sabato 21 novembre 2009

La favola di Pierfrego e Gianfrego, delfini smemorati

C’era una volta un Re che si cresceva due delfini, Gianfrego e Pierfrego.


Crebbero allo stesso modo, con la stessa statura, emiliani entrambi, anche la loro specialità era comune: la politica, e nemmeno il governo o l’amministrazione, ma proprio la politica parlante, tutta video e partito. Non avevano mai fatto altro nella vita che quello, la politica.
Ma per il Re erano i suoi pupi e le sue pupille politiche, erano come per Cornelia i suoi Gracchi e lo affiancavano come due colonnine altoparlanti che sovrastavano lo stereo.

Trovatelli ambedue, Pierfrego aveva perduto la sua famiglia Diccì nel terremoto del ’92, denominato Mani Pulite; Gianfrego, orfano della famiglia Missì, aveva dato alle fiamme la casa paterna, ormai fatiscente. Furono adottati dal Re e portati alla reggia dove in un primo tempo concorsero ad accrescerla e in un secondo si fecero accidiosi, fino a remare contro.
Dopo aver fatto le scuole materne insieme a un privatista irrequieto di nome Umberto, Pier e Gian in età scolare furono mandati a presiedere i parlamenti. Poi Pier decise di far fortuna lasciando la Casa e Gian decise di mettersi in proprio ma senza perdere le comodità della Casa.

Fu la prima volta che si separarono, e bisticciarono pure, ma come siamesi vissero la separazione come un trauma contronatura.
Da tempo si mormora che marciano divisi ma colpiscono uniti, che hanno trescato con altri, Paolo il Mieloso, Luca il Montezuma e perfino Ciccio il Rutello, per far le scarpe al sovrano o più cautamente per succedere a lui. Sarà ma il problema è che e aspirazioni di entrambi si intralciano a vicenda. Però temono ambedue il Terzo Incomodo, dal Gran Ciambellano del Re al Gran Tesoriere di corte, ai gran governatori del Reame.

È comprensibile, più che comprensibile, il loro ammutinamento al Re che li ha cresciuti e adottati. I due ragazzi sono stanchi di fare i ragazzi, vogliono le chiavi di casa e magari sfrattare il padrone di casa; sono stanchi di dire grazie a chi li ha portati alla reggia, vogliono fare per conto loro e sentirsi Capi e non solo Capetti, sovrani e non principi azzurri o promessi sposi. E sono molto pressati e blanditi da amichetti volpini e istruttori potenti, che li portano in cielo ad ogni sberleffo che fanno nei confronti del Re e li riempiono di complimenti.

Tra i due, a dir la verità, c’è qualche differenza di metodo. In fondo Pier non è stato carino con il Sovrano ma è stato leale ad andarsene, perlomeno, mettendosi in proprio. E poi è stato leale con la sua famiglia di origine, non si è mai scordato di essere uno di loro, anzi. Gian, invece, spernacchia il Sovrano ma vive largamente a suo carico, e non è stato leale nemmeno con la sua famiglia d’origine; sarà perché viveva in una casa più povera e malandata, ma ha scontentato sia il sovrano che i suoi stessi parenti.

E ancora: Pier in fondo non ha cambiato le sue opinioni (dai, non chiamiamole idee) e la sua mentalità cristiana (su, non parliamo di valori). Gian, invece, ha cambiato radicalmente anche quelle e querela il se stesso di venti, di dieci ma anche di due anni fa. Dico le opinioni e le posizioni, mica le idee e i valori (dai non scherziamo). Ma è la politica, ragazzi, ed è inutile star lì a menarsela. È inutile invocare la gratitudine, che non è una categoria umana, figuriamoci se può essere una categoria della politica; ma se è inutile invocare la riconoscenza, superfluo è pure pretendere il riconoscimento, cioè la considerazione dei fatti e dei meriti. La politica non è abituata a questo, non si correla con la giustizia e nemmeno con la solidarietà o, per essere più ridicoli, con gli interessi supremi del paese. L’unica cosa
che si può chiedere alla politica è un po’ di intelligenza applicata all’efficacia, quel che in versione plebea è la furbizia o l’opportunismo.

