mi legge lo capirà, ma spero sia per le mie stesse ragioni.

Provateci un po', non è affatto difficile. Si tratta della sua "ossessione" da anni, che gli ha portato anche una buona fortuna economica, oltre a farlo diventare un pregiudicato per il reato di calunnia. E sì, perchè anche il grande editore-giornalista-apolitico-democratico Travaglio, ogni tanto una bugia la dice e la scrive,  e  quando lo querelano, come é successo, viene poi condannato per calunnia con l'obbligo di risarcire il calunniato. 
Già questo dovrebbe essere motivo di radiazione dall'Albo dei giornalisti. Ma siamo in Italia, questa Italia, mica negli USA.  Ad maiora Italioti!


Chiamate l'ambulanza 
  di Marco Travaglio


Messaggio riepilogativo a reti unificate. L’opposizione non deve opporsi, infatti per fortuna non lo fa. I giornalisti non devono farmi domande, a parte quelle che suggerisco io. I fotografi non devono fotografarmi, tranne i miei. I sindacati non devono sindacare. I magistrati non devono indagare sulle stragi di mafia, cioè su di me, perché quella è roba vecchia. E Mangano era un eroe, infatti non ha fatto il mio nome né quello di Marcello. I giudici non devono interpretare né contestare le leggi e, se la Costituzione glielo consente, è sbagliata la Costituzione. La Corte costituzionale non si deve permettere di giudicare incostituzionali le mie leggi incostituzionali; chi si crede di essere: la Corte Costituzionale? Il Capo dello Stato deve firmare quello che gli mando io e basta, come del resto ha sempre fatto. I tribunali devono condannare tutti gli immigrati a prescindere e assolvere tutti i miei amici a prescindere. Io posso denunciare gli altri, ma gli altri non possono denunciare me. I portavoce della Commissione europea non devono portare la voce della Commissione europea, se no usciamo dall’Europa. I parlamentari non devono votare perché mi fanno perdere tempo: bastano e avanzano i capigruppo.

L’Onu non deve fare l’Onu, altrimenti usciamo pure dall’Onu. La Chiesa non deve impicciarsi nei diritti umani degli immigrati e di Dino Boffo, ma solo nelle faccende di sua competenza: scuola privata, Ici, fecondazione assistita, testamento biologico. Il Papa deve dare la comunione ai divorziati, o almeno a uno: io. Gli italiani devono sposarsi in chiesa e avere una sola famiglia, eccetto me e le mie famiglie. Michelle Obama, la moglie abbronzata dell’abbronzato, deve baciarmi e all’occorrenza lasciarsi dare una palpatina. Mia moglie non deve chiedere il divorzio da me, io invece posso chiederlo da lei. Fini non deve avere delle idee e, se gliene vengono, se le tenga per sé. I pubblicitari non devono fare pubblicità ai giornali che non sono miei e alle tv che non sono mie (fra l’altro, pochissime). La Rai deve controllarla il governo, quando al governo ci sono io; quando invece sto all’opposizione, il controllo spetta alla Vigilanza, cioè all’opposizione, cioè sempre a me.

Santoro e la Gabanelli non devono raccontare cose vere, se no è giornalismo e si mette in cattiva luce Vespa. I miei giornali invitano gli elettori di centrodestra a non pagare il canone della Rai, così lo stipendio a Minzolini, Mazza, Orfeo, Liofredi, Masi, Vespa e agli altri amici lo pagano gli elettori della sinistra. La crisi finanziaria non esiste, è un’illusione ottica delle gazzette della sinistra: basta non parlarne e sparisce. I contribuenti devono smetterla di lamentarsi per le tasse troppo alte: gli faccio un condono all’anno, possibile che non capiscano? I registi non devono fare film non prodotti da me, altrimenti non sono capolavori, ma culturame. Gli insegnanti non devono insegnare. Le escort non devono farsi pagare, altrimenti addio gioia della conquista. I tenori degli enti lirici devono andare a lavorare nei campi, fannulloni che non sono altro. Il Carnevale di Viareggio non deve fare carri allegorici su di me, casomai su Mao, Stalin, Pol Pot e Di Pietro. Non ho nulla a che vedere con il Giornale di Feltri, ma mi dissocio dal Giornale di Feltri.

Kakà e Leonardo mi remano contro. Fini è un nano. Sono alto un metro e settantuno e nessuno deve permettersi di essere più alto di me, il che fra l’altro è impossibile. Sono il miglior presidente del Consiglio dai tempi di Mario e Silla: me l’ha detto l’amico Alcide De Gasperi, che mi è stato presentato l’altro giorno da don Sturzo in conference call con Luigi Einaudi. (Lo portano via)

Fonte:  Il Fatto Quotidiano, n°6 del 29 settembre 2009 

La lingua batte dove il dente duole


 

La lingua batte dove il dente duole recita un vecchio adagio. 
Per certi giornalisti ossessionati dalla presenza in politica di Berlusconi, che ha tolto ai loro compagni politici l'insediamento perenne alla guida del Paese (come nelle varie regioni "rosse"), nonostante la gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria,, non sembra vero il potersi intrufolare fra le lenzuola del presidente del Consiglio e raccontarne i fasti o la deblacle.
Questo giornalismo gossipparo e spazzatura sta prendendo piede anche in Italia soltanto perchè c'è il nemico, il "cavaliere "nero" che bisogna annientare.