Beh, in nome di quella cosa lì, vorrei dire ai due ragazzi: giocate almeno la partita doppia, ovvero fate pure i vostri conti per il dopo, attrezzatevi per il nuovo giro. Ma in questi tre anni e mezzo che ci separano dalle votazioni politiche, lasciatelo governare, il vostro Re o il vostro Ex, se preferite. E sapendo che governa con un largo consenso popolare, cercate di non soffiare sulla fronda, di non trescare con i suoi nemici; cercate di capire, nel vostro interesse, e non nel suo, che per ereditare un domani il suo consenso dovete cercare più i motivi di continuità che di frattura e ora stargli più vicini.

Poi vi farete il vostro centro senza più il bipolarismo, o la vostra destra senza più la destra, insomma farete il vostro gioco. Ma nell’interesse vostro, non giocate questa partita contro di lui perché si ritorcerebbe contro di voi. Dispiace dirvelo, cari Pierfrego e Gianfrego, ma l’interesse vostro coincide con quello dell’Italia.

di Marcello Veneziani, Il Giornale del 9/11/2009

Una vera storia dell'assedio a Berlusconi


C'è poco da ridere se Berlusconi, intervenendo per telefono a Ballarò, tirato peri capelli afferma di non essere lui l'anomalia italiana bensì la situazione che lo ha costretto a occuparsi di politica anziché degli affari suoi. Comunisti o no, i giudici hanno favorito l'ex Pci, l'unico partito risparmiato da Tangentopoli, quindi destinato a vincere le elezioni nel 1994 per mancanza (fisica) di avversari che non fossero la neonata Lega e il Msi.

Da notare che gli stessi giudici in seguito, sorpresi dall'exploit alle urne del Cavaliere, politico improvvisato, si sono accaniti su di lui con dozzine di inchieste e centinaia di sopralluoghi nell'evidente intento di spazzarlo via e spianare la strada ai compagni. Non è forse andata così? E se è andata così perché non si può dire, perché non riconoscerlo?
Da notare che i lustri passano, ma le cose non cambiano. Berlusconi vince le elezioni e, subito dopo, ricomincia la persecuzione giudiziaria col solito teorema: lui non poteva non sapere. Chissà perché invece tutti gli altri imprenditori e politici - per esempio Gianni Agnelli e Massimo D'Alema - potevano benissimo non sapere quello che succedeva alla Fiat e a Botteghe Oscure e pertanto farla franca. Basterebbe questo a dimostrare che la nostra giustizia, anziché applicare il principio secondo il quale i cittadini sono tutti uguali davanti alla legge, ricorre spesso al più odioso doppio pesismo: e addio uguaglianza.
Ma la sinistra, avvantaggiandosi assai dell'aiutino togato, se ne guarda bene dal riconoscere la palese iniquità del sistema e, lungi dal collaborare per modificarlo, si impegna nella difesa dell'orrendo status quo. Se il quadro non fosse quello descritto, lo strapotere attribuito ai magistrati sarebbe stato da tempo oggetto di una radicale riforma. Riforma che la destra invoca da anni ma invano stante la necessità, per procedere nei cambiamenti, di ritoccare la Costituzione; il che, come noto, richiede una procedura istituzionale lunga, laboriosa e inconcludente il referendum confermativo.
Semplificando. Per sistemare la giustizia e renderla simile nel funzionamento a quella di quasi tutti i Paesi europei, non è sufficiente la maggioranza di centrodestra; servirebbe almeno una quota della opposizione, la quale però non ha interesse ad apportare miglioramenti ad un settore che, per quanto scassato, le dà una mano contro Berlusconi, e di conseguenza respinge qualsiasi proposta di aggiustarlo. Ecco perché siamo allo stallo.
Il Lodo Alfano era soltanto una pezza e non una soluzione, eppure è stato bocciato non tanto perché incostituzionale (figuriamoci se è questo il motivo) quanto perché, se fosse passato, il premier sarebbe stato processato (caso Mills) al termine della legislatura. Mentre ai progressisti preme sia giudicato in fretta, magari già in primavera, e condannato in maniera che - con una sentenza penale sulle spalle - egli venga costretto ad abbandonare in anticipo Palazzo Chigi in barba alla volontà degli elettori.
D'altronde il Pd e i suoi alleati non hanno alcuna chance per ribaltare la frittata: o fanno secco il Cavaliere con armi extrapolitiche o se lo devono godere finché il Padreterno non decida diversamente. E in effetti, il verdetto sarà emesso dal Tribunale presumibilmente subito dopo le Regionali di marzo. Un verdetto scontato che scatenerà il finimondo e darà fiato ai tromboni pronti a pretendere le dimissioni del presidente. Eliminato il quale - essi sperano - il centrodestra imploderà e si dividerà in alcuni spezzoni incapaci di costituire una forza autonoma di governo.
La sinistra è debole, disorganizzata e senza idee tranne una: sa che per rinascere ha bisogno di uccidere l'avversarlo, non importa come. Ciò che conta è ucciderlo, altrimenti continuerà a dominare la scena perché gli italiani non sono stupidi e hanno capito: lui sarà quel che sarà, ma è sempre meglio - e ne ha dato prova - dei suoi detrattori. I quali dunque, rassegnati alla propria insipienza, affidano ai giudici il compito di scalzare l'uomo che considerano l'unico impedimento alla loro resurrezione. Amen.
Se non si tiene conto di questo, non si comprende la presente congiuntura. Né si comprende perché i mezzi di informazione, quasi tutti manovrati dagli amici del giaguaro, siano tanto impegnati nella enfatizzazione delle oggettive (non gravi) difficoltà della maggioranza. L'obiettivo è stressare il Pdl e la Lega, romperne la fratellanza e predisporre il centrodestra allo sfascio dopo che Berlusconi fosse condannato per la vicenda Mills.
Il presidente, consapevole dell'accerchiamento, d'ora in poi suppongo non perderà occasione per denunciare il gioco sporco alle sue spalle. E intervenuto recentemente a Porta a Porta sul Lodo (si ricorderà la battutaccia sulla Bindi) e l'altro ieri ha concesso il bis a Ballarò, un programma che fa del caos, tutt'altro che calmo, un'arma per trasformare la realtà italiana in una sorta di bolgia di cui incolpare il premier. E per montare la confusione è buono ogni pretesto: dalla crisi economica che non finisce alle sofferenze dei disoccupati, alle incomprensioni fra Tremonti e Berlusconi, alle proteste dei giudici, alle cause intentate alla Repubblica e all'Unità, alle disavventure di Marrazzo surrettiziamente collegate alla Mondadori e allo stesso Silvio, agli strepiti della Bindi con il corrivo sostegno del conduttore Floris, specialista nelle entrate a gamba tesa contro qualunque ospite non funzionale al disegno dei compagni, una mappazza tossica utile a dare ai telespettatori la sensazione che non si possa più andare avanti così, e che il Paese meriti uno scossone rivitalizzante. La parola d'ordine dei progressisti è scandalizzare. Già, perché lo sdegno morale offusca i fatti.
C'è da registrare un fenomeno allarmante: certi metodi in voga nella sinistra cominciano ad attecchire anche nel centrodestra. Se ne è avuta conferma a Porta a Porta, l'altra sera, durante la discussione su quanto capitato a Marrazzo a cui partecipavo anch'io. A un certo punto Lupi, vicepresidente della Camera (Pdl) si è un po' lasciato andare alla moda di intorbidare le acque e, desiderando criticare il giornalismo a sfondo sessuale, ha accomunato le storie dei trans ai pettegolezzi sul Cavaliere e alla faccenda Boffo come se fossero tutte uguali e fossero uguali i giornali che le hanno trattate.
Nella foga, egli ha coinvolto anche il Giornale nella sua ramanzina contro i cronisti. Errore imperdonabile. Perché noi su Boffo non abbiamo fatto pettegolezzi ma discettato di un reato da lui commesso e per il quale il direttore dell'Avvenire è stato condannato da un Tribunale della Repubblica. Da un vicepresidente della Camera ci si aspettava una distinzione fra chiacchiere e notizie ufficiali, pubbliche per definizione se provenienti da un casellario giudiziale.
Niente, per lui un reato (molestie a sfondo sessuale) e un resoconto da portineria sono la stessa cosa, ingredienti della medesima zuppa.
Caro Lupi, d'accordo che siamo nel marasma, ma almeno lei non contribuisca ad incrementarlo. E lasci stare il Giornale, che non è il suo tappetino.

di Vittorio Feltri, Il Giiornale del 29/10/2009

Baraonda politica

Altro che rivoluzione copernicana. Nella sinistra cambia tutto e non è detto cambi in meglio.
 