Quale informazione di qualità, a nostre spese, è mai questa, visto che si preannucia l'ospitata ad Anno zero della escort  Patrizia Daddario (nuovo eufemismo per non dire prostituta) che, per soli 1000 euro (pagati dal  Tarantini di turno) passò la notte nel letto di Berlusconi certamente per non sentirsi raccontare barzellette, ma essere lei, a sollazzarlo col più vecchio mestiere del mondo.
Cosa mai gli chiederà Santoro o il suo sodale Travaglio di quella "memorabile" nottata di sesso e docce?
Oppure gli chiederanno se il premier, come lei dice, le avesse fatto realizzare il "sogno" di una vita, quello di diventare imprenditrice, lei avebbe raccontato questa storia, privata, ai quattro venti?

Mi permetto un consiglio ai due "grandi giornalisti": 
facciano perquisire la Daddario per motivi di sicurezza, altrimenti un domani potranno trovarsi pure loro sulle prime pagine dei giornali per motivi molto meno nobili di quelli dell'odiato nemico.

Concludo con una semplice domanda: 
quanto costerà alla RAI, ovvero a noi cittadini che paghiamo il canone,  ospitare ad Anno zero questa "peripatetica d'alto bordo"? 
Il giudice del lavoro che ha reintegrato al suo posto il democratico-giornalista Santoro ha scritto anche questo - lo sperpero di pubblico denaro - nella sentenza di reintegro.  


Parodossi Rai, di tutto di più!

In questo squallido panorama dei media italiani, quasi tutti superimpegnati in gossip escortiferi e d'alcova del premier,  e molto poco sui problemi reali che assillano i cittadini, una voce si alza limpida e chiara: quella del Il Riformista che sposa la tesi del direttore de Il Giornale, per toglere questo odioso balzello della tassa sul possesso del televisore, alias canone. 


Abolire il canone? Finalmente una cosa di sinistra
 
Nel gran casino italiano, può capitare che la cosiddetta stampa di destra dica una cosa di sinistra. Il boicottaggio del canone Rai, anche se fosse puramente e semplicemente una vendetta contro un programma sgradito (Libero e il Giornale propongono lo sciopero fiscale contro Santoro), dovrebbe essere il cavallo di battaglia della sinistra, che di motivi di vendetta ne ha mille. Tutto sommato, fino a giovedì sera protestava che la Rai è occupata dalla destra, faziosa e filogovernativa, serva di codardo encomio al premier e censurante tutte le sue malefatte. Se è vero ciò che ha detto il gran sacerdote della sinistra televisiva, Paolo Gentiloni, e cioè che il 90% della Rai è in mano alla destra e solo il 10% è rimasto alla sinistra, dovrebbe essere quest'ultima a battersi per far saltare il canone Rai che finanzia con i soldi di tutti il dominio di pochi. O, almeno, proporre uno sciopero del canone pro quota: pagare solo il 10% che va a Santoro e a Raitre.

Ma, scherzi a parte, e fuor di contingenza santoriana, l'abolizione del canone Rai sarebbe davvero una cosa di sinistra, se per questo si intende una cosa giusta, equa e moderna.

Innanzitutto il canone è un residuo di un'altra era geologica. Milioni di anni sono passati da quando la nascita della tv pubblica fu finanziata anche con quella tassa. A quei tempi, il semplice fatto di acquistare un apparecchio televisivo ci rendeva utenti della Rai, di un servizio unico gestito dallo Stato. Ma oggi le cose sono completamente diverse. L'uso della tv si è completamente separato dall'utenza del servizio pubblico Rai. Potrei per esempio decidere di acquistare un televisore solo per abbonarmi a Sky. O per acquistare le partite di calcio su Mediaset Premium. O per usare la parabola perché mi interessa la Cnn. E domani per godermi la tv via internet, e nel frattempo per vedere i film che ho scaricato dalla rete, o per giocare ai videogame con i miei figli. Potrei cioè comprare un televisore senza vedere mai né Minzolini né Santoro. Ma sarei ugualmente obbligato a pagare il canone Rai, nel presupposto, non più vero, che lo Stato continui ad essere l'unico fornitore di servizi televisivi.

Trovo anzi stupefacente che né l'Antitrust né l'Unione Europea siano ancora intervenuti a dichiarare illegittimo il canone. Abolirlo, sarebbe dunque in primo luogo moderno.

Sarebbe poi in secondo luogo giusto. Perché il servizio pubblico, in Rai, non esiste più. Non può essere pubblico se è così settario, se spacca così l'Italia in due, se provoca tante polemiche e odio, da una parte e dall'altra. Opporre faziosità a faziosità non è pluralismo, è uso privato (politico) di uno spazio e di una risorsa pubblica. Non è che se la sinistra ha Santoro da contrapporre a Minzolini, la somma totale dia più servizio pubblico. La giaculatoria del servizio pubblico è ormai più una presunzione che una realtà, di cui parlano con tono padronale gli amministratori della Rai, come se noi italiani avessimo bisogno della loro opera informativa e culturale a fini pedagogici ed edificanti. Fino al punto di dover pagare per quel servizio. Mentre invece l'unica speranza di pluralismo sarebbe consentire che nel settore televisivo entri qualche altro concorrente che spezzi il duopolio tra Rai e Mediaset, questo incantesimo in cui vive la tv italiana. L'unico servizio al pubblico che potrebbe utilmente fare la Rai sarebbe sparire, privatizzarsi, vendere due reti a un imprenditore del settore che non debba rispondere a qualche partito politico, e che farebbe comunque lavorare sia Vespa sia Fazio, con gli ascolti che fanno. E trasmettere ciò che davvero è interesse pubblico in un'unica rete, che basta e avanza, finanziata quella sì dal canone.

Ma perdete ogni speranza, o voi che vi siete illusi leggendo la stampa di destra: la destra non lo farà. Già dalla maggioranza hanno precisato che non hanno alcuna intenzione di abolire il canone Rai, ma che hanno tutte le intenzioni di usarlo a proprio vantaggio. E perché mai dovrebbero farne a meno? E qui veniamo alla ragione per cui abolirlo sarebbe invece equo. A favore del canone militano infatti, e a ragione, i principali concorrenti della Rai. Senza canone, l'azienda di Viale Mazzini dovrebbe essere lasciata libera di fare delle cose che i concorrenti fanno oggi in regime di monopolio. Mediaset e Sky sono ben contente di tenere la Rai lontana dal mercato pubblicitario (grazie al tetto che le imposto) o al mercato dei programmi a pagamento (calcio in primo luogo) che così rimangono esclusiva dei due competitori privati. Questa è la prova provata del fatto che la politica sta ammazzando la Rai, se non l'ha già ammazzata. Tenendola in ostaggio per i suoi comodi e facendola pagare a noi col canone. Abolirlo sarebbe dunque un atto rivoluzionario. Qualsiasi cosa rompa o anche solo inceppi il meccanismo infernale del duopolio televisivo italiano sarebbe una cosa di sinistra. Oltre che molto popolare. Provate a chiedere a milioni di italiani che pagano il canone (obbligatoriamente) se sarebbero disposti, avendone la scelta, a spendere gli stessi soldi per un abbonamento a Sky, e vediamo quanti scelgono il canone.


di Antonio Polito 
Fonte: Il Riformista 29/09/2009
 

Governo Berlusconi: voglia di rimpasto?

Dall'attenta analisi fatta dall'articolista che pubblco, sembra proprio che il presidente Berlusconi abbia qualche "grattacapo" proveniente dai suoli alleati . Vedremo mai un governo che duri da una tornata elettorale all'altra senza  problemi?



Voglia di rimpasto
 Ecco la strategia anti-poteri forti del premier. Offrirà un ministero a Montezemolo. Preoccupato del feeling Tremonti-Fini e del loro gioco con le élite, il Cavaliere pensa a una mossa a sorpresa. Scajola così tornerebbe al partito.
È infuriato Silvio Berlusconi. La Rai è solo uno dei motivi. Chiuso nel fortino di Arcore si è sfogato: «Gli attacchi non finiranno. Tv, giornali, sinistra. C’è una manovra in atto. Dobbiamo contrastarla, rispondere colpo su colpo». Perché l'obiettivo, per il premier, è sempre lo stesso: disarcionarlo. Ai suoi occhi la campagna dei media è solo un tassello del grande disegno che sta prendendo corpo, in ambienti politici e finanziari, da mesi. In attesa del pronunciamento della Consulta quelli che l’inquilino di palazzo Chigi chiama i «poteri forti» si stanno muovendo.

E si stanno muovendo, con loro, attori della maggioranza. Come Gianfranco Fini e Giulio Tremonti. Entrambi possibili candidati alla presidenza di un governo tecnico. Per sminare il terreno, Berlusconi ha chiesto a Montezemolo di entrare nel governo dopo le regionali.

Il premier è convinto che la partita finale si gioca soprattutto nei salotti buoni. Per questo vuole Montezemolo. Per questo vuole consolidare l'alleanza con Geronzi, provando a consolidarla nella partita che si è aperta nel futuro assetto di Generali, la vera cassaforte della finanza italiana. Tutte operazioni che servono per smontare la trama. Visto che i complottisti, per il premier, stanno alzando il tiro. Come Gianfranco Fini. Berlusconi non ha mai digerito la tavola rotonda con il presidente della Camera sotto le bandiere della fondazione Italia Futura di Montezemolo, il cui battesimo - e chissà se è un caso - coincide con il giorno del pronunciamento della Corte sul Lodo Alfano. La considera una sfida. Così come la guerriglia parlamentare del presidente della Camera. Coi suoi poi si è sfogato: l'asse di Fini col Colle, per ora, non gli ha portato un solo beneficio sugli orientamenti della Consulta. Ecco perché ha deciso di rompere la tregua con l’ex capo di An nel discorso alla festa del Pdl di Milano. Toni da campagna elettorale e richiamo al discorso del '94. Altro che co-fondatori. Anche perché l'inquilino di Montecitorio sembra meno isolato. Il gioco di sponda tra lui e Tremonti agita, e non poco il premier. Dura da un po'. L'uno piccona a Gubbio e l'altro sul Corriere dice: «Serve una tregua. Giusto discutere le idee di Fini». L'uno spinge per la legge sugli immigrati e l'altro lo definisce «coraggioso». Insomma, per dirla con la cerchia ristretta del Cavaliere, «entrambi si muovono apertamente nell'ottica del post-Berlusconi».