È l`effetto Bersani che, a differenza di Franceschini (esecutore testamentario di Walter Veltroni), non appena giunto alla segreteria del Pd tramite la farsa delle primarie, annuncia:
rimetto in piedi il vecchio Ulivo prodiano, con o senza Prodi si vedrà, e richiamo immediatamente in servizio gli amati comunisti italiani, i rifondaroli e i verdi. Immagino la felicità dei lettori alla fausta notizia della rianimazione di Pecoraro Scanio; so che avevano nostalgia di lui.
In pratica il neocapoccia dell`ex Pci, nella speranza illusoria di battere il centrodestra,
anziché fare un passo avanti rispetto ai suoi due predecessori, ne compie cento indietro e torna al rosso antico, quando le Botteghe erano ancora Oscure. I progressisti progrediscono a ritroso per ritrovare l`unità e tentare di avere i numeri almeno allo scopo di far paura al Cavaliere.
L`idea dello spezzatino in salsa rubra a dire il vero non è un`esclusiva di Bersani; era venuta per primo a Massimo D`Alema il quale aveva fatto il conto della serva. Il Pd infatti, secondo calcoli basati sulle recenti votazioni politiche, attualmente possiéde un 26-28 per cento.
Con quel mattacchione supergassato di Di Pietro, la percentuale sale ottimisticamente a 35.
Ma se ci aggiungi i prepensionati, e cioè comunisti italiani e rifondaroli, il dato può superare il 40 per cento.
Buttiamoci sopra una spruzzatina di verdi ambientalisti, ed eccoci al 43-44. Oddio, tra il dire e il fare c`è di mezzo un mare in cui l`annegamento è una probabilità concreta, comunque sognare non è vietato neanche alla sinistra spelacchiata. E’ un piano rétro, quello di Bersani-D`Alema, però è un piano. Quanto alla sua realizzazione, bisognerà vedere cosa ne pensano gli italiani. La mia personalissima impressione è che, già strinati dal minestrone di Prodi, non abbiano alcun desiderio di riscaldarlo per scottarsi un` altra volta. Ma saranno le urne a confermare o smentire questa opinione. Il fatto è che il Pd non crede più in se stesso e nella possibilità di svilupparsi autonomamente, per cui gioca l`unica carta rimasta: quella di recuperare i riservisti della falce e martello.
Però fa tristezza costatare che nell`Italia bipolare del Terzo Millennio il polo d`opposizione, per apparecchiarsi contro i berlusconiani, è obbligato a ripescare i comunisti residuali, gente più adatta al museo delle cere che
al Parlamento. Non tutti nel Pd hanno apprezzato il nuovo corso e qualcuno minaccia di levare le tende.
Francesco Rutelli le ha tolte subito e, in men che non si dica, è diventato democristiano, avendone a vocazione da vari mesi. Ha fatto la valigia e ha chiesto, ottenendolo, asilo politico a Pier Ferdinando Casini ben lieto di offrirgli una branda e un avvenire senza sole ma pur sempre ricco di poltroncine, garanzia fondamentale per continuare a non lavorare. Rutelli nell`abbandonare il tetto di Bersani ha rilasciato una dichiarazione sibillina: non vado via solo. Il che significa che i transfughi saranno almeno due. A Casini auguriamo siano anche di più.
Nel terremoto di giornata si segnala un altro scossone. Marrazzo si è dato malato come risulta da certificato medico prontamente esibito. E siccome i malati non si licenziano neppure dalla Regione Lazio - potenza del welfare esteso alle cariche elettive - il signor presidente consolida la sua posizione di sospeso per aria. Risultato, zero dimissioni e niente elezioni anticipate fino al termine della mutua; durata trenta dì, festivi inclusi.
A volte la salute viene meno provvidenzialmente. In questo caso consente al Pd di guadagnare tempo e di far dimenticare agli elettori del Lazio la triste vicenda dei trans penalizzante sotto il profilo dei consensi.
Intanto si apprende un particolare agghiacciante per chi sia spilorcio o povero: Marrazzo spendeva cinquemila curo onde soddisfare ciascuno dei propri capricci eterodossi. Ammazza che botta. D`altronde la vita è cara e richiede sacrifici. All`ultima voce del menu romano, c`è l`aspirante vicepremier, Tremonti, a cui Berlusconi ha tarpato le ali con una bocciatura, per altro ampiamente prevista dal Giornale. Il ministro dell`Economia resta però al suo posto, e questo gli fa onore. In certi momenti il Cavaliere è portato a dire sì anche se vorrebbe dire no; in altri dice no anche se vorrebbe dire sì. Nella presente circostanza il no è stato netto e così motivato: l`Economia sono io, ha detto Silvio. Vietata ogni replica. Tremonti non ha replicato e, pare, nemmeno commentato. E un uomo che capisce al volo e sa stare al mondo.