Tremonti soprattutto, è fuori controllo: «Gioca per sé» ha detto ai suoi Berlusconi. Che si è lamentato dei silenzi di «Giulio» sugli scandali che lo hanno coinvolto. Ma anche sulla Rai. Il Tesoro è azionista di maggioranza ma il ministro non ha detto una parola. A preoccupare di più il premier è però la tela personale del super-ministro con i poteri forti. È sempre più fitta, e autonoma rispetto a palazzo Chigi. È di più di una rete di protezione rispetto al pericolo che qualcuno chieda un suo ridimensionamento. Il titolare del Tesoro ha stabilito una serie di alleanze degne di un premier in pectore. A partire da quella con le fondazioni bancarie e in particolare con Giuseppe Guzzetti, capo della fondazione Compagnia San Paolo, e con Angelo Benessia: è lui che il ministro sta sponsorizzando per i vertici di intesa San Paolo in funzione anti-Passera. Il suo rapporto poi con la finanza cattolica è diventato, in questi giorni, sempre più di ferro. Il suo consigliere economico al ministero, Ettore Gotti Tedeschi, è appena diventato presidente dello Ior, la banca che cura gli affari del Vaticano. Per non parlare dell'operazione che il ministro ha condotto nella banca popolare di Milano, alla cui presidenza è arrivato Massimo Ponzellini, che ha portato in dote al ministro la sua robusta e trasversale rete di relazioni negli ambienti della politica e della finanza che conta.

Per bloccare il “dopo Cavaliere” serve un segnale alle élite, dunque. Non è la prima volta che Berlusconi offre a Montezemolo la poltrona di ministro. Accadde nel 2001, quando poi agli Esteri andò Renato Ruggiero, legato agli Agnelli. Ma anche nel 2008, quando mise sul tavolo il dicastero dello Sviluppo economico. Un modo per sancire la tregua pure con l'establishment confindustriale, mentre Emma Marcegaglia da viale dell'Astronomia inaugurava un nuovo corso («post ideologico» disse Sacconi) meno conflittuale col governo. Questa volta però è diverso. Perché un governo già c'è. E Montezemolo sta lavorando su una prospettiva terzista, con la sua fondazione Italia Futura. Il Cavaliere però lo vuole in squadra. Glielo ha detto a inizio settembre, quando i due si sono visti a palazzo Grazioli. L'offerta definitiva ancora non c'è stata. Ma fonti di Palazzo Chigi rivelano che il dialogo è in corso e che lo sta portando avanti Berlusconi senza intermediari. Il premier ha intenzione di fare un rimpasto dopo le regionali. Che gli consenta di ritoccare la squadra di governo e di affidare il partito a un coordinatore unico, il cui ruolo dovrebbero essere ricoperto da Claudio Scajola. Non è un caso che proprio con lui Berlusconi si è sentito dall'America per concordare la controffensiva sulla Rai, e non solo perché ha la delega in materia. Ma perché lo considera politicamente più duro degli attuali triumviri. È proprio la sua poltrona che Berlusconi ha offerto a Montezemolo. Il problema è che il leader degli industriali l'ha già rifiutata dopo le scorse elezioni. Ecco perché per rendere l'offerta più allettante Berlusconi ha un piano B: l'idea sarebbe la creazione di un dicastero pesante del Commercio con l'Estero. Una sorta di ministero della diplomazia commerciale italiana, che consentirebbe a Montezemolo di capitalizzare la sua credibilità e il suo peso politico, in perfetta autonomia e senza entrare in rotta di collisione con Tremonti. Per ora - secondo fonti di palazzo Chigi - Montezemolo ha accettato il confronto. E in agenda ci sono altri faccia a faccia. Dopo il pronunciamento della Corte.

di Alessandro De Angelis
Fonte: Il Riformista martedì, 29 settembre 2009

 

martedì 29 settembre 2009

Le superbufale di Beppe Grillo


Desidero ritornare su una delle più grandi superbufale raccontate da Grillo, il comico urlante alla Luna.
In uno dei suo spettacoli ha illustrato le proprietà miracolose di una strana pallina che, a suo parere, dovrebbe sostituire il detersivo e permetterci di risparmiare denaro e inquinare meno.  
Magari fosse vero...
Molti dei suoi seguaci, i grillini, hanno preso per oro colato le sue parole (così come per altre cose) comprando la sferetta magica.
Magica però soltanto per il suo produttore che incassa i denari della vendita e per Grillo che l'ha pubblicizzata (senza un ritorno economico?).
La cosa, se fosse stata vera, avrebbe meritato le prime pagine di tutti i media.

Ma in effetti si è rivelata una delle solite superbufale del comico.
Eccone i risultati fra quelli più importanti. 
A questo link il video di Grillo che parla della palla "magica". 


La trasmissione Mi manda Rai3 ha dedicato alla questione un'intera trasmissione il 29/11/2008, nalla quale si evidenzianio i risultati da parte del CNR di questa strana palla che in pratica non fa assolutamente nulla, tranne toglierci dalla tasca i 32,00 euro del suo costo, oltre alle spese di spedizione.
A questo link trovate il filmato di Mi Manda Rai 3 del'intera trasmissione, che non ha bisogno di ulteriori commenti.

Dopo questa trasmissione il comico non ha più parlato della palla "magica".
Insomma, la stessa cosa di quando spaccava i computer sul palco dei suoi spettacoli dicendo che erano il male del secolo, per poi divenirne un convinto fruitore sia dei PC che della rete, col risultato di fargli raddoppiare gli incassi annuali. Il comico urlante denuncia quasi 5 milioni di euro l'anno di guadagno, contro i 2,5 di prima dell'uso della rete e dei PC!
Bell'affare per un pregiudicato di omicidio colposo che si atteggia a moralista in servizio permanente effettivo come il suo amico Travaglio, che da sconosciuto giornalista è diventato editore si se stesso.



sabato 26 settembre 2009

Anno Zero: altra lezione di "democrazia"


Dopo l'ultima stupefacente lezione di democrazia giornalistica del duo Santoro-Travaglio con la trasmissione Anno zero del 24 settembtre scorso, chiedo a questi grandi del giornalismo italico di fare una puntata della trasmisisone, realizzata con i soldi di noi tutti, su quanto ha scritto l'imprenditore lombardo, Bernardo Caprotti, titolare dei supermercati Esselunga, nel libro Falce e carrello.

Per dare l'input pubblico due episodi che la dicono lunga sul modo di amministrare i comuni da parte delle giunte di sinistra, ma anche, e soprattutto,  sul modo di gestire il denaro degli oltre sette milioni di soci della LegaCoop da parte dei suoi imperituri ed inossidabili dirigenti. 

Vada l'inviato Ruotolo, che ho conosciuto personalmente, ad intervistare la ex ministra dei Beni culturali - Signora Melandri, l'amerikana - per chiederle il perchè dello scempio dei reperti sottoposti a vincolo descritti nell'episodio "Bologna, Via Andrea Costa".

Vada a chiedere al presidente della Coop Estense, Mario Zucchelli, il perchè abbia sperperato, nel 2001,  quasi venti miliardi di vecchie lire dei soci, per come descritto nell'episodio "Modena, Via Canaletto".

Sono più che certo, purtroppo, che questi campioni che urlano per la mancanza di libertà di stampa se ne guarderanno bene dal fare quanto chiedo loro in della della vera libertà di stampa e della Democrazia, quella vera, con la D maiuscola..

Il perchè è molto semplice: il libro in questione, Falce e carrello, è stato pubblicato nel 2007  dalla Marsilio editore, a spese del suo autore, e non ha avuto nessun eco da parte dei media per la gravità dei fatti narrati e documentati. 
Semplicemente ignorato, seppur vi sia descritto uno dei più grandi scandali italiani dal dopoguerra, pur di non toccare gli intoccabili democratici di sinistra. Storia già vista e vissuta con "Mani Pulite" e la vicenda di Mister G, alias Primo Greganti. 


Pubblico i due episodi citati, ma il libro merita di esssere letto per intero. 
In questo modo si apprenderebbe che dove i supermercati della LegaCoop non hanno la concorrenza della Esselunga, i prodotti costano mediamente fino al 20% in più. !!! (Vedere da pagina 30 a 35 del libro).

Per maggiori notizie Caprotti ha aperto un sito web con lo stesso nome del libro. Lo trovate a quest'URL

Episodio "Bologna, Via Andrea  Costa"



 






 

 





Episodio  "Modena, Via Canaletto"

 
 




















Giustizia all'italiana!

Siamo alle solite: la certezza della sicurezza dei cittadini, la certezza del diritto e della pena sono utopie italiche.
Nessun'altro commento alla notizia che pubblico.


GIUSTIZIA ALL'ITALIANA: SCONTO DI PENA AI ROMENI RAPINATORI

È stata parzialmente ridotta in appello la sentenza di condanna nei confronti di due dei tre romeni rimasti coinvolti nella violenta rapina in villa messa a segno il 28 febbraio 2007 a Dello (Brescia). Quella sera i rapinatori entrarono nella cascina 'Betulla' e malmenarono Giuseppe Mangiavini, 88 anni, e i figli Roberto e Aldo, rispettivamente di 40 e 50 anni. L'anziano morì nel novembre successivo quando i tre rapinatori erano già stati arrestati. In primo grado erano stati condannati a pene comprese tra i 16 e i 12 anni. Oggi, al termine del processo d'appello celebrato nei confronti di due di loro, le pene sono state ridotte a 8 anni e 8 anni e sei mesi. Il terzo romeno non ha presentato ricorso (male ha fatto!).