di Vittorio Feltri, il Giornale del 27 ottobre 2009

martedì 3 novembre 2009

Polito vs. D'Avanzo

Per costringere un Direttore di un quotidiano serio e affidabile a scendere sul personale, vuol dire che qualche giornalista l'ha combinata veramente grossa.
Ma poi leggendo il nome del giornalista che l'ha combinata, tutto si ridimensiona.
Ecco il fatto.


Io e D'Avanzo
di Antonio Polito






Questa non me l'aveva ancora mai detta nessuno. Sarei alla dipendenze di Signorini: sì, proprio quello di Chi, l'esperto di gossip. Lo scrive D'Avanzo, su Repubblica: «Signorini consiglia, indica, sollecita. Combina non soltanto le scelte dei direttori dei media berlusconiani, sovraordinato a Vittorio Feltri, capataz del giornale di famiglia, ma anche delle testate del gruppo Angelucci (Libero, Riformista)».
Conosco Giuseppe D'Avanzo dagli anni '70, da quand'era un giovane cronista di Paese Sera a Napoli. E mi domando che gli è successo. Insomma, una volta trovava notizie, e di prima qualità. Ora passa il tempo a fabbricare teoremi. Mentre Fiorenza Sarzanini del Corriere scovava la D'Addario e lo scandalo delle escort, lui era lì a menarsela con le dieci domande a Berlusconi (è vero che sei malato? è vero che ti tira troppo? la minorenne la toccavi o no?). Mentre della «sezione affari riservati» di Chi, il Riformista aveva scritto già sei giorni fa in prima pagina, firma di Fabrizio d'Esposito, titolo inequivocabile: «Il sistema Signorini-Berlusca», D'Avanzo se ne è accorto ieri su Repubblica.

Di suo D'Avanzo ci ha aggiunto la solita prosa truculenta e qualche offesa gratuita. Ma le notizie, come al solito, latitano.

L'ultimo teorema di D'Avanzo è sostanzialmente questo: Berlusconi ha mandato due carabinieri a incastrare Marrazzo e poi, non riuscendo proprio a far pubblicare il video da nessuna parte, lo ha offerto a Marrazzo medesimo; di conseguenza, deve essere condannato a otto anni di reclusione per ricettazione di materiale proveniente da un reato. Complimenti. Chissà se ci scriverà sopra dieci nuove domande. Chissà se chiederà al Pd di farne un'interpellanza parlamentare. Se c'era ancora Franceschini, magari gliela faceva.

Ma l'impazzimento di D'Avanzo sono affari suoi. Gli affari miei sono che io non ho mai preso ordini da nessuno, tranne che dai miei direttori; e se proprio un giorno decidessi di prenderne da qualcuno, l'ultimo che mi verrebbe in mente sarebbe Signorini (per quel poco che li conosco, mi fa ridere anche pensare che Feltri e Belpietro si facciano dire che fare da Signorini). A D'Avanzo vorrei dire questo: va bene che tu non prendi ordini nemmeno dal tuo direttore, ma come ti può venire in mente di giudicare della libertà degli altri? Che cosa ti dà il diritto di presumere che il giornalismo o si fa come lo fai tu o è un giornalismo venduto? Quale superiorità morale ti dà il fatto di raccogliere regolarmente notizie da poliziotti e 007?

Perché se tu decidi di «bucare» la notizia del video di Marrazzo, di cui ti avevano avvertito, sei un giornalista onesto; e se lo fa Minzolini con le storielle di sesso del Berlusca è un fazioso? Non è che tu proteggi i tuoi come il giornalismo di destra protegge l'Amato Loro? E poi ci fai anche la morale?

A tutti voi lettori, invece, vorrei chiedere questo: non concordate con me che è proprio questo stile, questa doppia verità, questa mancanza di equilibrio, questa arroganza della sinistra davanzata a spiegare perché gli italiani continuano a tenersi Berlusconi? Molti altri buoni motivi, d'altra parte, non ce ne sono.


Fonte: Il Riformista del 2/XI/2009