Fonte: Leggo it 

Panni sporchi alla luce del sole

Il giornalista Paolo Flores D'arcais, direttore di Micromega, anche lui un duro e puro antiberlusconiano d'eccellenza dalla prima ora, spara a palle incatenate contro contro l'amico Di Pietro. Cosa farà l'ex pm? Di solito querela... ma adesso?


"L'Italia dei faccendieri e dei riciclati"
MicroMega spara a zero su Di Pietro

In gergo militare si chiama fuoco amico. Che brutto, però. Non c’è cosa peggiore, infatti, per un moralista sentirsi fare la morale da qualcun altro. Ancora peggio quando questo qualcun altro non è il tuo avversario politico ma i tuoi (ex?) compagni d’avventura. Quelli che addirittura hanno coniato un nuovo termine, “dipietrismo”, per dipingere la parte dura e pura dei resistenti a Berlusconi e al berlusconismo. I resistenti tutti d’un pezzo, s’intende, quelli che non sono mai stati ex, moralmente ineccepibili e pronti a difendere la democrazia dagli assalti del Sultano di Arcore come cavalieri senza macchia e senza paura al soldo di Tonino l'inquisitore.

A denunciare la doppia natura dell’Italia dei Valori (già il nome…) stavolta non è qualche giornale di destra o di proprietà del Padrone, ma MicroMega. Sì, avete letto bene. MicroMega. La rivista, diretta da Paolo Flores D'Arcais, punto di riferimento della sinistra giustizialista e girotondina, dipietrista e moralista, che ospita gli interventi dei magistrati che indagano su Silvio e le requisitorie di Marco Travaglio.
Il saggio-inchiesta, lungo 50 pagine e scritto da Marco Zerbino, anticipato oggi su “La Stampa”, s’intitola “C’è del marcio in Danimarca. L’Italia dei Valori regione per regione”. Questa la tesi di fondo: «Esistono due anime di Idv, quella ideal-movimentista da un lato, e quella inciucista e politicante dall’altro», una situazione che «crea spesso a livello locale situazioni di stallo», e di frequente «si risolve a favore della seconda».

«Ali zavorrate» – Molto precisa l’accusa di MicroMega: «A livello locale, le ali del gabbiano arcobaleno sembrano troppo spesso zavorrate dal peso della sua contiguità a un ceto politico dai modi di fare discutibili, in molti casi approdato all’Idv dopo svariati cambi di casacca, alcuni dei quali acrobatici, e in seguito a ponderatissimi calcoli di convenienza personale. Non proprio quello che si aspetterebbe da un partito che aspira a incarnare un nuovo modo di fare politica». Un’analisi politica campata in aria? Fatta, magari, per screditare Tonino Di Pietro e la sua lotta contro il totalitarismo oscurantista di Berlusconi? No, perché la “doppia natura” dell’Idv ha nomi, cognomi e record.

Il partito dei commissari – Quello dei commissariamenti anzitutto. In Friuli, come anticipa oggi “La Stampa”, sono state a lungo commissariate Udine e Pordenone. In Liguria il capo Paladini in un anno ha allestito un congresso moltiplicando le tessere (da 700 a 7000, roba che neanche il Pd). In Toscana è commissariata Lucca. In Umbria c’è un «garante» (Leoluca Orlando). Nelle Marche tutte le sezioni provinciali sono commissariate. In Campania non si fa congresso dal 2005, come in Puglia. In Calabria spopolava fino a poche settimane fa Aurelio Misiti, ex sindaco comunista di Melicucco, ex assessore della giunta Carraro a Roma, presidente (di nomina berlusconiana) del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Tonino alla fine lo ha sostituito con Ignazio Messina, capo degli enti locali dell’Idv, che ha ruoli di rilievo anche in Sicilia. Piccolo particolare, Messina, per nove anni sindaco a Sciacca, è uno degli antesignani del trasversalismo: nel 2004 sostenne laggiù il candidato sindaco di Forza Italia, Mario Turturici. Tonino con Silvio, che orrore. Ma accade, e pure spesso, in Italia.
In Liguria Giovanni Paladini, ex Ppi, poliziotto e segretario del Sap (uno di quelli che votarono «per affossare l’inchiesta parlamentare sul G8») tra le tante altre cose, accusa MicroMega, ha inserito in lista alle europee Marylin Fusco, «sua fiamma» (la neodipietrista, in un dibattito tv su Odeon, sbottò sconsolata: «Nei confronti di Silvio Berlusconi è in atto una persecuzione»). C’è chi, in quell’entourage, è stato al centro di attenzioni dei pm per rapporti con famiglie calabresi.
Zerbino racconta vita e miracoli di Nello Formisano, capo in Campania. «Insieme all’ex dc potentino Felice Belisario incarna l’ala “pragmatica”, per così dire, dell’Idv: entrambi hanno riempito il partito delle mani pulite di faccendieri e arrivisti, in larga misura di provenienza democristiana». Grazie a Formisano - scrive - sono entrati Mimmo Porfidia (ex Udeur che verrà indagato dalla Dda di Napoli per il 416 bis), Nicola Marrazzo (attualmente capogruppo in consiglio regionale, «la sua famiglia possiede diverse imprese impegnate nel settore dei rifiuti, quattro delle quali si son viste ritirare dalla Prefettura il certificato antimafia»). È entrato il leggendario Sergio De Gregorio. È Formisano, in posti come Torre del Greco, San Giorgio a Cremano, Qualiano, ad aver reso normali operazioni di «Grosse Koalition alla pummarola», facendo entrare sistematicamente l’Idv in giunte di destra. Di Belisario MicroMega ricorda che ha lo stesso, diciamo così, talento trasversale; o che ha fatto arrivare al partito uomini del calibro di Orazio Schiavone, ex Udeur, condannato per esercizio abusivo della professione odontoiatrica.
Ex tutto, invece, è Pino Pisicchio: ex dc, Ppi, Rinnovamento italiano, Udeur. Ora è parlamentare dell’Idv e ha scritto un libro, “Il post partito” (edizioni Rubbettino) per magnificare il “movimento” del trattorista molisano.

Il direttore: «I panni sporchi non si lavano in famiglia» – Farà discutere tanto quest’inchiesta. Per chi considera l’Idv l’ultimo baluardo contro il berlusconismo forse sarà un boomerang. Necessario, però, stando a quanto scrive il direttore di MicroMega Paolo Flores D’Arcais nell’editoriale d’apertura: «Se qualcuno si straccerà le vesti manifestando la sindrome di lesa maestà, e si arroccherà di fatto nell’universo ben noto dei “panni sporchi si lavano in famiglia” vorrà dire che una volta di più la speranza è stata tradita e l’ultimo regalo a Berlusconi (forse definitivo) è già stato spedito».


giovedì 24 settembre 2009

Una commedia degna del miglior Totò



In questa notizia vi è la prova provata che qualcosa non va nella gIUSTIZIA italiana. Sapendo di restare praticamente impuniti fanno tutto quello che vogliono, come raccontato nell'articolo che pubblico di seguito.
L'esempio lo abbiamo nel processo della Parmalat dove il principale imputato, Calisto Tanzi, non farà più un giorno di carcere tolti quei tre mesi di arresti domiciliari fatti dell'inizio della vicenda.
Negli Stati Uniti d'America il principale imputato della ENRON (scandalo simile a quello della Parmalat) è in galera dove sconta la pena di 25 anni di carcere.



Una commedia degna del miglior Totò quella messa in scena da "Tributi Italia"
 

di Dimitri Buffa

In un paese ossessionato dal fisco come è sempre stato l’Italia, prima o poi doveva capitare che, per il sarcasmo della sorte, una concessionaria di riscossione dei tributi degli enti locali (Tarsu e Ici soprattutto) mettesse in atto uno stratagemma degno del principe De Curtis, in arte Totò: incassare le tasse dei cittadini e trattenerle per sé invece che versarle nelle casse dei comuni. Adesso questa situazione è realtà da quando svariate procure della Repubblica italiana hanno messo sotto la lente l’operato di Tributi Italia, già Gestor, San Giorgio e prima ancora Custer, cioè sempre società di riscossione trasformatesi, come le scatole cinesi, in Tributi Italia grazie all’inventiva imprenditoriale dei fratelli Giuseppe e Patrizia Saggese. Anche la deputata (eletta nel Pd) dei Radicali italiani Rita Bernardini ha recentemente dedicato un’interrogazione alla vicenda. Ma basta solo girare nei siti degli enti locali, sono circa 585 quelli che hanno affidato a Tributi Italia la riscossione delle entrate, per imbattersi in comunicati tragicomici come il seguente dei comune di Lauria in provincia di Potenza: "Oggetto: Decadenza della concessione affidata alla Tributi Italia Spa (già San Giorgio Spa) per l’accertamento, la liquidazione e la riscossione dell’imposta Comunale sulla pubblicità, dei diritto sulle pubbliche affissioni e relativo servizio, del canone occupazione spazi ed aree pubbliche, nonché di servizi affidati in materia di imposta comunale sugli immobili. Il responsabile dei servizio avvisa che con Determina Dirigenziale n. 22 de 20 luglio 2009 la Tributi Italia Spa, è stata dichiarata decaduta, con effetto immediato, dal pubblico servizio svolto in questo comune, per l’accertamento, la liquidazione e la riscossione dell’imposta Comunale sulla pubblicità, del diritto sulle pubbliche affissioni e relativo servizio, del canone occupazione spazi ed aree pubbliche, nonché dei servizi affidati in materia di Imposta Comunale sugli Immobili. Detta società, non è autorizzata a riscuotere alcuna somma per conto di questo Comune. I contribuenti per servizi, notizie ed informazioni, già svolti dalla suddetta Società, potranno rivolgersi all’Ufficio Tributi Comunale, sito nel Palazzo Municipale, anche telefonando ai numeri 0973 627286/3". Secondo le accuse, dunque, la società concessionaria di livello nazionale per anni avrebbe trattenuto su propri conti correnti e investito in altre operazioni i soldi dell’Ici e della Tarsu versati dai cittadini, dimenticando di girarli alle casse di Comuni con i quali avevano stipulato il contratto. L’ultimo episodio ha avuto per vittima il Comune di Pomezia: secondo gli inquirenti la società avrebbe sottratto alle casse comunali ben 140 milioni di euro. Quattro mesi prima ci fu l’inchiesta sul Comune di Nettuno. Mezza Guardia di finanza sta ora setacciando l’Italia a caccia di un "tesoretto" ormai miliardario di tasse non versate. Tributi Italia ha sede ufficiale a Roma, in via Veneto, e sede operativa a Chiavari, in provincia di Genova ed è anche il terzo agente di riscossione in Italia per volume d’affari. Pare però che sia il primo per contenziosi in corso, inchieste penali (Latina, Velletri, Bologna, Alghero, Brindisi, Siracusa), accertamenti della Guardia di finanza, aperture di procedimenti presso la Corte dei conti e il ministero delle Finanze. E solo in Italia, c’è da dire, poteva scoppiare uno scandalo del genere visto che da noi l’ossessione fiscale si accompagna non solo all’evasione delle tasse ma anche alla delega a decine di concessionari privati della riscossione delle imposte. Dato che lo stato e gli enti locali da soli il loro mestiere non sembrano saperlo fare. Mentre altri, a quanto pare, lo fanno fin troppo bene.

 Fonte: L'Opinione del 23 settembre 2009, pag. 6

L'ipocrisia dei nostri politici sancita con sentenza!

Ecco l'ipocrisia del "politici" italiani sancita da una sentenza della magistratura.
Leggete con attenzione quanto dichiara il presidente pidiessino della provincia di taranto, Gianni Florido (parte evidenziata i giallo), dopo l'esito della causa.
Purtroppo l'incorenza dei politici in Italia non paga mai pegno, siamo di memoria troppo corta o addirittura assente. 
  

 Taranto: giunta provinciale senza donne, Tar Puglia la annulla.

 Il Tar della Puglia, sezione di Lecce, ha accolto oggi il ricorso presentato da un comitato locale che aveva chiesto con un ricorso l'annullamento della giunta della Provincia di Taranto, di centrosinistra, perchè non ha rispettato le quote rosa, così come dispone lo stesso regolamento dell'ente.




"Il presidente Gianni Florido ha nominato gli assessori senza una rappresentanza femminile, anche in violazioned el principo di non disriminazione previsto dalla Costiruzione italiana e ddela Carta dei Diritti fondamentali dell'Unione Europea", ha detto al telefono dell'agenzia Reuters l'avvocato Nicola Russo, coordinatore di "Taranto futura", il comitato che ha presentato il ricorso.
"Ora la giunta provinciale é illegittima e si dovrà procedere alla sua modifica entro 30 giorni, pena la decadenza della stessa, in modo tale da assicurare la presemza di entrambi i sessi" spiega Russo.

La giunta provinciale di Taranto guidata da Gianni Florido (PD) é composta da 10 assessori, tutti maschi.

"Noi pretendiamo la presenza di almeno tre donne, anche se sarebbe meglio fare cinque assessori donne e cinque maschi. Ma se il presidente nion nomima almeno tre donne entro il mese non presenteremo al TAR un'altra istanza. Perchè la nomina deve essere proporzionale. Non solo, nel ricorso abbiamo anche sostenuto che non può essere una scelta politica: tutte le nostre ragioni
sono state accolte dal TAR", ha aggiunto l'avvocato Russo.

Intanto il presidente della provincia di Taranto si difende dicendo che non c'é stata alcuna attività discriminatoria, non sono un maschilista."

"Mi adeguerò a una norma che peraltro condivido e che ho fatto cambiare io stesso nello Statuto con l'articolo 48 dello Statuto della Provincia (Questo dopo la sentenza  Prima, ipocritamente, predicava bene ma razzolava male! NdB). 
Farò in modo  
di rappresentare il genere femminile nel governo provinciale, come avevo già spiegato nelle motivazioni con cui ho presentato la giunta il 3 settembre scorso, con un secondo decreto di nomina", ha detto al telefono a Reuters Florido. Dicendosi vittima "di una criterio concordato e messo in pratica da tutti i partiti della mia coalizione".

Non è la prima volta che davanti al TAR, in Puglia, si deve discutere del mancato rispetto delle quote rosa nella formazione delle giunta. Proprio in provincia di Taranto c'è il precedente del comune di Maruggio. Mentre in provincia di Bari, nel settembre del 2008, fu sempre il Tar, questa volta della sezione di Bari, ad imporre al sindaco di Molfetta, Antonio Azzolini, (senatore in carica del Pdl) la presenza femminile in giunta, non ritenendo sufficiente l'elezione in Consiglio Comunale di sole quattro donne.
  
A presentare l'istanza furono la Commissione femminile della Regione Puglia e alcuni consiglieri dell'opposizione di centrosinistra.

Fonte: internet